mercoledì 9 gennaio 2013
son cose che capitano.
domenica 18 novembre 2012
Il Grande Riordino
lunedì 28 marzo 2011
amo parlare con mio padre

“dime”
“sai, pensavo oggi... che palle! Quando sono qua a casa ho continuamente voglia di partire e andare a vivere da sola, poi quando sono via sono in depressione perché son lontana da voi e non so come cavarmi dalle paturnie. E mi viene la fame nervosa, che poi non mi passa più, perché mi abituo a mangiare come una forsennata e mi si allarga lo stomaco, e divento una balena con lo squalo solitario in pancia, altroché! E se dopo sono una balena non mi trovo nessuno, perché hai mai sentito parlare di baleni? Le balene sono sempre femmine! Invece parli di, che ne so... gatti, ecco, gatti, e i gatti ci sono così come sono le gatte, no, però... nonono, cancella tutto, le gatte sono quasi sempre gatte morte, non è il caso. Mh. Parli di... Boh, che ne so, cavalli! E cavalli e cavalle ci sono, e hai mai visto un cavallo obeso? No! Quindi per trovarmi qualcuno non posso essere una balena, ma se non mangio mi incazzo! E allora devo scegliere, no? Mangio e sto bene pacifica o non mangio e sto bene fisicamente ma moralmente sono a terra? Come faccio a scegliere?! Che poi la prima mi sa da intellettuale di sinistra, e la seconda da destroide materialista senza un filo di sacrosanto buonsenso. Tutta colpa vostra!! Che se mi tenevate a dieta quando ho iniziato a mangiare stracchino a vagoni, magari a quest'ora ero una giraffa con le ginocchia ossute, e non un bufalo! E poi... baaah! Uffa! Che storie, non riesco a spaturniarmi, quando mi impaturnio, e cosa faccio, che voi siete sempre fuori, uno a prendere qualcuno, l'altra a far la spesa, e poi via agli appuntamenti, e tutti i casini... genitori assenti! E poi si domandano come uno finisca a fumare e drogarsi e bere, ovvio che cerca l'attenzione dei genitori. Che schifo, mi sento sgionfaaa..... E bawaaaa, non è giusto, tutte le mie amiche hanno il moroso, e a me va male tutte le volte! E non sta dire quali volte, perché è SEMPRE tutte le volte, non me ne va bene una: tutti quelli che mi piacciono hanno già una fidanzata, o sono troppo grandi, o sono psicopatici, o semplicemente non considerano neanche la mia esistenza, cosa che direi essere anche ammirevole, perché non vedere un armadio come me è anche una notevole abilità. Papà, uffaaa! Non voglio restare zitella con i baffi e sola come un cactus! Mi ci vedo già, con la tazza di the fumante nell'appartamento che puzza di stantio, circondata da gatti e sola, sola, sola! Nonono, ma io piuttosto vado e mi faccio suora missionaria! Oh, sì, e vado in Africa, e allora capisco cosa sono le cose per cui vale la pena impegnarsi! Che poi, pensavo... Una volta che uno, anzi, va, una, è andata in Africa, e ha visto con cosa sono ridotte certe persone, con quanto poco vivono, con che spirito affrontano la vita, una volta che torna qua... Scappa via di nuovo! Dev'essere una cosa disgustosa vedere quanto materialisti e obesi siamo, non ti sembra?”
“mh.... Sai per caso se ci sono ancora bulloni nella cassetta degli attrezzi, in cantina?”
Amo parlare con mio padre.
domenica 4 luglio 2010
Vacanze al mare
Il pater familias prese la parola, a tavola. Come nel giorno annuale dell'annunciazione dell'orto.
“eora”
E già qui i volti dei figli, che presagivano già sventura, iniziarono a rivolgersi sempre più nei rispettivi piatti, le fronti imperlate di sudori freddi
“xe ora”
eh no, ma non è possibile, l'orto l'abbiamo già sistemato- si leggeva negli occhi
“che crompemo i biglieti par 'ndar al mare”
...sguardi allibiti si levano dai piatti di pasta: mare?
Ed era proprio mare. Con tanto di asciugamani e costumi, famiglia di amici con cui andare e macchina da prendere a noleggio.
I figli svennero.
Ovviamente, per una famiglia organizzata ai minimi storici quale HP è, l'andare in vacanza tutti e cinque assieme prevede una lunga odissea tra armadi e valigie per la preparazione intelligente dei bagagli e il tentativo -per quando flebile- di dimenticare a casa la minor percentuale di accessori indispensabili per una breve vacanza marittima.
Questo movimento preparatorio fu coordinato dalla Magistrale Organizzatrice -detta semplicemente mamma-, che in uno scandagliamento profondo di guardaroba, accompagnato da costante predicazione di preparare i propri fagotti, cercò di arginare i danni, cominciando il tutto all'inizio di Maggio.
Ovviamente i suoi consigli di anticipare il compito non furono seguiti, e quindi la sera prima della partenza le uniche borse ad essere pronte erano quelle preparate da lei, mentre i restanti quattro membri della famiglia si affaccendavano riempendo zaini e valigie con la tecnica dell'aspiratore a turbina (vale a dire arraffare tutto ciò che capita e scaraventarlo nel proprio bagaglio, in un vortice casuale, senza curarsi particolarmente di ciò che si è preso e senza fare particolare differenza se ad essere stato riposto è una pinza per dentisti o un costume da bagno).
