domenica 16 marzo 2014
A volte ritornano
mercoledì 16 gennaio 2013
Ti amo, ma non a te.
Parlo piuttosto di cose miei, personali, e scusate il narcisismo.
venerdì 23 novembre 2012
Piedi per terra
sabato 26 novembre 2011
Preludes
domenica 6 novembre 2011
foglie e marciapiede
Le parole girano in tondo nella mia testa come nel discorso di un vecchio, mentre cammino.
Il marciapiede è coperto di foglie bagnate, una schifezza. Ti abitui a camminare a Venezia, e tra ponti e acqua alta pensi di non aver più paura di niente, poi ti trovi su un marciapiede coperto di foglie bagnate e là son cazzi. Mi sento ridicola mentre cammino cercando parti di cemento scoperte dove posare i piedi per evitare di finire col culo per terra. Sai che figura, poi.
Tiro la sciarpa e la aggiusto attorno alla gola. È una bella sciarpa, rosso granata, che non usavo da tanto tempo. Era finita in chissà che armadio, erano quattro anni che pensavo di averla persa.
Mi piace camminare quando piove così. Se ho l'ombrello, ovvio, e una sciarpa attorno al collo. Vado con calma; a zig zag, ma con calma.
Mucchietto di foglie. Radici dell'albero che rompono il marciapiede. Beethoven, nona Sinfonia, terzo movimento. Goccia sulla guancia, lacrima sulla guancia.
Ho i brividi, ma non credo sia il freddo.
sabato 29 ottobre 2011
Buon Viaggio
Il treno arriva in stazione, tre minuti di ritardo.
Ha quell'ombra di nervosismo che le attraversa il viso mentre, prima che le porte si aprano, aspetta in piedi nel vagone, con la borsa in spalla e la valigia a terra; deve “cambiare”, e quando deve “cambiare” l'assale sempre il terrore. Anche se ha tempo, per “cambiare”. Anche se ha, come in questo caso, nove minuti. Sei, considerando il ritardo. Un'infinità, comunque.
Valigia con dentro libri universitari svogliati, vestiti da lavare e un beauty-case ben tornito. Borsa con fotocopie e altrettanti libri altrettanto svogliati, un astuccio, agende, portafoglio, guanti, cappello, telefono, musica, cuffie bianche e abbastanza vistose. Giacca rossa, in lana cotta. Stivali.
È una bella giornata. L'autunno si è finalmente affacciato anche qui.
Le porte si aprono: scende in fretta, impacciata dalla valigia e dai tacchi degli stivali che risuonano in maniera secca e imbarazzante. Nonostante le piaccia -e molto- quel rumore di zoccoli sonoro e pieno, sa che è da considerare imbarazzante.
Per fortuna “il cambio” riesce in modo indolore. L'altoparlante chiama già il treno in partenza non appena i suoi stivali rimbombanti toccano il marciapiede del binario, così lei trotta -letteralmente, trotta; scalpiccio che scalpita di zoccoli sul cemento-, “cambia”, e sbuffa quando finalmente si siede, su quei sedili pieghevoli, blu, da corridoio, davanti alla toilette del vagone, un po' stancata dalle scale.
La guardano, in silenzio.
Lei li guarda. Un po' confusa, allunga l'orlo della giacca sulle calze -ha una gonna corta-, ravvia i capelli, copre le gambe con la borsa. Estrae e indossa le cuffie, sceglie una musica, si concentra su un'agenda.
Il treno sta per partire. Uno sbuffo di fumo entra dalle porte prima che si chiudano, seguito da un vecchio e un forte odore di vino e tabacco. La sua borsa, sportiva e logora, è poggiata a terra vicino al sedile pieghevole davanti alla toilette e sfiora la valigia di lei.
Lui si siede. Cappellino rosso con visiera, giacca a vento blu che lascia intravedere un crocifisso e un mp3 viola al collo. Ha barba e capelli lunghi, viso scavato, occhi fondi e chiari.
“sai, io ho viaggiato molto”
Partiti.
Giacca rossa sposta le cuffie all'indietro e si gira verso di lui. L'ha sentito dire qualcosa, non vuole sembrare scortese.
Il vecchio non la guarda in faccia mentre parla. Cerca di disfare il nodo inestricabile delle sue cuffiette. Unghie lunghe. Continua, ostinatamente, a cercare di sbrogliare il filo nero con una mano sola.
“sai, ho viaggiato molto, e ogni volta i treni hanno qualcosa che non va”
Lei accenna un sorrisino di circostanza, sposta di nuovo le cuffie sulle orecchie, si concentra ancora sull'agenda. Sente qualche altra traccia di parola, guarda alla sua sinistra: il vecchio cerca ancora di snodare con una mano sola, e intanto le parla.
Si arrende; sfila le cuffie e le ripone nella borsa, prende il filo nero dalla mano del vecchio, scioglie il nodo, lo rende al proprietario.
L'autunno scappa, fuori dal finestrino.
Lui le racconta la sua vita, lei ascolta. Gli altri passeggeri li guardano, ogni tanto: un uomo sorride, sprezzante; il controllore, passando, chiede se è tutto a posto; una coppia di ragazze storce il naso. Lei accenna un sorriso, scuote il capo, torna alle parole del vecchio e ai suoi viaggi in America, da ragazzo con due amici con cui dividere le spese; all'incidente che gli ha fatto perdere un braccio, alle maratone e ai self-service made in Italy, ai treni che bucano le ruote e agli spiriti della toilette. Ascolta, senza parlare; lui parla, senza guardare. Un circuito tranquillo di attenzione scorre tra i due sedili, assieme all'autunno, fuori dal finestrino.
La velocità diminuisce, stanno arrivando. Lei non deve “cambiare”; stavolta è arrivata.
