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mercoledì 23 marzo 2011

Ultimi Giorni



Superato il mesiversario della fine della scuola, e abbondantemente ricominciata la stessa, vale la pena ricordare la situazione in cui si sguazzava al liceo di Lanzano -classe 4 P- in quegli ultimi giorni di quarta liceo.
4 P: una classe prevalentemente -molto prevalentemente: la fauna maschile infatti si limita a numero tre unità- femminile, con alte ambizioni e riconoscimenti a causa dell'impeccabile condotta e media dei voti. Tale fama ben lustrata e gelosamente conservata durante otto lunghi e faticosi mesi di studi intensivi e livelli stellari di competitività, crolla inesorabilmente però nell'ultima frazione di periodo scolastico: a giugno, conclusa l'ultima verifica -la ventitreesima nel giro di tre settimane-, un rilassamento dirompente si infonde negli animi delle studentesse, che subiscono una metamorfosi incontrollabile.

Sabato, cinque giugno duemiladieci. L'atrio del liceo brulica sonnacchiosamente di studenti e studentesse in magliette a maniche corte. Al suono della prima campanella, l'aula della 4 P è ancora semivuota, ma già l'anarchia insita e l'inerzia testarda contro la fatica dei mesi precedenti impregnano le pareti della stanza. Sedute sui banchi, le capisalde della classe discutono animatamente, infuocando i discorsi di pettegolezzi e sputtanamenti all'ultimo grido, ovviamente riguardanti solo ed esclusivamente le proprie compagne di banco, di cui sono poi confessore e amiche del cuore nel momento del bisogno di riempire il loro carnet di vociferazioni maligne ed indiscrete.
L'aula va via via riempendosi di alunne mano a mano che i secondi scorrono verso le otto in punto, ora della seconda campanella.

C'è l'alternativa, quella che scivola in classe frenando con i piedi -scarpe di tela ai piedi, con suola di corda, capacità di frenata pari a quella di una saponetta sulle piastrelle del bagno-, ansimante dopo essersi lanciata in una corsa forsennata in corridoio rincorrendo una compagna di classe. Entra, incespica nell'attrito nullo con il pavimento, vola, atterra su un banco di pancia come una foca. E lì resta, priva della forza necessaria a risollevarsi, gli addominali trascurati, ore di palestra sfumate per ripassare storia dell'arte.
C'è quella che entra frugando nella borsa, e alza la testa di scatto -occhi discretamente fuori dalle orbite- chiedendo un'elemosina di almeno venti centesimi, domandando a tutti se possono prestarle qualche spicciolo per prendere un caffè alle macchinette -è il terzo da quando si è svegliata-, fino ad arrivare a domandare ai bidelli di passaggio se mica hanno cinque centesimi, dato che dalle compagne ne ha racimolati solo trentacinque. Poi in ricreazione, assieme ad un'altra amica come lei caffettomane, ma fornita di denaro, andrà a farsi offrire un caffè ricreativo.
C'è quella che entra strascicando i piedi, appoggiandosi a banchi, compagni, muri, stipiti delle porte, professori e bidelli, ormai distrutta e prosciugata da ogni energia; gli occhi, decorati da profonde tracce scure scavate fino al mento, le si chiudono, la palpebra ondeggia ad ogni suo passo. Entra con un mugolio di saluto dai mille significati, di cui novecentonovantanove sono invettive contro la seduta di spettegolamento posta al centro della stanza. Si abbandona nel suo banco d'angolo con un tonfo sordo, e lì -testa su mano, mano su braccio, braccio su gomito, gomito su tavolo- sprofonda in un coma ovattato e profondo.
C'è invece quella a cui lo stress dona un simpatico effetto contrario: entra, cuffie dell'ipod che penzolano dalle orecchie e caccia un acuto lancinante, non necessariamente coerente a ciò che l'ipod le spara nei timpani. Getta la borsa in direzione del banco, incurante degli ostacoli che troverà sulla traiettoria, ed inizia ad invocare i nomi delle amiche trillando e cinguettando a gola spiegata su toni lirici a frequenza inimmaginabile e tono devastante, gli occhi spalancati, saltellando tra i banchi e cantando canzoncine stralunate, muovendo i fianchi a ritmo e urtando tutto ciò che è urtabile, mentre in tempo reale aggiorna il mondo di quanto le sia accaduto il giorno precedente, di cosa abbia sognato, di quanto bello sia l'oggetto delle sue attuali mire amorose.
Ovviamente tutto ciò ha delle conseguenze: la dormiente solleva la testa dalla mano -mano su braccio, braccio su gomito, gomito su tavolo- e lancia una colorita e varia serie di improperi contro la rumorosa compagna, la quale risponde a tono, dacché l' ex-dormiente nello sciorinare i suoi insulti ha raggiunto livelli vocali equiparabili a quelli della compagna.