Poi, la partenza. Ah!
Per seguire la classica vena alternativa che contraddistingue ogni iniziativa dell'HP, definendone il carattere bizzarro ed oltremodo disorganizzato, il pater familias optò per una partenza aerea alle setteequaranta. Il che significa una partenza automobilistica alle seiinpunto. Cioè una sveglia alle cinqueprecisesenonprima.
Considerando che la maggioranza schiacciante della famiglia era stata sveglia fino alle due, occupata nella preparazione dei propri bagagli, ciò risultò alquanto stancante.
In modo particolare fu sfibrante lo stipare nel bagagliaio della fedele auto i due borsoni, un trolley a forma di tigre, un cavallo a dondolo, una chitarra, due borse da spiaggia piene, una tracolla e uno zainetto in una disposizione mosaica e quantomai complessa ed instabile. Tanto instabile da far sì che, ogniqualvolta che il portellone veniva aperto per aggiungere un bagaglio dimenticato, -il che accadeva ad una frequenza media di un bagaglio ogni tre minuti e ventisette secondi- tutto il suo contenuto crollava a terra in un fracasso generale, mentre il pater familias ricordava animosamente il nome del signore e ricominciava poi rassegnato l'incastro, costretto a trovare una nuova strategia per far posto al nuovo pezzo del puzzle.
Si partì, dunque, alle seiequattrominuti, con rimprovero del PF per il ritardo, e conseguente accompagnamento di basso continuo per i primi quattro chilometri al ritmo di “no xe posibie, in sta casa, sempre in ritardo, no se parte mai giusti” (ad libitum sfumando).
La disposizione mosaicale del bagagliaio, poi, era rispecchiata nei sedili posteriori dell'auto, dovuto al fatto che i tre pargoli dell'HP non viaggiavano tutti insieme da lunghi tempi. Fu dunque uno shock per genitori e figli scoprire che il trio di bambolotti che un tempo si litigava lo spazio per allungare le gambe o posare la testa sul sedile si era ormai tramutato in un terzetto di mammut che non litigava più per il solo scopo di salvare ossigeno, carente in quella zona di macchina.
Ma in un modo o nell'altro, si partì.
I primi quattro chilometri, come si disse sopra, furono accompagnati dal borbottio paterno. A questo si aggiunse un fenomeno che dubito mancare in qualsiasi famiglia in partenza: il ritorno. Già, perché quale padre al volante può resistere all'estremo impulso di obbedienza che sferra la pietrosa e lacrimosa richiesta “papà, ho dimenticato il cellulare, torniamo indietro!”?
Questo si ripete dalle due alle diciassette volte -tale record si registrò nel 1932, quando una famiglia composta da otto membri, di cui sette di sesso femminile, si vide costretta a percorrere in un avanti e indietro tra la casa e la stazione dei treni una distanza pari a tre volte quella che sarebbe complessivamente dovuta essere per arrivare alla destinazione balneare-, ad intervalli regolari ma sempre più lunghi. Difatti, se la prima retromarcia viene innestata prima dell'uscita dal vialetto di casa, l'ultima inversione a u sarà fatta a tre chilometri e mezzo dal cancello. Dell'aeroporto, sia chiaro.
A questi fattori di rallentamento si aggiunge l'occasionale brusco arresto a causa di un attraversamento pedonale di una famiglia di quaglie composta da quarantasette elementi, ma la cosa è alquanto rara.
Partiti, dunque. E miracolosamente, il numero dei ritorni tempestivi si era limitato a due, in un tempo relativamente breve.
Come un paio di jeans aderenti si adatta alle forme di chi li porta, allargandosi ed ammorbidendosi, permettendo alle cosce di respirare e all'indossatore di pensare di essere dimagrito miracolosamente, così la macchina si adattò alle forme dei tre giovani mammut, lasciandoli mano a mano liberi di compiere perlomeno i movimenti necessari.
Questo non fu proprio positivo, perlomeno per chi abitava i sedili anteriori.
Difatti, per supplire alla grave carenza di sonno, il trio bananas aveva consacrato la sveglia al sacro rito del caffè, ingurgitandone una media di tre tazzine a testa. Considerando che due dei tre non avevano mai assaggiato cotanta bevanda, gli effetti furono deleteri.
La macchina implose di note.
Ognuno dei tre giovani, ovviamente dotati di Ipod funzionante e perfettamente carico attaccato alle orecchie, eccitato dalla partenza finalmente riuscita e dalla caffeina, iniziò a canticchiare, aumentando il volume esponenzialmente, e dimenarsi nel minimo spazio concesso sulle note e i ritmi più disparati: essendo poi tre i fratelli e tre le canzoni in ascolto, il tutto creava una cacofonia insostenibile, in un crescendo di tensione dell'autista e di passione dei cantanti, sempre più eccitati e divertiti e appassionati nella loro prestazione canterina... Un secondo prima dell'esplosione del pater familias, a ciò fu posto rimedio: un Ipod -uno solo!- fu collegato alla radio, e si ascoltò una canzone per volta.
Purtroppo i ritmi accelerati dalla caffeina facevano sì che il tempo dopo il quale i tre erano già stanchi e cambiavano canzone -litigandosi l'Ipod per poter prendere il comando dell'ascolto- ondeggiava tra i quindici secondi ed il minuto e mezzo. Un ritmo insostenibile per i genitori, i quali, vedendo come unica alternativa il sentirsi cantare contemporaneamente canzoni di Lady Gaga, ACDC e Beatles, si rassegnarono, chiedendo però perlomeno una momentanea tregua per le loro orecchie.