Si alza, Devo scendere.
Il vecchio continua a parlare, imperturbabile. Il filo del discorso è aggrovigliato dall'alcol, i ricordi e la vista offuscati dagli anni. Quando il treno si ferma il tono di voce si abbassa lentamente. Alza gli occhi.
“grazie”
un sorriso breve, la gente spinge per scendere.
Lei scende, trascina la valigia e si ferma dietro la linea gialla, un po' in disparte.
Il treno riparte mentre si gira a guardarlo.
Buon viaggio, pensa.
Poi esce dalla stazione, borsa in spalla, i tacchi che risuonano nel silenzio della sera.
venerdì 12 agosto 2011
rosa senza spine
Una rosa -solo un euro, solo un euro- viene estratta dal mazzo, passa di mano contemporaneamente all'euro -una rosa, una rosa- dissepolto controvoglia da una comoda tasca dei pantaloni.
Il venditore sparisce, va ad incollarsi a un gruppo di turisti.
Una rosa un euro... E adesso cosa me ne faccio di
A Venezia è sera, i contorni delle case sono sfumati dalla foschia, le persone si accalcano nelle calli verso la stazione, sciarpe coprono i nasi arrossati dal freddo, lui tira su il bavero del cappotto, sta rosa in mano, un euro buttato al vento, non posso neanche infilare le mani in tasca, adesso la butto via, sta cazzo di rosa..
Una ragazza arriva dal senso opposto, frettolosamente, ha un cappotto di lana cotta rosso, e le scarpe che sbattono sul marciapiede, delle scarpe così inadatte, ma si può, a Venezia con i tacchi, ma dai...
Poi un baleno nella mente
"Signorina! Signorina!"
La signorina alza gli occhi e sfila un cuffietta dall'orecchio, rallenta, e nel momento in cui si ferma
"Signorina, ecco, tenga"
Con un sorriso veloce le infila la rosa in mano, la supera e va avanti per la sua strada, velocemente, senza fermarsi un attimo più del necessario. Caccia le mani in tasca e si dilegua nella foschia e nella folla serale, la testa sprofonda tra le spalle.
Lei resta con la rosa in mano, si gira, un po' spersa, lo cerca con lo sguardo ma già non lo vede più; ma com'era fatto, che viso aveva? Chi era?
Ricomincia lentamente a camminare verso la stazione; rigira la rosa tra le dita guantate di azzurro, scorre il gambo senza spine. Cerca di ricordarsi almeno gli occhi del Signor Qualcuno che le ha regalato una rosa rossa e si è dileguato. Magari sarebbe stato l'uomo della sua vita! Si sarebbero incontrati ancora, magari in un posto totalmente diverso, lui l'avrebbe riconosciuta e l'avrebbe fermata, e si sarebbero baciati, alla luce di una luna tonda e bianca, unica testimone di un amore impossibile, e lei avrebbe scoperto che
Mentre continua a camminare, con la felicità che le aleggia attorno e la spinge nelle salite dei ponti in quella sera veneziana così stanca, annusa la rosa. Non ha profumo.
Si ferma, guarda il fiore che tiene in mano, ed è solo una rosa sgualcita e brutta.
La getta nel canale, e continua la sua strada, senza fermarsi ancora.
sabato 21 maggio 2011
Giornata

Mi manchi, Dio sa quanto mi manchi.
Svegliarsi la mattina, addormentarsi la sera, ed avere un unico pensiero; stomaco che si torce, pieno di farfalle che lo torturano senza tregua.
Sette del mattino: giù dal letto, barcollando; e ti penso.
Acqua sul viso, vestiti sulla pelle. Lo specchio mi rimanda una bocca rassegnata, senza la forza di sollevarsi. Cerco di non guardarlo mentre finisco di truccarmi: devo pensare a me. Andare avanti. È mattina, una giornata nuova e intatta.
Scendo, e già il caffè è più amaro del solito, mi macchia le labbra. Le lecco, mi sembra di sentire il tuo sapore. Mi manca da morire.
Metto la tazzina nel lavandino, ed esco.
Poi rientro, ho dimenticato la borsa. Ho la testa obnubilata.
C'è il sole.
L'una di pomeriggio: fuori dalla classe, corridoio, passi lenti e strascicati, mentre attorno scorre uno scenario di cartelle e magliette a maniche corte, registri e fogli protocollo, polvere di gesso e tappi di penne.
Cuffie nelle orecchie; mi rubi me stessa, ti porti la mia anima con me, lontana. Mi rubi la mente. Mi rubi le forze.
E io perché non posso rubarti?
Io posso aspettare.
Continuo a camminare verso la macchina, e un po' mi gira la testa.
Posso pensare. Posso piangere addirittura, ma non ne vale la pena, su.
Il tempo passa in fretta. E poi tutto sarà finito, e nascerà una nuova me. Una me migliore.
Pranzo a casa, leggero. Poi nausea, la pancia si ribella, e ancora giù di caffè, mio unico appiglio. Amaro.
Ancora te, martellante te, perseguitante e proibito.
Ancora nausea.
Vado a correre, vado a liberare la mente.
Le dieci di sera. Finire il pomeriggio è stata un'impresa. E non è passata neanche una settimana. Mezza, appena. Che incubo. Io? La maturità? In questo stato?
Ma ne vale davvero la pena, allora? Ma chi sono, io, per ridurmi così? Ma lo voglio davvero? Ma perché? Ma perché no?! Ti voglio. Valà, ti voglio, sì...
Cosa dico... Mi fai delirare, vedi?