Un momento prima del degenerare della discussione in una rissa feroce, suona la seconda campanella. Colei che per tutto l'anno aveva seguito una dieta rigidamente forzata e impeccabile, ormai persi dignità e limite della ragione, molla ogni freno e si fionda fuori dalla porta per correre a saccheggiare le macchinette, per non rischiare attacchi di fame senza soluzione a metà ora. Rientra a filo, rischiando di perdere pezzi dalla bracciata di snack che porta di contrabbando in classe, scivolando dentro assieme ai ritardatari cronici -guarda caso, i tre ragazzi: forse per orari dei mezzi, forse per scampare le riunioni di gossip selvaggio e tenersi fuori da quella gabbia di matte fino all'ultimo secondo possibile-, e giusto prima del professore.
Questi entra, posa la borsa e la giacca, guarda la situazione. E sospira.
Una folla di facce stravolte e tese su teste spettinate lo osserva dai banchi. Corpi stropicciati, vestiti in disordine senza più cura di ciò che si indossa -loro! Le ragazze più ordinate della scuola-.
Scricchiolare di involucro di dolcetto al cioccolato di sottofondo. Odore di stanchezza. Silenzio di nervoso e tensione, ostilità negli sguardi, risentimento di una corsa forsennata contro il tempo di studi e rincorse nei corridoi per farsi interrogare all'ultimo minuto -in ricreazione, anche, sìsì, va bene! Grazie, grazie!-.
Si sente che la situazione si gonfia lentamente, ancora mentre fa l'appello, tendendo ai limiti dell'impossibile, verso l'implosione.
Poi -ha appena finito di scrivere gli assenti sul registro-, dal fondo scoppia una risata. Una sguaiata risata da iena risuona tra le pareti, nonostante sia invano tentata di esser fatta tacere da un avambraccio premuto sulla bocca. È la tromba che lancia il segnale di guerra.
Il caos inizia.

La iena ridens, senza interrompere lo sghignazzare -scoppiato così, da solo; la stanchezza gioca brutti scherzi-, ormai alle lacrime scivola sotto il tavolo, senza interrompere i singulti. Il vicino di banco la guarda, rassegnato. Sono tre giorni che va avanti così. Le allunga un calcetto sotto il banco - “ou! Moeghea!”-.
Intanto, di soppiatto, l'altra vicina di banco spaccia polvere bianca ad un'amica: arrivati a quel punto dell'anno, il traffico di Oki della 4 P equiparava quello di cocaina in Colombia.
Il professore, sospirando, spiega qualcosa di incomprensibile, mentre l'attenzione al riguardo sfiora quella che un branco di trichechi potrebbe prestare ad una lezione di giardinaggio zen.
Vola un rotolo di scotch da un capo all'altro della classe, seguito da una pioggia di pallini di carta. Allo stesso tempo, di risposta, atterra una trousse di trucchi “brutto screanzato marcio, i miei trucchiiiiiiiiiiiiiiiiii! TU! Rilanciameli SUBITO!”, mentre dall'altra ala della classe proviene un “...ma è cellulite, questa?” “........NO!”
“ma sì, guarda... Ah, hai la cellulite sulle braccia!” “...Stai zittooooo!”.
Questi ululati si incrociano e mischiano con un borbottio brulicante di sottofondo che si sparge inesorabile, lentamente, crescendo di mezzo tono al minuto, creando una confusione di livelli apprezzabili.
Il professore non sente. Ha i tappi nelle orecchie mentre scrive alla lavagna, e alle sue spalle volano cartelle e cartine geografiche, mentre la risata mugghiata non si arresta.