Fu dunque deciso che si sarebbe ascoltato “My Sharona”, in religioso silenzio.
Al terzo “Myyysharona!”, però, la tensione e il desiderio raggiunsero picchi indomabili, e il trio esplose in un coretto che non si arrestò fino all'aeroporto, se non per eventuali pause per esclamazioni quali “tra quanto arriviamo?” “ho dimenticato l'alimentatore della macchina fotografica! TORNIAMO INDIETRO!” e “oh papà, ti stai facendo superare da una Fiat Idea! ...E anche da una Wolksvagen del 30 avanti Cristo! Che scrauso!”, sentenza che determinò una brusca accelerazione ex abrupto.
Fu solo dopo un'ora e mezza di viaggio, a ritmi vari ma pur sempre insostenibili, con la caffeina il cui effetto era sempre più vacuo, che da un mantello denso di nuvole si aprì uno squarcio dal quale sgorgò un raggio di sole ad illuminare l'aeroporto!
L'arrivo e il parcheggio, secchi e in ritardo quel tanto che basta per far innervosire ogni singolo elemento familiare -compreso il cavallo a dondolo-, furono una cosa sola, così come lo sbarco e lo scaricamento bagagli: tutta d'un balzo la HF scese dalla vettura, abbrancò le valigie senza badare all'ordine e trottò verso l'entrata, i trolley che inciampavano nelle scale mobili e i piedi che incespicavano per il sonno.
L'arrivo al check-in, un minuto prima della chiusura degli imbarchi.
“Happy Family, sì. Sì, tre figli... Ecco, s... Il passaporto? No, non ho il passaporto: non è un volo interno? ….come sarebbe a dire che serve il passaporto? Le foto dei figli? Sì, sono minorenni, ma... Mi dica: potremmo imbarcarli con le valigie?”
Mentre i quattro disorganizzati impallidivano per la carenza dei documenti dei due fratelli minori, la Magistrale Organizzatrice ghignò, sprezzante.
Poi, con un gesto scenografico, come un veterano giocatore di carte che sfodera il suo poker d'assi, estrasse il suo passaporto. Con gesto di ventaglio -leggero movimento di polso e l'aria di sufficienza ancora sul volto-, sbucarono da dietro il libretto i documenti del pater familias -flap! A destra- e della figlia -flap! A destra-.
“ecco i tre passaporti. Si, gli altri due figli sono nel mio. Ecco le valigie... Sì, i biglietti li dia a me. Grazie”
mercoledì 31 marzo 2010
L'orto
La frase che dà inizio alla parata è “xe ora che scumisiemo a far qualcossa par quel orto”, tradotto: “è ora di cominciare a far qualcosa per quell'orto”. Questa locuzione rappresenta il preludio all'odissea, l'annuncio dell'epopea, il segnale della sventura che sta per abbattersi sulla nostra casa.
Per rendere meglio l'idea, però, va prima creata un po' di atmosfera.
Come ormai si sa, la mia famiglia e i relativi animali abita a Lanzano, una sperduta comunità di origini agricole, che risulta essere un perfetto esempio di “morte civile” veneta. Va precisato, però, che noi non abitiamo a Lanzano centro.
Noi siamo fuori.
In mezzo ai campi.
Voglio dire, se abitassimo davanti alla chiesa non potremmo tenere oche da guardia; la rumorosa happy family sarebbe presto cacciata; l'inquinamento della cittadella aumenterebbe esponenzialmente nel giro di una settimana, a causa dei continui spostamenti in macchina che mia mamma è costretta a fare.
Dunque abitiamo in campagna. Grande giardino, le suddette oche da guardia, nidi di vespe ovunque e, nei primi tempi, anche un discreto giro di pantegane -vale a dire grossi ratti-, che fu prontamente sterminato dall'armata felina che pattuglia la proprietà.
Oltre a tutto ciò, un grande orto.
È questo il più grande orgoglio di mio papà: il suo amato orto, di cui quando parla gli si illuminano gli occhi, nel quale passa le giornate più afose a seminare tuberi, con il quale tormenta la vita dei tre figli ammonendoli che i peperoni si stanno seccando e così lanciando l'implicito ordine: “vai a dargli da bere”.
Quest'orto, va precisato, è bello. È stato curato, studiato, seminato, arato per anni. Un esercito di giardinieri è intervenuto a restaurarlo più volte, creando deliziosi corridoi con pergole tra le aiuole e le rose e cambiando o rinforzando i pali su i quali si arrampicano le piante di fagioli.
Due spiazzi di terra sono occupati da coltivazioni di fiori selvatici che la mamma -curatrice estetica del complesso- semina in estate. L'uva rende quel posto dolce in autunno, e le fragole ai lati delle aiuole lo colorano in estate, sfumando dai toni del verde al rosso acceso. In inverno si spegne, ma quando è coperto dalla neve pare un giardino segreto, magicamente.
È la primavera, il problema.