Mi giro e rigiro sul letto, un cigolio dal materasso, sì, ne vale la pena, sì, io sono forte, io resisto, io passo oltre e tengo la testa dritta e alta, e io
e io
e
…
Dieta di merda, io senza zucchero non resisto.
lunedì 28 marzo 2011
Gelato al pistacchio

Costituisce un interrogativo interessante il fatto che, in una famiglia di mangiatori di gelato dove l'unico gusto non tollerato dal palato di nessuno è il pistacchio, famiglia quale Happy Family è, l'unico gusto della vaschetta che non cementifica un secondovirgoldue dopo averla riposta in congelatore è proprio il pistacchio medesimo.
Capirete che, in un momento di fame assassina fuori pasto che ti porta a spalancare il freezer, desiderando fortemente una coppetta di rinfrescante crema gelato, ciò possa essere seccante.
Quando, in un afoso dopocena estivo, Mr HF fu per la prima volta costretto ad abbattere la sua voglia di gelato al cioccolato a causa della glaciazione avvenuta all'interno della confezione in polistirolo, la sua deduzione fu che il frigo era evidentemente rotto.
Venne quindi chiamato un tecnico specializzato, il quale dopo lunghe ore di lavoro e minuziosa analisi dell'elettrodomestico, rilasciò un salato conto da pagare e il verdetto che tutto funzionava come doveva funzionare -perfettamente-, e a dimostrazione di ciò estrasse la confezione di gelato dal freezer e se ne servì una generosa porzione. Escludendo il pistacchio.
Soddisfatti del risultato, i signori HF pagarono la parcella, finirono compiaciuti i resti di gelato -lasciando il pistacchio- e andarono subito ad acquistarne una monumentale vasca dalla gelateria vicina, chiudendola in freezer e predisponendo di mangiarla dopo pranzo, per festeggiare la riparazione del frigo.
Mi pare completamente inutile riferire che, terminato il pasto -leggero, proprio per poter gustare a pieno il dolce ghiacciato- e giunto l'atteso momento, la confezione rivelò delle ordinatamente disposte palle di marmo, eccetto un'unica porzione che con verde sorriso mellifluo manteneva una morbida consistenza da dessert al cucchiaio.
Si vide il sorriso spegnersi sulle labbra degli HFs; un secondo dopo, la madre rientrava in cucina mettendo sul fuoco una pentola d'acqua per preparare una seconda porzione di pasta per ciascuno.
Quella notte, mentre il silenzio intorpidito del sonno regnava nella casa, Mr HF scese circospetto le scale in camicia da notte e si chiuse in cucina. Prese la vaschetta bianca che riposava tra i ghiacci e la posò sul bancone. La aprì.
Il pistacchio lo guardava, mentre le altre sfere giacevano ibernate.
Attese. Passarono dieci lenti minuti, ma non ci fu la minima variazione nella consistenza del dolce, che si mantenne a ranghi serrati e indissolubili.
Mr HF prese un cucchiaio, e tentò invano di profanare la ferrea disposizione delle palle dalla consistenza di cemento armato.
Il cucchiaio si piegò.
Infervorato dall'esperimento andato male, fu dunque il turno di una forchetta, di un coltello, di un machete, di un batticarne, di uno stuzzicadenti ed infine, arrivato ad un livello di nervosismo a limiti estremi, di un phon. Tutti gli alleati caddero in battaglia.
Allora, pensando di sfoderare il suo asso nella manica, Mr HF ripose il contenitore in microonde, selezionando la modalità “scongelamento”; il microonde si fuse, ma nessuno il mattino seguente osò domandare cosa fosse successo.
Si percepiva dagli sguardi, si annusava nell'aria: era guerra.
La notte seguente fu il turno di Mrs HF.
Approdò al frigorifero armata di scalpello e martello, più un occasionale cacciavite, e si riecheggiò un rumoreggiare da officina per un quarto d'ora, interrotto da occasionali esclamazioni irripetibili ed eventuali sbuffi o cadute di attrezzi.
La mattina, nella confezione di gelato tutte le palle erano separate le une dalle altre, i ranghi erano stati tranciati da duri solchi, ma erano ancora saldamente incatenate al contenitore. Ma un passo avanti era stato fatto. E fu quel pomeriggio che Miss HF, armata di seghetto, si insinuò nella dispensa.
Accertatasi di non poter essere scorta da nessuno, si chiuse dentro, e prelevò dalla ghiacciaia la vaschetta, che constatò con gioia essere in polistirolo.
Armata di pazienza certosina, sventrò il contenitore, seghettando via attentamente i pezzi di materiale dal gelato, riponendo le palline in una terrina di emergenza, tutte, eccetto una sfera al cioccolato: questa fu portata via, e mangiata con soddisfazione in un crocchiare di ghiaccio che mano a mano si sciolse.
Uno a zero per Happy Family. La vittoria era vicina.
La resistenza glaciale non durò ancora a lungo: merito dell'unione delle menti obnubilate e infervorate dall'astinenza da gelato, fu escogitato un piano infallibile, presto messo in atto con successo.
È dunque entrata in uso da un certo tempo a casa Happy Family una curiosa abitudine, che si presenta ogniqualvolta l'impellente necessità di gelato emerge prorompente nelle viscere di qualcuno.
Tale pratica consiste nel posizionarsi nelle vicinanze del freezer, e con voce tonante esclamare: “AH! Come vorrei una bella coppa di gelato al pistacchio!”. Aprendo lo sportello, sarà matematicamente certo che il gelato di qualsiasi vaschetta sarà ora morbidamente pronto ad essere scucchiaiato e assaporato, ad eccezione del pistacchio, che avrà raggiunto la durezza di un diamante.
È però evidente quanto cotanto metodo necessiti ancora di qualche perfezionamento, in quanto, soprattutto in presenza di ospiti, può risultare non poco imbarazzante e bizzarro.