“cara, per favore apri la finestra? Sto morendo di caldo”
“no, scusa, ho mal di gola”
“dai, sto facendo la sauna!”
“eh, ma io ho mal di gola!”
“ma porca miseria, fuori fa caldo come qua dentro, cosa vuoi che ti faccia!”
“e appunto, se fa caldo come qua dentro che senso ha aprire la finestra!”
“senti, apri quella cazzo di finestra, ORA!!”
“NO!”
e via di questo passo, mentre la risata di fondo continua e il borbottio pervade la classe.

Così le ore della mattina passano lentamente, scivolando di soppiatto nei quadranti degli orologi da polso, tra pianti disperati di stanchezza o delusione, recuperi dell'ultimo secondo, rassegnazione e felicità assopita che esploderà dopo la fine, crisi isteriche, fughe dalla classe e lunghi discorsi maturi con i professori, per dimostrare che quel voto non rispecchia l'impegno, e cercare di alzarlo di almeno un decimo.
Così è la scuola.

domenica 17 ottobre 2010

La Leggenda





-Avete capito?
Il silenzio. Mancano solo i grilli e la palla di paglia che rotola e sarebbe una scena da cartone animato: la classe è ammutolita.
Ha guardato per venti minuti buoni quella professoressa nel suo contorcersi in una dimostrazione articolata in mille angoli e trabocchetti, e, giurano tutti, hanno pure provato a capire.
Ma, lo giurano altrettanto, per loro quella roba là è arabo antico. Aggiungerei che è di qualche dialetto delle montagne, il dialetto. Pronuncia stretta.
La campanella suona dopo un minuto di silenzio -lutto e dovuto rispetto ai neuroni ormai fusi dei venticinque ragazzi-.
-Bene, allora dopodomani verifica. Arrivederci.- e prima che qualcuno, anche la peggior lecchina, potesse aprir bocca, scompare fuori dalla porta.
Trauma.
La classe è ridotta ad un acquario: ventidue pesci muti e immobili scrutano i vetri delle finestre pensando a quanto bene si starebbe là fuori. Un secondo dopo si sta per marciare sul piede di guerra: "quella stronza!" "non ho capito niente" crisi di panico e urletti isterici, chi digita in fretta un sms alla mamma "chiama il prof di ripetizioni, mà, che ho verifica di mate dopodomani", chi, ancora perso, fissa la lavagna, quasi sperando che il problema si sciolga, quel nodo di circonferenza si slacci e liberi la soluzione -e fatemi capire questa dannata materia, è matematica, non astronomia applicata!- e nessuno si accorge di lui.
Entra, e in un bisbiglio saluta la classe.
Posa cartella e soprabito sulla cattedra, siede, firma il registro, si guarda intorno -il caos continua-, allora batte leggermente la penna sul tavolo.
La classe tace.
"Buongiorno. Oggi manca il vostro professore, avete due ore di supplenza con me -si volta alla lavagna- Avete fatto matematica?"
Un mugolio sommesso conferma.
Lui si alza, osserva la dimostrazione scritta in gesso: mano sotto il mento, espressione assorta, gambe incrociate.
Dopo un minuto, si gira verso la classe.
"Qualcuno di voi ha capito qualcosa, di questa dimostrazione?"
Negano, rassegnati, le teste chine.
"Nemmeno io".
Alzano lo sguardo, increduli.
Un professore? Un professore di matematica che non capisce una dimostrazione? Non è possibile, anzi -rimaniamo in tema- è un risultato non accettabile, ma che storie sono!
Lui prende il cancellino e cancella ogni traccia di quei geroglifici.
Ora è tutto tranquillo, l'incubo è scomparso, i ragazzi, vedono di nuovo la pace su quella lastra nera.
Per chi vuole -dice lui- io ora la rispiego. Se non vi va di ascoltare, fate qualsiasi altra cosa, ma in silenzio.