La prima giornata di sole, di solito, con una temperatura che supera quei dodici-tredici gradi che a causa del freddo impediscono di uscire in giardino alla parte in letargo di un contadino della domenica. La mattina di tale giorno, mentre i figli sono a scuola, il pater familias parte per un'esplorazione. Armato di tazzina di caffè, dopo colazione gironzola guardando lo stato dell'orto e scuotendo la testa, per poi fare un giro completo del giardino iniziando a macchinare come riprendere il controllo della situazione ortobotanica casalinga. La moglie, preoccupata ed armata anch'essa della sua tazzina di caffè -verde, la tazzina, senza manico a causa di una sfortunata caduta dalla lavastoviglie-, lo guarda dalla porta finestra, preannunciando guai.
È però solo all'ora di pranzo che viene sganciata la bomba: “xe ora che scumissiemo a far qualcossa par quell'orto”.
Sguardi di terrore circolano attorno al tavolo.
Il “far qualcossa par l'orto” non è una frase traducibile con una sola propostizione in italiano: essa è però riportabile attraverso tre diverse locuzioni.
Il primo significato, il più esplicito, con il quale si può spiegare cotanta minaccia è “bisogna cominciare a lavorare in giardino”. Armarsi quindi di forconi, pale, stivali di gomma e vecchi maglioni, per passare qualche ora a smuovere la terra, estirpare le vecchie piante, togliere le erbacce e dissodare il terreno, dacché in questa campagna veneta pare che le pietre mantengano un ritmo di riproduzione vertiginoso e costante. Leggenda narra che siano vere e proprie patate, dimenticate dall'agricoltore e -indispettite da tale dimenticanza- tramutatesi in sassi per rompere le lame dell'aratro, obbligando così lo sfortunato contadino ad arare i campi a mano. La questione si risolve dunque lavorando in giardino, le mani nel fango e la terra sotto le unghie, il tutto in religioso silenzio, salvo eccezionali insulti ai sassi che impediscono l'attività.
Comunque sia, quest'anno l'attività di estirpazione ha raggiunto livelli da record: mai, infatti, si era visto papà estirpare alberi di melanzane.
Alberi, dico sul serio.
Le innocenti piantine, non essendo state estirpate alla fine della stagione, avevano continuato la miracolosa crescita, probabilmente anche assorbendo tutto il nutrimento presente sul terreno che sarebbe stato destinato a far crescere giovani virgulti per il prossimo decennio.
Il secondo significato è la semina.
Può sembrare un'innocente attività orticola, ma non è così. Alla semina è precedente un'attenta pianificazione: dove porre le piante? I criteri per la sistemazione (anche se “sistemazione” poi non è assolutamente il termine adatto: consociazione o rotazione delle piantine sarebbe più confacente) sono vari: influiscono aspetto estetico (il giallo dei peperoni si intona al viola delle melanzane?), strategico (quanto pesa una cesta di pomodori rispetto a del radicchio? Il radicchio viene quindi piantato nell'aiuola meno lontana dalla porta di casa), temporale, culturale (il contadino veneto è dotto di proverbi agricoli quali “a San Valentin se verse l'ortzin”, “se te voi un bon bisaro, semena in febraro”, “Marzo ventisá, april temperá, contadin fortuná”, i quali vengono ripetuti a ruota nei periodi di semina). Influisce poi ovviamente il lato biologico e scientifico, e infine quello bellico: la guerra contro i parassiti non è mai finita.
Alla semina segue la fertilizzazione, e qui preferirei stendere un velo pietoso.
Ultima ma non meno importante delle tre frasi incluse nel verbo contadino è “rassettato l'orto come si deve, adesso bisogna mantenerlo in questo stato”.
Questo non è facile.
Non solo le piante varie crescono e -secondo me- si spostano durante la notte autonomamente. Ma i sassi prolificano, le erbacce invadono, le aiuole cedono. Bisogna quindi quotidianamente passare a rassettare, strappare, tagliare, e ovviamente raccogliere prima che i frutti del duro lavoro vengano mangiati, crescano smisuratamente fino a raggiungere i cinque chili di peso e diventare immangiabili, o cadano miseramente riempendosi di buchi di insetti e marciume.
Va inoltre fatta la guardia perché le oche non decidano che lo spuntino pomeridiano consiste in radicchio fresco.
Questo era successo l'anno scorso, quando ancora non conoscevamo bene i nostri pennuti. Il radicchio era stato amorosamente cresciuto, papà l'aveva coltivato fin dai semi. Piccoli e teneri virgulti mettevano radici e sviluppavano gli embrioni di foglia.
Erano stati piantati, rovinando vertebre e spine dorsali, coperti da teli e protetti come cuccioli indifesi. Terrorizzati dallo stomaco omicida dei nostri pennuti da guardia, tenevamo sotto costante controllo l'orto, preoccupati che da un momento all'altro il lungo lavoro di papà potesse sparire nel becco delle due oche.
Vedendo che la coppia passeggiava nell'orto senza mostrare interesse per i piccoli radicchietti, ci rilassammo. Ormai i radicchietti erano diventati radicchioni, prosperosi cespi di foglie rigogliose, pensavamo troppo grandi per indurre i palmati in tentazione. Scemi noi.
Un pomeriggio, papà passeggiava. Volse lo sguardo all'aiuola dei protetti, e vi trovò il nulla. Tabula rasa. Piazza pulita. Solo due grossi pennuti bianchi accovacciati, che senza riuscire ad alzarsi per lo stomaco pieno, lo guardavano soddisfatti: avevano aspettato che il raccolto diventasse abbondante, per poi dedicarsi a una soddisfacente abbuffata notturna.