Nel mentre noi di Happy Family si medita, potrebbe qualcuno gentilmente dirmi come possa essere possibile rubare del gelato di nascosto quando prima di poterlo fare è necessario mettersi a declamare in tono liricamente sonante il proprio amore per il verde gusto gelato?
mercoledì 16 marzo 2011
Le Voci Fuggono

La malga abbandonata, avvolta nel silenzio di voci fuggite e soffocate dal tempo, riempita di ricordi, passati, segreti. Il cigolio della porta ne dissacra il silenzio. Tra le pareti scrostate -la calce sporca che le imbianca ormai cade-, affiancate da cianfrusaglie polverose, risuonano silenziosi i momenti trascorsi, riso di ragazzo, sogghigno di donna, sospiro di amante; il tonfo di un piede maldestro, l'inciampo in una frase, un polverone grigio e affannoso di suoni e rumori, ma soprattutto voci, voci che ora fuggono il tempo e il rimpianto del passato, scivolando nell'aria intorbidita dall'oblio.
La porta sfondata dall'esercito barbaro dei tarli si richiude alle spalle con un cigolio; un tonfo leggero, ed è il buio, spezzato da tenui raggi di luce irregolari che penetrano le assi marce del soffitto, donando un'aria stregata di magia, brivido di pericolo addolcito dalla curiosità.
Le voci sommergono l'ascoltatore che invade la sacralità offuscata della vecchia stanza, lo intrappolano in un rete di sussurri, una tela di ragno invisibile, ma fuggono l'orecchio che cerca di seguirle, fuggono, si riparano, le voci fuggono, riservate, timide a conservare vergini i ricordi perduti, fuggono. Poi un passo all'interno, e la realtà è persa irrimediabilmente, permane solitario un corpo circondato dalla polvere del passato, tra i pensieri accatastati come le cianfrusaglie inutili, testimoni di memorie che nessuno reclama.
Un pianoforte, al centro della malga. Vecchio Bechstein, anziano e abbandonato, come il luogo che lo ospita. La polvere ne copre il coperchio e i tasti, polvere di anni trascorsi senza soccorso e senza più musica, che ormai tace imbavagliata tra le corde, prigioniera del nulla, muta.
I piedi dello strumento, intorpiditi dagli anni, sono immersi al centro di un basso specchio d'acqua rettangolare, acqua nera che riflette il soffitto e i suoi punti luminosi. Il seggiolino attende al bordo, ancorato da una gamba rovinata, asciutto e polveroso di quegli eterni giorni solitari che ossessionano la malga e i suoi ricordi. Ci sale. I piedi sfiorano l'acqua scura. Piccole onde concentriche a quel tocco.
Il seggiolino vascello parte, molla gli ormeggi e lascia il bordo, mentre le voci lo seguono, fiancheggiano la sua rotta sfrecciando come sirene urlanti, ululando tacite e arrabbiate per difendere intatto il loro granitico silenzio.
Approda allo strumento, e un flebile raggio di luce scivola fino alla tastiera. Si gonfia, fino a diventare un cono di sole bianco che traspira la polvere sottile dell'abbandono, e come un vecchio riflettore la illumina debolmente.
La tastiera coperta di sudicio luccica flebilmente negli strappi d'avorio scampati allo sporco.
Una nota scordata risuona tra le pareti, rimbalzando nella pessima acustica di quel luogo dimenticato da dio. Si perde lentamente. Un attimo di silenzio, anche le voci tacciono, e poi il suono riecheggia ancora dalla pancia del pianoforte, ed è l'inizio di una fuga a tre voci di Bach. Lo sviluppo delle parti sopraggiunge veloce, una solida rocca di note si costruisce dall'intreccio delle voci, saldamente puntellate ai tasti per non sfuggire e non cedere all'attacco del tuonare dei ricordi, che in un turbine avvolgono strumento e musicista, e come vascelli spettrali danno inizio alla battaglia. Il comandante avanza, al seggiolino, senza paura sostiene le sue parti bachiane che cantano mescolandosi nell'abisso polveroso, mentre la fuga è trafitta dagli strilli ossessivi e silenziosi di un turbine, ma procede incorruttibile, seguendo la sua melodia complessa.
Il turbine si fa spirale che investe lo strumento -onde concentriche e disturbate tremano ai suoi piedi-, mentre le voci fantasma lo bombardano di strilli perforanti, ma ormai la fuga sta terminando intatta, le voci non sono fuggite imitando le altre, il suono non si è perso tacendo il pianoforte ancora in un vuoto silenzio imperscrutabile, sono i fantasmi a fuggire mentre l'accordo finale si avvicina maestoso, il trionfo delle tre voci bachiane,
/la porta si apre, fiume di luce limpida che invade uno spicchio di stanza “Anna?”/uno sguardo attraversa il buio polveroso/
l'ultima battuta scivola nell'accordo. Le voci riposano, vittoriose.
E il pianoforte, in un'elegante piroetta elevata al cielo, si solleva dallo specchio d'acqua, fugge e svanisce nell'aria accompagnato dai ricordi del passato. Resta il vuoto, e una persona alla porta socchiusa. Dal soffitto spezzato fuggono le voci e i ricordi.
Le voci fuggono.
lunedì 1 novembre 2010
Primo Novembre
Primo novembre.
Sto suonando da ore.
Ore e ore e ore e ore seduta al seggiolino del pianoforte dello studio, battendo, sbattendo forte i tasti con le mie dita lunghe e allenate dallo studio, ma niente. Neanche stavolta.
Anche se, incatenata a sedere, continuo la mia esecuzione, lo scoraggiamento inizia a spandersi dentro me, come ogni volta, come ogni anno. Lo si vede: nero, questo sentire crudele e ostinato che scende piano nel corpo, come un fungo di inchiostro in un bicchiere d'acqua.