Dal momento in cui posa il gesso sull'ardesia, la classe si incanta: sono tutti presi in una bolla di incantesimo di numeri, un tuffo in un oceano di somme, formule, equazioni ed espressioni.
Prima sembrava una fossa, quell'oceano!
Piena di scogli, mare dove naufragare senza aiuti, abissi senza luce, subisso di insufficienze.
Ed ora, mentre lui, tranquillamente, parla della circonferenza e delle rette che la intersecano, l'oceano appare meraviglioso, senza limiti, limpido e sicuro, galleggiare è così facile, e appena senti che stai per andare sotto, pahf!, un salvagente appare a sollevarti.
Lui va avanti, il gesso viaggia, disegna rette, marca punti, gratta via quella ruggine che si era attaccata al cervello dei ragazzi, gratta via il dubbio, gratta via la sfiducia, la paura di affondare nelle acque numeriche.
Conclude, la lavagna ordinatamente scarabocchiata di numeri, un disegno, un paio di formule. Dieci minuti ed è fatta.
Ecco, a me l'hanno insegnata così -dice piano- avete capito qualcosa?
Si siede, in attesa di risposte, scruta la classe.
Mentre attende reazioni, seduto sulla cattedra, elegantemente, studia la classe.
Aspettando sentenze, seduto sul bordo della cattedra -gambe accavallate e braccia incrociate- elegantemente vestito in giacca e cravatta blu -camicia azzurra-, contempla la classe, cercando negli occhi di ognuno qualche perplessità, qualche segno di vita.
E loro, quasi a bocca aperta, lo fissano.
Lo guardano stupefatti, lo osservano, cercano di vedere se ha delle ali, sotto la giacca, una coda, delle corna, vogliono capire se è umano -forse ha dei fili, è un robot?-.
Capelli sporcati dal gesso e la giacca con la manica imbiancata, frutto del troppo entusiasmo nella spiegazione, gli occhi che brillavano quando era arrivato alla fine -missione compiuta-, un accenno di sorriso soddisfatto nel vedere lo sguardo convinto anche di Rossella, la frana della matematica del liceo -rimandata ogni anno con il 4-, no, davvero: non poteva essere umano.
E poi un coro di sì, un'ondata di cenni con la testa, sorrisi, gioia di aver finalmente capito -ma allora non sono così stupido, la matematica la so fare!-.
E Il Professore -perchè ormai lo chiameranno sempre così, i ragazzi della 5H, la classe più impedita in matematica di tutto il liceo scienti-figo di Lanzé, comune vicino a Lanzano, dove la media delle materie scientifiche è 8 in ogni classe-, felice di questo successo, sposta lo sguardo tra gli alunni, poi guarda in un angolo, ultima fila a sinistra, di fianco alla finestra.
Una ragazza, stravolta, ne è rimasta incantata.
Proprio lei, che aveva rischiato di essere rimandata in quella materia ogni anno, salvandosi sempre per il rotto della cuffia, lei che odiava aritmetica, algebra e geometria alla morte, e che piangeva di rabbia su quei maledetti libri che le portavano solo delusioni, lei che prima di ogni ora di matematica aveva un groppo allo stomaco, e dopo voleva solo aprire la finestra e buttarsi giù, aveva capito.
Aveva capito, sì, le si era accesa la famosa lampadina, si era aperta la porta, aveva trovato il salvagente a cui aggrapparsi.
Quella ragazza sarebbe uscita dal liceo scientifico a pieni voti, con una seconda prova impeccabile, e si sarebbe poi iscritta alla facoltà di matematica.
Quella ragazza ero io.




[va detto, anche se con poca convinzione: questa è una storia inventata, ogni riferimento a persone realmente esistenti è puramente casuale]

sabato 4 aprile 2009

La Teoria della Farfalla




Consegna dei compiti di filosofia.

La classe è in stato di trauma.