E li chiamiamo stupidi...
martedì 5 gennaio 2010
E di nuovo, tutti a tavola
Generalmente l'onda arriva pochi giorni dopo il luculliano banchetto natalizio, senza minimamente dare il tempo necessario per lo smaltimento degli avanzi del suddetto pasto e della sabongia di calorie assunte nello stesso giorno a suon di lessi e pasticci.
Dopo tre lustri passati con quattro ospiti a vacanza, per giunta per non più di cinque giorni, quest'anno gli astri vollero che non solo gli amici storici venissero, puntuali, la sera del primo Gennaio, ma che dal trenta Dicembre pomeriggio fosse già qui presente un'altra famiglia oltre alla mia. Più un' amica.
Totale delle persone prima di Gennaio: dieci.
La casa, solitamente, ne contiene a mala pena cinque, che si spartiscono malamente gli spazi invadendo l'uno il casino dell'altro.
Ora siamo in tredici, perché l'amica della prima famiglia è partita, ma ieri sera si toccò il picco mai raggiunto di quattordici convittori in un colpo solo, tutti accampati in qualche modo in giro per l'alloggio. Accampati, vorrei sottolineare, perché i posti letto ufficiali sono sette.
In via del tutto eccezionale si sono duplicati, straordinario avvenimento il cui merito va riconosciuto a due letti pieghevoli, un lettino da bebè, un divano letto mai usato e due materassi reperiti in qualche modo onde far scartare alla padrona di casa l'idea di mandare qualche membro della famiglia albergatrice a dormire in macchina con coperta e cuscino. Probabilmente per la paura di essere noi gli sfortunati, tra me e relativi fratelli si scatenò una caccia al materasso spietata, nella quale fu anche carezzata l'idea di spennare le oche e le galline abitanti in giardino per poterne costruire uno nuovo.
Comunque sia, in qualche modo i giacigli furono arrangiati senza spargimenti di penne, ed ora, dopo aver sistemato ciascuno di noi in una camera dotata di letto e coperte, le giornate passano più o meno nel seguente modo.
Innanzitutto, è stata ormai ufficializzata la mattina breve, nel senso che l'ora della levata dalle brande oscilla tra le dieci e mezza e mezzogiorno e mezzo. Ovviamente la colazione non viene saltata, e dunque il tavolo resta occupato ed imbandito finché l'ultimo degli abitanti non ha saziato i suoi mattinieri appetiti.Attenzione però all'imbandimento del desco, particolare che ben definisce e rende la calorica idea che in questa casa accompagna da sempre le vacanze in compagnia.
Nell'attuale epoca, in cui mentre metà della popolazione mondiale muore di fame, l'altra metà sta a dieta, ci si potrebbe aspettare una colazioncina leggera: caffettino, biscottino, e magari una fettina di pane con una marmellatina senza zucchero.
Da noi, panettone.
Non solo: lo accompagna l'inseparabile variante del pandoro, il tutto ben scortato da sifoni di crema di mascarpone -l'onnipresente e caratteristica bomba calorica che distingue il periodo natalizio da quello pasquale-, cappuccini e un numero non ben approssimato di moke da cinque di caffè, qualche panino avanzato dalla cena, marmellate e cornflakes, quindi fiumi di latte fresco e pannoso, cartoni di latte di riso al cioccolato e alla mandorla, e in certi giorni anche alla vaniglia.
La tavola, una volta che tutti si son soddisfatti, viene sparecchiata e imbandita per il pranzo, che si svolge tra le tre e le quattro e mezza. Con questo, è possibile notare quanto essenziale sia la presenza costante di cibo e di personale culinario che assista gli affamati.
Non essendo questa casa dotata di maggiordomi e cuochi , il ruolo è adempito dalle mamme, che tra una mescolata di crema di mascarpone e una moka di caffè passano la giornata tra i fornelli, cucinando armate di Bimby, lavando interminabili pile di piatti e mucchi di stoviglie e poi rassettando. Splendido esempio della cosiddetta emancipazione femminile.
Mentre le signore spignattano, il resto della mandria si spartisce i ruoli di fondamentale importanza nel consumo dell'energia accumulata durante gli abbondanti pasti, quali: utilizzo ossessivo-compulsivo di videogioco Wii, costante strimpellamento senza convinzione da parte dei musicisti presenti, controllo orario di Facebook per i giovini e baldi non occupati in babysitteraggi o partite virtualmente calcistiche, discussione intellettualmente rilassata, ampi e ciondolanti giretti in giardino per respirare un po' d'aria buona e, aiutati dal freddo, bruciare qualche caloria.
A pranzo, si pone il problema dei letti traslato sul tavolo, anch'esso solitamente spartito alla meno peggio tra cinque persone e ora posto davanti a ben quattordici commensali affamati. Alla prima cena in quattordici fu chiaro che non solo non sarebbero stati sufficienti i posti, ma lo spazio per le vivande una volta disposti i piatti sarebbe stato inesistente.