Ma avanti sempre. Mi sentiranno. Note su note, cascate di note, fiumi che debordano di note, alluvioni di note con bombardamenti di pedale, le braccia indurite, le dita esauste.
Poi, la porta si apre!, e mio padre entra nella stanza, gli occhi chini su un foglio di carta, passo lento assorto nei suoi pensieri.
Un esplosione di calore freddo nel petto e nella pancia!, perdo il fiato, e con un sussulto continuo il mio suonare, dimenticando la stanchezza: bombardo la tastiera di accordi, facendo scoppiare quell'illusione felice che mi cresce di nuovo, veloce, e risuona sui tasti la risata che mi esplode in bocca, in scivoli di scale cromatiche, e virtuosismi sciocchi per quella speranza felice che è tornata, mi risucchia l'ingannevole esultanza della possibilità
passi fino allo scaffale,
fruga nei cassetti alla ricerca di qualcosa, occhi fissi nel materiale
Non ti sente, non ti sente, non ti sentirà: lo scoraggiamento continua la sua opera
E la risata si inizia a spegnere, rapita dalla consapevolezza, ma la forzo: diventa meccanica; la rassegnazione striscia subdola a rimpiazzare la gioia. Cerco di proteggerla, nucleo di forza che ancora brilla, assalito dal nero carbone nero; l'aspettativa silenziosa si spegne, ma io continuo, continuo, testarda, e cerco di spegnere il dubbio, cerco di negare l'evidenza, contrastando il nero che si sparge dentro di me, combattendo una battaglia vana, uno scontro selvaggio e disperato, con la furia di chi sa che ne uscirà sconfitto
Senza tregua, sbagli, errori, la musica non si arresta, non si placa, perde il tempo, selvaggia e disperata, incessante nella fuga dalla realtà, spietata realtà, la melodia soffre e strilla di questa tortura brutale, ma non l'ascolto, e continuo, continuo, continuo, continuo
Si gira un attimo, distratto, verso il pianoforte nell'angolo.
Luce spenta da tanto su quella tastiera muta e impolverata. I libri ancora lì, mummificati nel tempo che passa. Uno era nuovo; è ancora chiuso, intatto. Il seggiolino su cui nessuno si siede, da allora.
È passato tanto tempo.
Un sospiro, poi gli occhi tornano nei cassetti
E la speranza si tramuta in un urlo, sopraffatta dall'angoscia
le dita, bianche, cercano ancora la tastiera d'avorio, scomparendo centimetro dopo centimetro, i polsi, le braccia
Non c'è più niente alla tastiera.
Passi lenti, la porta si richiude.
Silenzio.
domenica 24 ottobre 2010
Dieci di sera, strada
Asfalto. Linea continua, linea spezzata.
Limpida trasparenza di luna a inondare l'aria.
Dieci di sera, sulla strada.
Pedala, pedala, pedala sulla bicicletta bianca, vecchia bicicletta un tempo della mamma. Sciarpa annodata che copre il naso, naso freddo d'autunno.
La ruota scorre, nero nel nero, asfalto nella notte, copertone nell'asfalto, nero nella mente e nel petto, nero che si scioglie in catrame, in sangue che non scorre, pietrificata in una tristezza di pesante depressione.
La mente scivola, i pensieri si mangiano la coda, risuonano nella mente ululando.
Gli occhi scappano sulla strada; rapidi fuggono alla luna, bevono la luce che si specchia nelle pupille.
“signora luna, che mi accompagni, per tutto il mondo”
voce sommessa e fiato spezzato dalla corsa
“puoi tu spiegare, qual'è la strada, che porta a me”
risuona debolmente nella strada deserta, rimbalzando sugli specchietti delle automobili ferme al buio dei lampioni spenti
“non me ne venga, signora luna, se non ho amato”
memoria che vacilla, la canzone serpeggia tra i versi disordinatamente
e poi ricomincia
“signora luna, che mi accompagni, per tutto il mondo”
rauca e bassa
la luce è riflessa dall'acciaio del manubrio. Pare un fantasma scuro, perso nella periferia della città, circondata da quella strana luce notturna, un'aura debole attorno a lei.
Pedala pedala pedala
la luna nascosta dietro un albero, il buio. Splendore spento.
due fari senza precedenza, veloci, troppo veloci
Asfalto.
sabato 9 ottobre 2010
Coscienza
domenica 12 settembre 2010
Dalla finestra della camera, la luce di un lampione. Il silenzio della notte.
Non la disturba un ronzio di zanzara, non il russare dalle stanze vicine, non il rotolante fruscio delle foglie in giardino.
Gli occhi, gli occhi si spalancano da soli. La mente non si vuole spegnere; nel momento in cui si inizia ad assopire, ecco che il pensiero ritorna, esplode nel cervello in mille frammenti che si conficcano nella testa, il dolore che si riapre, gli occhi scattano, aperti, annegati di lacrime asciutte.
Mai fissato il soffitto così a lungo, pensa. Mai l'ho odiato così a fondo. Trave, legno, trave, legno, trave, legno, nodo sul legno, trave, legno, trave.
Buio.
Ti odio, ti odio, sparisci dalla mia testa.
Come io non ci sono nella tua, ora,
come non ci sono mai stata,
come non ci sarò:
così sparisci senza lasciare traccia, vattene. Vattene
Preme un tasto della sveglia, l'ora si proietta sul muro in laser rosso tecnologico: mezzanotte è passata da molto. Una macchina passa in strada, con calma.
Non la tiene sveglia una canzone che le gira in testa, non è il caldo o il freddo, non è il letto scomodo.