Il professore, seduto sulla cattedra, li guarda nella loro incredulità -quattro?? Cinque e mezzo, tu?-.
Gli alunni chiedono spiegazioni, come mai questa strage prof, siamo tutti insufficienti, ma come, ma cosa, ma perchè, ma...
"Ragazzi, vedete, voi con questi compiti mi avete dato una sorta di dimostrazione dell’effetto farfalla. Sapete cos'è?"

La classe tace.

"Molto brevemente, alcuni scienziati hanno supportato la teoria che dal leggero spostamento d’aria originato dal battito d’ali di una farfalla nel vostro giardino può avere origine un tornado in tutt’altra parte del mondo. Ecco, praticamente nei vostri compiti siete partiti tutti da piccoli errori all'inizio del ragionamento per arrivare a fare un gran casino alla fine del compito."

...La classe non replica.

lunedì 23 marzo 2009

Lunedì mattina



Esco di casa –borsa in spalla, mezza colazione ancora in bocca-, è ancora presto.
Un silenzio mattutino avvolge la via laterale del piazzale di Caripegne –è lunedì mattina-.
Regna un silenzio assonnato.
Un silenzio intorpidito.
Un silenzio che, lo sa anche lui, tempo quattro minuti –sono le setteetrentasei- inizierà a creparsi, per poi distruggersi e disintegrarsi in mille rumori nel caos di quel quarto d’ora –dalle setteequarantacinque alle ottoinpunto, a volte fino alle ottoecinque- in cui le macchine, i motorini, le biciclette e gli studenti vagano allo stato brado nella savana della Via delle Scuole di Caripegne.

Il silenzio intatto si gode fino all’ultimo secondo, coccolandosi nella sua integrità: sembra tutto deserto, le case con le tapparelle abbassate, la strada vuota, i primi raggi di sole che spuntano da dietro le case.
Poi l’orologio scatta: manca un quarto alle otto. I cancelli delle scuole vengono aperti.
L’orda arriva.

Immaginate di essere un tordo: svolazzando e vedendo la via dall’alto, si penserebbe a una statale, a un’autostrada –magari la A4- nell’ora di punta.
Enormi SUV, corriere gremite, motorini moscerini, biciclette pirata, alunni ciminiera girano bloccandosi nel traffico, realizzando ammirevoli concerti di clacson e scampanellii e creando un nuvolone tempestoso di gas e fumo di sigarette che vaga sopra i tetti, oscurando il tenue sole mattutino.
Li osservo, al sicuro sul marciapiede, e cammino verso il liceo.

Generalmente, dalla bolgia di auto incastrate, la prima a farsi notare, in quanto prima causa del mosaico di traffico, è il SUV della mamma ansiosa.
La noti dal fondo della via.
La mamma ansiosa porta il figliolo a scuola ogni mattina, perfettamente puntuale, spesso in largo anticipo, esattamente davanti ai cancelli scolastici della scuola superiore del rampollo.
Si piazza davanti all’entrata con il suo macchinone, ma non si accontenta di scaricare il pargolo in corsa, evitando di fermarsi troppo a lungo per non creare una coda chilometrica alle sue spalle, no.
Lei, prima di lasciarlo andare, raccomanda al piccino di fare il bravo, di seguire le spiegazioni, di concentrarsi, di mangiare la merenda, di non preoccuparsi se qualcosa va male, che a discutere con i professori ci andranno lei e papà.
Per il tutto ci mette un paio di minuti.
Due minuti sono niente, in una giornata.
Due minuti, all’orario di entrata a scuola, e precisamente in Via delle Scuole a Caripegne, sono un’epoca e mezza.
E se per quell’epoca e mezza tu ti fermi in mezzo alla strada con una specie di panzer quattroruote tirato a lucido, crei un intoppo, un intralcio, un blocco, insomma, infogni il traffico per il seguente quarto d’ora.
La mamma ansiosa lo sa questo, ma non gliene frega assolutamente nulla.
Per il suo piccolo, questo ed altro.
Dopo le raccomandazioni –“sssì mamma”- il fanciullo - un metro e novanta di fanciullo per ottanta chili, solitamente tri-bi-ripetente- spalanca la portiera colpendo un innocente studente-pedone ed esce, passo strascicato e spalle curve, dirigendosi in classe.
La mamma resta, sta a guardare il figlio -adorante e silenziosa- finché non scompare inghiottito dalla folla di compagni, ma all’ultimo momento, quell’attimo prima che il suo bambino venga divorato dal portone della scuola, l’istinto materno affiora prepotente, le fa spalancare il finestrino e gridare un “buona giornata, stella!”, per poi rombare via, incarognendosi con il traffico e lanciando le peggiori bestemmie a quelle mamme che si fermano davanti alla scuola per lasciare i figli.