La difficoltà fu immediatamente risolta con una basale divisione in turni dei pasti: i bambini al primo giro, gli adulti al secondo. Le mamme in cucina in ogni caso.Si noti però l'ingiusta conclusione: a differenza del primo turno, infatti, terminato in fretta e furia per sparecchiare e preparare il posto e il pasto ai grandi, il secondo turno si trascina con ampio strascico, protraendosi a volte fino alle quattro e mezza, addirittura cinque. Concludendosi tra l'altro caloricamente con fette di dolci avanzati dalla colazione e dalla festa dell'ultimo dell'anno, tra cui spiccano i famosi struffoli (trattasi di ammasso di pallette di pasta fritte, legate da miele e arricchite nell'ammasso da zuccherini e canditi. Presentano la dietetica caratteristica di non permettere a chi si azzarda a mangiare una singola pallina di poi fermarsi prima di essersi cementati i denti a suon di palle di pasta e miele. Una volta fatto ciò, infatti, rendono impossibile l'apertura mascellare, chiudendo così la bocca a stimoli famelici e raptus da pasto. Purtroppo la quantità di pallette da ingerire prima di cementare la cavità orale è sufficientemente grande da sfamare un'orda di barbari affamati, dunque la proprietà dietetica del dolce è poco sfruttabile) e i pandori e panettoni della colazione. Immancabile la presenza di almeno una terrina di irrinunciabile e tentatrice crema di mascarpone.
Verso le cinque, la cucina è lasciata alle mamme in chiacchera libera mentre riordinano.Qui vengono toccati argomenti a cui nessun'altro presente in casa ha accesso: sono discussioni misteriose, continue e apparentemente anche appassionanti, in quanto possono durare costantemente durante l'occupazione della cucina.
Capitolo con significativa importanza in tali discussioni è quello riguardante cosa preparare per la cena già incombente. Dopo aver controllato il frigorifero stipato di avanzi che ancora risalgono al pranzo di Natale e aver deciso che non c'è niente di già pronto per il pasto serale, le signore escono a bordo della prima macchina disincastrabile dal puzzle di automobili presente nel cortile, alla volta del supermercato, dal quale ritornano vittoriosamente trascinando borse della spesa straripanti dopo una quantità di tempo variabile, in generale definita dalla quantità di botteghe con vetrine in saldo incontrate nella via.
Il tempo di incastrare le spese nella dispensa e decidere cosa preparare occupa tutto lo spazio disponibile: è quindi già ora di accendere i fornelli.
Nel frattempo il bimbo treenne messo a dormire alle quattro si è risvegliato, e richiede giochi alla nuova tata, sollevata dal ruolo di figlia da perentoria affermazione al padre della suddetta: “non è tua figlia, lei è la mia tata”.
La casa viene rivoltata come un calzino alla ricerca di pedine mancanti a giochi da tavolo evidentemente estremamente attraenti per il piccolo, le scatole di animali sono rovesciate ed esplorate in profondità, i lego costruiscono grattacieli a dimensioni reali che vengono poi abbattuti a martellate, scagliate con attrezzi di forma non ben ben definita ma di origine certa, quale la grande cassa in cui vanno nascoste tutte quelle cose che non trovano ordinato posto altrove.
Conclusa l'odissea nella stanza dei giochi, viene invasa la camera da letto più accessibile e meno pi ena di letti da campeggio, tramutando il talamo in nave pirata immaginaria e, lanciati peluches d'ogni forma per tutta la stanza, tuffandosi in mirabolanti salvataggi in mare aperto, combattendo squali feroci e meduse assassine.
Salvati i pelosi giocattoli viene fatta un'ampia selezione di videocassette e dvd da guardare dopo cena. La media di video scelti è di quattro a sera.
Poi viene il momento -breve- del disegno, della musica e dell'avventura in giardino, dove a bordo di un catorcio che un tempo era una ruspa a pedali arancione fiammante, si vanno a trovare i palmati volatili accampati in fondo al campo, si rincorrono gatti dalla coda storta e si cercano uova inesistenti di galline dallo strano ciuffo.
Ed è subito sera, e tutti sono nuovamente riuniti al grande tavolo debordante pietanze.
Stabiliti e litigati i turni, si allungano le mani sui piatti e in un attimo i bambini hanno finito il pasto e sono tornati con energia rinnovata e pancia piena ai giochi lasciati sospesi, pronti a terminare l'ennesima partita di Wii e ad addormentarsi davanti ad un video in divano.I grandi si siedono, e mangiando si abbandonano a considerazioni, pensieri e propositi.
Primo tra tutti: da domani, dieta!, ribadito da abbondante mestolata di crema di mascarpone di mezzanotte schiantata sul piatto, assaggiando ancora però gli struffoli alla cui presenza oramai tutti sono rassegnati, e condendoli con una certa crema al cioccolato che proprio non si poteva non assaggiare.
È infine l'una quando tutti si lasciano, andando a rintanarsi nei propri rifugi notturni. Strillando, ridendo, sbadigliando, tutti si avviano.
E le mamme pensano già a cosa mettere a tavola domani, per colazione.
martedì 6 ottobre 2009
Oche (parte II)
Era diventato la morte su due zampe palmate, e depresso ciondolava inerme e senza scopo, se non quello di distruggere tutto ciò che attraversasse il suo cammino –ovviamente i membri umani della famiglia erano inclusi in ciò che disturbava la sua quiete tormentata-.
Per cercare di risollevargli il morale e per evitare che si suicidasse buttandosi in piscina anche lui, i miei gli comprarono un nuovo compagno: un’ altra ochetta gialla e batuffolosa allietò il giardino con i suoi pigolii e ballonzolamenti sbilenchi.