Scivolano le pupille sulla stanza, sul soffitto.Si gira verso il muro, sposta il cuscino, lo rimette a posto bruscamente, si gira ancora, e ancora. Soffitto.
Chiude gli occhi.
"Conta le pecore, pensa a tutto quello che hai fatto durante la giornata, ai particolari, cerca di ripassare quello che hai studiato, rilassati per addormentarti."
Ma la mente divaga, si sposta ancora -cosa starà facendo? Cos'avrà fatto oggi?- e ritorna ad ogni suo ricordo, gli occhi si riaprono, due oblò nella notte, sbarrati. Bocca in giù, occhi in su, il soffitto la guarda. I ricordi la circondano.
Un ti odio altalenante, sempre meno convinto, fino a contorcersi in una domanda.
Ti odio?
Retorica, non è vero?
Una finestra si illumina, lontana. Un gatto in strada rovescia un bidone di bottiglie.
Non la distrugge un rimorso, un rimpianto, uno sbaglio passato.
Gli occhi seguono il filo di un pensiero, uno solo!, che tormenta e non lascia, che scivola nella tua ombra seguendoti costante. Ti risveglia al mattino e ti disturba la notte, notte sola e triste.
Guarda ancora il maledetto soffitto.
"Cadi, dai, cadi" lo sfida "La facciamo finita, così. " solo una tempesta di esagerazione, tanta scena per niente. Niente? Niente non è niente.
Ma ancora quel tormento ritorna, e la contorce dentro, stomaco, cuore, mente in un nodo armato.
Manca, manca. C'è qualcosa che manca. Qualcuno.
Il soffitto è lì.
Occhi aperti.
Il momento prima di esplodere, un secondo prima di iniziare a piangere come una bambina, un attimo prima di sfinirsi, allunga la mano e afferra da uno scaffale una grossa rana di peluche, morbida.
La abbraccia, il mento su uno sferico occhio di vetro. La abbraccia e la stringe forte.
La rana la consola con il suo sorriso cucito e la sua pancia di imbottitura. I suoi occhi duri e luccicanti spalancati al posto suo.
Piano piano il pensiero si addolcisce.
In fondo sa che dev'essere così solo perché sta crescendo.
Piano piano si addormenta, il peluche stretto a sè.
mercoledì 14 aprile 2010
Il Rapido
Il rapido va: slitta, scivola, binari, terra, sassi, case, tutto passa e svanisce, non perde un attimo. Attorno a lui c'è una giornata che si sta svegliando, ma il rapido non si ferma, non si arresta, corre, scappa, fugge. Velocità costante, sfreccia senza posa, corre senza pausa, scappa dalla stazione precedente, poche curve, linee rette, fugge appiattito al suolo per non sentire il vento che gli soffia contro, corre, scappa, fugge. Macchine come topi impazziti, nelle corsie delle strade vicine ai binari ansimano al suo fianco per stargli al passo, ma il rapido corre, scappa, fugge.
Sono le sette di mattina, il convoglio è abbastanza pieno, riempitosi in fretta alla stazione nella pressione delle valigie attraverso le porte, il caos del ritardo, la corsa contro il tempo per saltare dentro e non rimanere a piedi; nella carrozza di seconda classe c'è qualche posto vuoto, prontamente occupato da bagagli a mano degli altri passeggeri.
Qualche altro posto resta libero, nella carrozza di seconda classe. Il treno è partito precisamente alle 6.43, con dieci minuti esatti di ritardo.
Ora corre. Scappa. Fugge.
Lei gioca con l'anello al dito, lentamente. Guarda fuori dal finestrino -vetro graffiato di scritte oscene-, alla sua sinistra, seguendo placida dei residui dei sogni della notte precedente, ormai irrimediabilmente spenti e sgretolati, i loro frammenti volano fuori dal finestrino, risucchiati dall'aria vorticosa. Il cerchio d'argento, liscio, si avvita sulle falangi, scende e risale, ma non si sfila mai.
Lo sguardo di lei si dirige lontano, dove la lentezza dell'interno del rapido è pari a quella dalle montagne appena visibili nella foschia del mattino: macigni immensi che scorrono con la tranquillità della vecchiaia e la saggezza della vita vissuta. Per quanto il rapido scappi, il paesaggio è lo stesso per chilometri e chilometri, lo segue da lontano in uno sberleffo minaccioso. Nel mezzo, tra l'interno del treno e il paesaggio discosto, le cose strisciano via in una frazione di secondo: le case, gli alberi, persone, animali, campi, così piccoli e giovani di fianco alle montagne, loro sfrecciano seguendo il treno, scappano con lui, svaniscono in fretta come vanità umane. Il paesaggio lontano e saldo resiste, accompagnando il viaggiatore per chilometri. La terra rimane, il lontano non si raggiunge mai: si segue per un tempo infinito, ma lontano è, e rimane lontano. Poi a un certo punto -è un attimo- sei là, ed è finalmente vicino, e per poi sparire anche lui, dal finestrino del rapido che corre senza posa.
Pigramente una mano di passeggero passa su una pagina, seguendo le parole svogliatamente. Il libro posato sulle ginocchia pare eterno e destinato a non finire mai.
Un'altra mano, qualche sedile più in là, distratta carezza i capelli e una guancia a un bambino assonnato. Le dita scivolano lente, la pelle è morbida. Due fratelli, vanno a trovare il padre. La mamma non viene.
Una terza mano scivola sul vetro del finestrino, lenta, sciogliendo il vapore che si è formato per il freddo della mattina di Gennaio. Togliendo quella cortina di bianco, si scorge la rapidità delle cose che scivolano, un buco sulla velocità, uno sguardo al mondo là fuori, teso e scattante, mentre dentro tutto è allentato nella lentezza all'interno del rapido.