Supero la scuola dove la prima mamma ansiosa della giornata ha scaricato il discendente -un professionale popolato da soli esemplari di adolescente maschio probabilmente umano-, e proseguo inoltrandomi nel cammino e nella folla di studenti che si ingrossa ad ogni metro.

Mentre la mamma ansiosa ricopre il suo ruolo di mamma ansiosa, ostruendo la viabilità stradale, i marciapiedi diventano regno induscusso dei ciclisti –la pista ciclabile è un optional, a Caripegne-.
Felici di non dover combattere con i motociclisti moscerini per la sopravvivenza nell’habitat asfaltato, schizzano a velocità folli per tutti i marciapiedi, scendendo e risalendo a seconda dello scorrere delle auto, rischiando di fracassarsi contro una macchina –in strada- o –sul marciapiede- di travolgere greggi di innocenti studentelli delle scuole medie, ancora ingenui e ignari delle tecniche per evitare i ciclisti killer, quali il muoversi “a muraglia” –spalancare le braccia ed avanzare a passo di lumaca, oppure prendersi tutti a braccetto e costituire una barricata umana occupando tutto lo spazio disponibile -, o, se in solitario, il munirsi di cinque borse e sacchetti –sacca di ginnastica, zaino, borsetta, busta con dizionario ed eventuale seconda borsa per portarsi ulteriori libri scolastici- e quindi rendere impossibile il sorpasso da parte di un pedalante anomalo, impaurito dal rischio di agganciarsi a uno dei vari manici o spalliere delle borse.
Con un balzo acrobatico schivo tre ciclisti, faccio la gimcana per evitare un paio di sportelli automobilistici in apertura, poi –e scusate, eh- inizio a camminare a gambe larghe, stile sceriffo western, gomiti sui fianchi e andatura placida, pronta ad andare letteralmente incontro a qualsiasi ciclista mi si avvicini.
Questo marciapiede è troppo stretto per tutti e due.
E quella che scenderà in strada non sarò certo io.

In eccezionali giornate o orari in cui le mamme-stoppa-traffico non sono ancora posizionate nel mezzo della strada, e quindi la via è ancora libera, i ciclisti sono soliti muoversi in blocco compatto, occupando ovviamente tutta la corsia del senso e muovendosi al rallentatore, sostituendo quindi le mamme ansiose nel ruolo di intralcio stradale.
Sordi ad ogni suonata di clacson, continuano la loro lenta marcia verso le differenti scuole, aumentando di numero di metro in metro, accorpando al branco tutti i ciclisti circostanti.
I motorini moscerini, ovviamente, vedendosi la pista intralciata da esserini più lenti e più piccoli di loro, si inveleniscono.
Non potendo lanciarsi nello stormo di ciclisti e investire l’investibile -causa vigile vigile pronto ad appioppargli una multa da capogiro alla prima infrazione- , il motorino moscerino si imbastardisce.
Simulando un innocente sorpasso –il fatto che sia a destra non modifica la sua innocenza-, cerca di passare a massima velocità alla minima distanza dal manubrio del ciclista esterno, magari tentando di agganciargli la borsa da ginnastica e quindi trascinarlo per qualche metro.
Se in compagnia, i motorini moscerini adottano la tecnica bilaterale: superano in massa, dividendosi metà a sinistra e metà a destra, e stringendo l’informe massa ciclistica e riducendola alla fila indiana.
A quel punto tu li guardi e ridi, perché quei ciclisti là, il giorno prima te li eri trovati sul marciapiede e ti avevano fatto ballare la salsa per evitarli nel loro procedere zigzagato.