Nei giorni a seguire l’arrivo, la piccola palmata era scortata ovunque da un bipede dotato di pollice opponibile e bastone da pastore. Era troppa la paura che il terminator alato decidesse di compiere un atto omicida e distruggere la piccola senza lasciarne traccia, così a turno seguivamo il giovane paperotto nelle sue esplorazioni in giardino, pronti a difenderlo strenuamente e imporci tra lui e l’oco psicopatico pur di salvarlo –e credetemi, per mettersi tra quella specie di tritacarne con il becco e la sua preda è dimostrazione di strepitoso coraggio-.
Ma le nostre erano paure infondate: Lui, immerso nella nebbia della sua disperazione, non lo badava neanche di striscio, limitandosi a fissare dritto avanti a se, attento solo al cancello –sempre che non facesse movimenti sospetti-. Gli unici momenti in cui dimostrava un minimo interesse nei confronti del nuovo venuto era quando lo beccava ferocemente sulla testa, tranciando alla radice ogni tentativo di avvicinamento.
E in questo il papero tristo dimostrava un certo masochismo oltre a un’idiozia di fondo, dato che dopo due giorni non aveva ancora capito che se si azzardava a sfiorare il piccolo, immediatamente gli sarebbe arrivata una bastonata dal custode di turno. Ma si sa, le oche son oche, che ci possiamo fare.
Dopo breve tempo, però, la situazione cambiò: il bipede e pennuto carabiniere temuto da ogni cancello presente nel giardino decise di prendere come successore il suo giovane simile, permettendogli di avvicinarsi e farsi prendere sotto la sua ala protettiva senza rischiare di essere crudelmente assassinato. Passeggiava con lui, raccontandogli delle insidie della vita e discutendo degli interrogativi dell’universo, mentre il giovane palmato gli trotterellava dietro per tenersi al passo. Li chiamammo Socrate e Platone.
Un giorno non troppo tempo dopo l'arrivo del suo seguace, Socrate morì avvelenato –e tutto torna-, e il giovane Platone rimase solo. Per evitargli la depressione in così tenera età, i miei portarono precipitosamente a casa un quarto pulcino.
Maschio anche lui, come si scoprì in seguito. Abbiamo fatto l’amplein: quattro su quattro ochi maschi, e, a dispetto dei nomi, stupidi fin nel profondo del midollo. Mai viste cose simili.
Comunque, il piccolo -subito chiamato Aristotele, tanto per continuare la serie- era arrivato e si era velocemente ambientato con il nuovo amico. Entrambi i bipedi erano ancora in giovane e giallo piumata età e, evidentemente, necessitavano di una figura materna o paterna che li guidasse nella retta via. Sembravano un po’ sbandati e sperduti mentre la notte si accoccolavano l’uno vicino all’altro sentendosi –ne son sicura- deleritti e abbandonati in una terra abitata da fantasmi.
Pare però che mia mamma in quel periodo avesse cominciato a fargli “pio pio”. Letteralmente.
Voglio dire, ogni volta che usciva di casa –e mia mamma, santa donna, esce di casa con una frequenza di due volte all’ora per scarrozzare la figliolanza- e percorreva in macchina il viale nel giardino, cacciava la testa fuori dal finestrino e con un falsetto perforante lanciava il simpatico richiamo. Pio pio, e pio pio, e dagli con i pio pio, i pennuti, felici di sentirsi finalmente chiamati affettuosamente da qualcuno, si convinsero che quello fosse il verso materno.
Il punto è che non iniziarono a seguire mia mamma. Magari.
Iniziarono a seguire la macchina di mia mamma, dalla quale la genitrice si sporgeva per lanciare le gioiose grida; la somiglianza tra una Toyota e un’oca del Campidoglio, devo dire, mi sfugge tutt’ora, ma gli oscuri meccanismi che regolano l'intricata mente delle oche sono qualcosa di cui non sono minimamente esperta, e che quindi non pretendo di riuscire a comprendere. Comunque sia, i gentili richiami che mia mamma mandava ai suoi protetti con le ali valsero allaToyota la perenne devozione dei due.
La scena si ripete tutt’ora un infinito numero di volte al giorno –tante quante le volte in cui mia mamma esce di casa-, ed è la seguente:
non appena i due pennuti avvertono qualche vibrazione del terreno che possa fargli capire che c’è una cosa con le ruote in avvicinamento, si bloccano e volgono i lunghi colli verso il cancello. Attendono.
Se la macchina sta uscendo dal giardino, si limitano a zampettarle incontro prima che il cancello si apra e la inghiotta –di solito vince il cancello-, per poi uscire anche loro, un po’ spiazzate dal vedere che l’automobile corre molto veloce, rassegnarsi e, se il cancello si è già richiuso, sedersi diligentemente ad aspettare la mamma.
Se la macchina sta arrivando, invece, il tutto diventa più scenografico: dopo essersi bloccate, la riconoscono immediatamente, anche senza vederla. Non appena il cancello automatico comincia la sua lenta apertura e il muso dell’automobile viene scorto, i due pennuti entrano i fibrillazione e corrono ad ali spiegate, accompagnando la corsa da un festoso starnazzare di piacere, ad accogliere la mamma di ritorno.
E questo lo fanno anche se sono dalla parte opposta del giardino. Generalmente è meglio che siano ben lontane, perché se sono già nelle vicinanze, comode comode si piazzano davanti alla macchina, già pronte a farle compagnia e impedendole di ripartire senza stenderle.