Il torpore rilassato di un addormentato abbandonato sul sedile, bocca aperta, respiro regolare. Emana lentezza dal sonno del viaggiatore esausto, uno stagno nero in cui sprofonda senza sogni né coscienza.
Fuori il sole -lontano, più lontano delle montagne- inizia a sorgere, ed è sfinente quanto sia millimetrico il suo salire, senza fretta, mentre il treno non si ferma ad ammirarlo e lo nasconde dietro le case che sorpassa, allineate e lontane dai binari, allineate e davanti al sole che sorge, lento. Colore sanguigno.
Dei passeggeri lo guardano, e per chi ha fretta di arrivare è esasperante il tempo che non passa, è logorante per chi legge i secondi dal quadrante dell'orologio, aspettare le ore per finire questo viaggio, ore che non passano, che si trascinano nella lentezza all'interno del rapido.
Una penna annota qualcosa su un'agenda. Inchiostro nero, foglio bianco a righe, indica una data di qualche anno passato. Lo scrittore si guarda attorno, svogliatamente, annota e si riperde a contemplare il paesaggio -il sole è ormai sorto- e i suoi compagni di carrozza.
Il controllore passa, trascinando un po' i piedi per l'intontimento stanco del mattino. La borsa gli sbatte su un fianco, mentre avanza chiedendo i biglietti, lento e stanco nella lentezza all'interno del rapido.
La lentezza del distratto che rinviene, del filo di pensiero che si taglia e ondeggia nel vuoto come un filo di ragnatela, per tornare alla carrozza di seconda classe e cercare il biglietto nella borsa.
La lentezza della pazienza di chi ha trovato un compagno di viaggio chiacchierone, pronto a raccontare in ogni particolare la vita, sua, della famiglia e del paese da cui proviene.
La lentezza dello sfiorire di tutti, secondo dopo secondo, mentre a bordo del rapido fuggono dal passato.
La lentezza di un attimo, in cui tutto si ferma.
La rapidità dello schianto.
martedì 5 gennaio 2010
Maturità Immatura
Trovava immaturi i suoi coetanei: gli adolescenti. Era una cosa che le capitava da sempre, anni e anni di giovinezza a osservare gli amici e trovarli irrimediabilmente infantili, comparandoli continuamente con i suoi miti di perfezioni e esempi di comportamento: gli adulti. I genitori, gli amici, i nonni, vari membri della famiglia, scrittori, giornalisti, professori, personaggi che vedeva per strada, nei film, che leggeva nei libri, persone con cui parlava alla fermata del bus, genitori degli amici. Gli adulti, insomma. Modelli senza difetti che si era prefissata e che voleva raggiungere.
Cercava di imitarli in quella loro maturità, ma nonostante il tempo passasse, gli anni si sommassero e lentamente la maggiore età sopraggiungesse, ogniqualvolta si trovava a confrontarsi con un intimidatorio e puntualmente impeccabile essere adulto si sentiva la bambina della situazione: troppo impreparata alla vita e poco saggia. Non capiva di crescere e che, in fondo, maturava veramente anche lei.
Allo stesso tempo continuava a sbirciare ai comportamenti dei coetanei, trovandoli come sempre infantili. Poi si voltava dall’altra parte, sospirando dietro ai suoi sogni.
Un giorno, a venticinque anni, si accorse di essere cresciuta. Di essere un’adulta anche lei, voglio dire.
Era un’affollata mattina primaverile, in autobus, quando guardò agli uomini e alle donne che la circondavano. Era già qualche tempo che ogni volta che aveva qualche contatto con questi nuovi adulti aveva un senso di fastidio, un qualcosa di noto ma che non ricordava, qualcosa che la faceva sentire fuori posto e –vergognosamente- altezzosamente superiore. Le pareva di averla già provata, quella sensazione, ma non riusciva a capire quando e perché.
Osservò a lungo e cercò di ricordare, insomma, sbirciando di sottecchi, anche apertamente, e dopo un po’ capì.
Prese un respiro, alzò lo sguardo, e si accorse che come era stata abituata a fare con tutti i suoi coetanei in qualsiasi momento della sua vita, guardava agli adulti e li trovava estremamente infantili.
martedì 24 novembre 2009
Chaos
Sì mamma torno tra/ hai preparato il pranzo?/sì, sono sull’autobus adesso, ma c’è un casino/ scusi/attento!/il mio piede!/ ehi!/ giovanotto, mi lascerebbe/ si scende/ veloce, dobbiamo scendere a questa/ ma guarda che razza di cappello/ un collo lunghissimo/ sale!!/ ehi!
Il caos.
Sull’autobus –linea S- regna il caos: ora di punta, borse della spesa, studenti, valigette, fogli e appunti, biglietti scivolano dalle tasche, dalle mani, è anche caldo, gente sudaticcia, persone fradice, puzza, profumo del tramezzino che una ragazza sta mangiando –una borsa sportiva ai suoi piedi, con una mano appesa alla maniglia, tuta, pare stia tornando dalla palestra-.
Un vecchietto seduto, giornale in mano, si guarda attorno, un po’ seccato da tutta questa confusione.
Un ragazzo balza sull’autobus, di fretta.
Si insinua tra le persone, alla ricerca –vana- di un posto a sedere. Schiva una sporta colma di verdure, si acciacca il fianco sinistro sbattendo su uno zaino imbottito di libri, vaga faticosamente per il bus –linea S, ora di punta- realizzando che il posto non c’è. Ma ancora una speranza, solo una speranza ancora: quel vecchietto, là, pare si stia preparando a scendere-.