L’unico che in strada non risente dell’attacco motociclistico è il ciclista filosofo.
Il ciclista filosofo -a volte uno studente, a volte uno stesso professore di filosofia- vaga distratto e distaccato dall’agglomerato ciclistico su una bicicletta sgangherata che sembra pronta perdere pezzi ad ogni curva, ma che si regge intatta grazie a chissà quale forza divina o fisica.
Impassibile a qualsiasi tentativo di richiamo, appare totalmente immerso nei suoi pensieri –occhi socchiusi e bocca semiaperta che gli conferiscono l’autorevole aspetto di una triglia al forno- e pedala ancora più lentamente del normale, generalmente al centro della strada con moto vario e traiettoria a zig-zag che rende impossibile il sorpasso.
Quando il ciclista filosofo è un professore, il motorino moscerino non si azzarda a tentare di superarlo.
Quando il ciclista filosofo è un coetaneo, il motorino moscerino non si fa troppi problemi a cercare di passare oltre, con risultati immaginabili.
Il punto peggiore in cui ci si possa imbattere in un ciclista filosofo, è la fermata delle corriere navetta, poiché il rischio di stampare la propria faccia sulla fiancata di uno dei grossi mezzi di trasporto è molto elevato.

Ma le fermate degli autobus non sono luoghi minati solo per l’ignaro ciclista filosofeggiante.
Anche io, innocente pedone, rischio di essere travolta in quelle banchine di scarico, quelle valanghe di zaini, quelle cascate di alunni che si precipitano fuori dalle porte –aria!-.
Cariche come vagoni di treni ai tempi delle deportazioni ai campi di concentramento, le corriere arrivano puntualmente in ritardo e in massa.
Alle setteecinquantaude precise, in piazza, le figure di quattro navette si stagliano all’orizzonte.
Una per punto cardinale.
Sento il rombo dei motori alle mie spalle e rabbrividisco, nonostante io sia ormai a metà strada, non lontana dalla mia scuola.
Purtroppo sono ancora troppo vicina al vicolo delle corriere.
Con manovre allucinanti e quantomai aggrovigliate –lunghi bruchi blu e arancioni-, si impelagano tutte per la stretta via che collega il piazzale con la maledetta Via delle Scuole, incolonnandosi e strombazzando, creando un incredibile blocco del traffico di lunghezza impensabile.
Tutto questo è dovuto al fatto che la prima corriera si ferma alla prima fermata: cinque minuti perché tutti scendano.
Nel frattempo le altre tre corriere aspettano diligentemente in coda, e io cammino sempre più in fretta, sentendo l’orda di scaricati alle mie spalle.
Finito lo scarico, la prima se ne va, e la seconda procede oltre la prima fermata per arrivare alla propria, cinque metri oltre la prima.
Altri cinque minuti per lo scarico degli studenti ammassati nella seconda corriera, poi il procedimento si ripete con la discesa dei barbari della terza e quarta corriera, rispettivamente alla terza fermata –dieci metri dalla fermata numero uno- e alla quarta –quindici metri dalla prima-.
Grazie all’invasione degli studenti provenienti dai comuni vicini, il traffico si blocca per venti minuti.
Ovviamente il vigile vigile non può intervenire, in quanto sta sorvegliando i motorini moscerini perché non cerchino di sterminare i ciclisti, filosofi e non.


Dopo essere stati scaricati dai rispettivi mezzi di trasporto quattroruote, noi studenti ci dirigiamo verso le rispttive scuole, mescolandoci e smistandoci mano a mano che procediamo per la via.
Siamo in tanti.
Ma tanti tanti, perché i diversi sindaci di Caripegne dopo Lanzarelli, sindaco negli anni ’60 che fece costruire il liceo, hanno avuto tutti la brillante idea di far costruire una scuola per ciascuno.
E non hanno pensato di costruirle sparse.
Hanno tutti avuto il geniale pensiero di concentrarle in un’unica via, così ora la Via delle Scuole di Caripegne –il cui vero nome sarebbe Via Salenzi- conta sei edifici scolastici, nell’ordine da est a ovest: una scuola elementare, una media, un asilo, un liceo, un professionale artistico e un professionale IPSIA.
La media di alunni per scuola è di cinquecentootto ragazzi.
Capirete che, nonstante le elementari e l’asilo entrino rispettivamente mezz’ora e un’ora dopo i mediani e i liceali, il numero di ragazzi dell’età compresa tra undici e vent’anni vaganti per la strada prima delle otto è esorbitante.
Una specie di orda barbarica che discende dai letti, una masnada di giovani menti pronte a stravaccarsi sui banchi, una torma di teenager armati di zainetto che occupa e popola i marciapiedi, scontrandosi con ciclisti impazziti, lanciandosi nel mezzo della strada per attraversare, scendendo con un balzo dalle macchine in semimovimento.
Un’onda.

domenica 8 marzo 2009

Il laboratorio linguistico del liceo






Al liceo dove vado io, c'è un laboratorio linguistico.
Piccolo, un po' scassato, con poche postazioni, ma pur sempre laboratorio linguistico è.
Fino all'anno scorso il comando assoluto dell'aula era detenuto dalla prof di francese, che quest'anno ha dovuto cambiare scuola per un trasferimento, così ora è in balia del nuovo tecnico.
Il laboratorio era adornato da poster e cartelloni, locandine e manifesti, colorato e accogliente come poche altre aule del liceo sapevano essere, nelle lezioni là dentro ti sentivi in una piccola Francia, allegra e tecnologica, pronta a cacciarti nel cervello una serie di nuovi vocaboli francesi che ti avrebbero perseguitato per tutta la mattina, mentre cercavi di capire da che diavolo di idioma fossero tratti, perchè quello, poco ma sicuro, francese non era.
In ogni caso, quest'anno, per la prima volta dopo il cambio di prof, siamo rientrati.
Il nulla.
Non più un poster, non un cartellone, una scritta colorata.
Muri spogli e grigi ci attendevano, svutotati da tutto il colore e il francese che li adornava.
Dopo il primo shokkante impatto ci siamo seduti ai nostri posticini, davanti agli schermi dei nuovi computer (che la precedente prof si sia portata via non solo i poster [che comunque forse sono ancora lì, arrotolati e sopra un armadio, ma pur sempre lì] ma anche gli schermi?), e abbiamo diligentemente aspettato di cominciare la lezione.
Abbiamo aspettato per un'ora intera.
Il laboratorio era impazzito, straziato dalla malinconia per la precedente detentrice del potere.
Non c'era più una cuffia, uno schermo, un computer che seguisse le istruzioni digitate dalla nuova prof.
Schermi che lampeggiavano e si bloccavano quando decidevano loro, lettori di cassette che si aprivano a ritmo, creando un clac-clac che di inquietante avevano non poco, fischi che partivano da non si sa quale radio nascosta, le cuffie e i microfoni che mettevano in comunicazione alunni a caso, cambiando interlocutore ogni pochi minuti.
Ragazzi, mai fatta tanta vita sociale come in quell'ora.
Ho chiaccherato con tutti i membri della classe, un po' per uno non fa male a nessuno.
A nessuno tranne che al povero nuovo tecnico di laboratorio, Matteo, arrivato quest'anno giovane ed inesperto dopo sei anni passati sui banchi dell'itis.
Un tecnico così coccolo non era mai capitato a nessuno!
Ma povero giovine, oltre all'essere coccolo non capisce una dannata acca di informatica, e l'unica cosa che è riuscito a fare è stata staccare la spina e spegnere il computer centrale.
Lasciando accesi tutti gli altri, che hanno continuato la loro anarchia senza fare una piega.
La prof nuova era esasperata, la classe in giubilio e nel caos!
Che sia stata la prof di prima, che in un impeto di rabbia e invidia verso la sua sostitutrice, abbia deciso di renderle la vita impossibile tranciando qualche cavo e cambiando qualche comando?
O che abbia lanciato un incantesimo?
D'altronde, lo diceva pure lei che aveva poteri paranormali...