Si precipita, spintonando, una mano a reggere il cappello –strano, il cappello: un lungo nastro che pare un cordone a decorarlo, colore insolito, materiale particolare, appollaiato in cima a una testa che pare vacilli dall’alto di un collo di lunghezza infinita-, l’altra allungata già verso il posto, pronto a balzarci sopra, sedersi, ah, riposo.
Si arresta, si gira, scocciato
scusi sa
all’uomo alla sua destra, cappotto formale, valigetta seria, cappello banalmente ordinato in cima a una testa pettinata e ben salda sull’estremità di un collo taurino.
cosa vuole
lei mi ha urtato
prego?
lei-mi-ha-urtato, volontariamente, oserei aggiungere, e mi ha colpito a un fianco
lei si sbaglia
no, l’ho vista: mi ha visto arrivare, ha fatto un passo indietro con
finta aria distratta,
e appena sono passato mi ha infilato un gomito tra le costole!
Guardi, signore, forse lei si confonde
No, caro mio! Mi hai appena cacciato un tuo stramaledetto
gomito tra le costole.
Ascolta, amico, dammi un motivo per cui dovrei piazzarmi su un autobus
A fare attentati alle costole di ragazzini che sgomitano per cercare un posto, e
No, ascolta tu “amico”: mi hai urtato, mi hai fatto male Abbia
perlomeno la buona grazia di chiedere scusa!
Ma neanche per sogno!
Lei è un cafone,
mi chieda scusa immediatamente!
Senti: tu adesso taci, chiudi la bocca, la pianti di strepitare, d’accordo?
O io prendo il tuo collo spaventosamente lungo e lo annodo per bene a quel
Lampione laggiù, intesi?
Il bus frena. Il vecchietto si alza lentamente, il suo giornale sottobraccio, cappello in testa –senza cordoni- giacca in tweed e pesante montatura di occhiali.
Il caos nel bus si ferma. Nessuno si muove o parla. Silenzio.
Ha un’aria pacifica punzecchiata da uno spruzzo di divertimento nascosto nella saggezza degli occhi. Guardava lo scambio di opinioni dei due, spassandosela un mondo. Forse più che la discussione lo faceva ridere il ragazzo –uno strano ibrido di giraffa e uomo con un cappello strambo appollaiato in testa-.
Il mondo è ghiacciato. Immobilità.
Silenzio, più silenzio che prima. Il tempo si è fermato. Il vecchio sorride.
Si fa spazio tra la gente, con la calma pacifica abituale. Ora scenderà, appoggiandosi alla porta del bus. Si guarderà intorno –l’autobus parte, e a bordo tutti si risvegliano, un secondo e niente è successo, il bus non si è mai fermato, il caos, la confusione, alta voce, tutte le voci parlano di una voce sola, tutti i rumori rumoreggiano, urla, le telefonate, i cellulari che trillano, il caos- e andrà in cerca di una panchina al parco –cerca solo la tranquillità-. Non dovesse trovarne, si sposterà verso casa –giusto attraversare l’incrocio, girare a sinistra e dopo cento metri è là- e starà in salotto, nel suo divano, o forse in terrazzo –quarto piano senza ascensore, ma ormai l’abitudine ha superato la vecchiaia, le articolazioni consumate non temono le scale, un terrazzino modesto ma grazioso, annaffiatoio verde di fianco alla porta, un cinque vasi con piantine e fiori a decorare gli angoli, poltrona in vimini da casa delle vacanze /cuscino bianco/ regna nel mezzo del balcone-.
Scende, libera il posto.
Appena scongelato dal momento, il giovane abbandona la discussione senza aggiungere un’altra parola e si lancia a sedere, abbandonando l’uomo che gli diceva –che gli urlava, a dirla tutta, ma fa niente –, dimenticando la discussione, e dopo un momento è seduto, finalmente, seduto e salvo dall’energumeno che minacciava di torcergli il collo.
Appoggia la testa al finestrino e infila le cuffie dell’ipod. Stanchezza.
Sono passate due ore. Il vecchietto torna dal parco, cammina verso casa, ancora la solita calma ad avvolgerlo, ad accompagnarlo un paio d’ore passate al parco. Il giornale è ripiegato sotto il braccio, stropicciato per l’impeto con cui il suo lettore girava le pagine, stizzito e imbufalito da politici e un mondo che non gira come dice lui.
Attraversa la strada e scorge di striscio il giovane –un ragazzino, praticamente-, sempre il collo lungo, sempre il cappello barcollante. È con un amico, particolare anche lui, un foulard di seta di al collo –decorazioni psichedeliche-, giacca fucsia e pantaloni verde bottiglia che vanno a nascondere il gambale di stivali lucidi da cavallerizzo. Testa nuda. Collo normale.
Ma sì, devi allacciarlo meglio, guarda un po’ che disastro…
Ma dove?
Ma guarda!
Ma cosa?
Ma il bottone, sciocco!
Ma perché?
E’ storto, amico! Devi raddrizzarlo, guarda,
così – ah, caro mio. Tu e la moda non avete proprio niente a che fare.
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Questo post è nato per un compito di francese assegnato a scuola. La mia classe partecipa a un concorso organizzato dall'Alliance Française Italie in cui si deve scrivere un testo come "prolongement [degli "Esercizi di Stile ] à la manière de Raymond Queneau". Il mio esercizio è questo -sarebbe un "chaos"-, poi l'ho dovuto tradurre in francese, ma la prima a non capirci niente leggendolo tradotto sono io, quindi non lo posto.
Ecco, la nota era solo per dire che non l'ho copiato da qualcuno se non da me stessa, dato che c'è di mezzo il concorso eccetera eccetera.
In ogni caso, questa mi pare una competizione interessante, qui il sito dell'Alliance Francaise http://www.alliancefr.it
e da qualche parte parlano anche del concorso.