Corsa fino al cancello, comunque, è il punto numero uno. Punto numero due consiste nell’accompagnare la mamma a casa: tenendosi alle calcagna, ricominciano la corsa a velocità folle, ali sempre spalancate che talvolta concedono lo spiccare in volo –basso, però- , vociare con volume al massimo. E mia mamma che guida, rassegnata e quasi pentita. Provando a riparare al danno, non pigola più dal finestrino, ma tutto è inutile ormai: i due pennuti seguono perennemente e devotamente la macchina con la loro corsa forsennata fino al parcheggio, dove –punto tre, come si diceva sopra, fare compagnia alla mamma- le si stabiliscono attorno soddisfatte, becchettandola su tutte le fiancate per dimostrare il loro affetto.
Hanno anche dato il via alla simpatica operazione di levare –attaccandosi con il becco ad un’estremità e tirando con tutte le forze e l’ostinazione possibile- una rifinitura di gomma che penso servisse per attutire lo sbattere del bagagliaio. Grazie a questa loro privata occupazione, adesso la nostra macchina ha anche la coda.
Ovviamente, mentre circondano di affetto la loro genitrice quattroruote, circondano anche la casa di abbondanti scacazzamenti.
Ora i nostri Platone e Aristotele godono di ottima salute –perlomeno fisica, perché su quella mentale ci sono alcuni dubbi-, sono bianchi e panciuti ma bene in forma grazie agli sforzi olimpici che compiono ogni giorno, amano alla follia la loro mamma e, purtroppo, sono già troppo vecchi per essere messi in forno.
sabato 26 settembre 2009
Oche (parte I)
Sempre della serie “la mia famiglia ed altri animali”, anche se sarebbe più da dire “gli animali e la mia famiglia”, sono le oche Gina e Pina.
Approdarono nei giardini circa tre anni fa, o quattro, per il compleanno di mia mamma. Mi sentirei in colpa se non aggiungessi che tutto partì da una mia battuta. Se avessi tenuto la boccaccia serrata, a questo punto non avremmo di questi problemi. Comunque sia, non si può cambiare il passato: quando mio papà, indeciso sul regalo da comprare, mi chiese un’opinione, io dissi, data la passione di mia mamma per qualsiasi cosa riguardi i simpatici bipedi bianchi e dondolanti, “ma prendiamo due oche!”. L’avevo detto per scherzo, però.
Mio papà l’aveva preso sul serio, così il pomeriggio si precipitò all’allevamento più vicino a casa, comprò due pulcini gialli e li chiuse in garage, dentro una cassetta di legno perché non scacazzassero sulla sua preziosa moto Guzzi. Il mattino dopo, sveglia presto per sgattaiolare a riprendere i pennuti, agghindarli con rispettivamente un fiocco rosso e uno rosa e portarli sotto il portico, sempre nella loro cassetta.
Allo starnazzare sconosciuto, mia mamma si affacciò al balcone e vide due pulcini gialli e strapazzati che imploravano amore materno. Le si sciolse il cuore.
Gli inizi furono idilliaci: era estate, e i piccoli ci zampettavano dietro ogniqualvolta uno di noi uscisse in giardino, e pigolavano perché ci fermassimo ad aspettarli. Erano così buffi, mentre arrancavano tra l’erba sempre troppo alta per loro, e li osservavamo orgogliosi mentre ci becchettavano affettuosamente le dita quando gli porgevamo dei fili d’erba da mangiare.
Purtroppo presto arrivò l’adolescenza, e con questa si presentarono anche squilibri mentali che non si erano mai manifestati prima. Intanto non erano più i dolci pulcini piumosi e soffici, ma due ocotti di mezza taglia, spennacchiati e bianchicci per la muta delle penne, che sbatacchiavano le ali ancora troppo piccole correndo per il giardino. Era uno spettacolo tristemente comico vedere gli sforzi dei due piumati per levarsi in volo, e noi aspettavamo che il cambiamento si completasse per avere finalmente i due bianchi pennuti che mia mamma sognava.
Un giorno, mentre la muta non era ancora completa, mio fratello aveva portato le due oche a fare un giretto per il giardino. Sedutosi, aveva iniziato a porgere i consueti fili d’erba ai pennuti, quando improvvisamente uno dei due, spalancate le ali e fissato l’umano con sguardo vuoto e minaccioso, gli si precipitò contro beccandolo nel mezzo della fronte. E questo fu l’inizio.
Un altro pomeriggio, mentre passavamo un dopo pranzo all’aperto bivaccando al tavolo ancora apparecchiato, arrivarono i nostri due cani –sempre loro, sì-, che iniziarono ad azzuffarsi fraternamente per farsi un po’ notare. Immediatamente, una delle due oche che stava militando attorno al tavolo per controllare che l’ordine regnasse e interpretava magistralmente il ruolo di carabiniere, si precipitò a separare i due litiganti, beccandoli abbondantemente su testa e fianchi. Non ho mai visto i miei cani scappare con uno scatto così veloce, e sì che ho passato due anni a vedermeli fuggire da sotto il naso.
Da quel giorno, i cani avrebbero girato bene al largo e con la coda tra le gambe, guardandosi bene dall’ avvicinarsi alla coppia di piumati gendarmi che pattugliava notte e giorno il giardino. Quando i cosiddetti migliori amici dell’uomo se ne andarono per diventare esperti pet-therapisti, sono sicura che i due pennuti si sentirono smodatamente compiaciuti nell’aver eliminato dalla scena due dei concorrenti al controllo del giardino.
Nello stesso tempo, iniziava a rendersi chiaro che i palmati due non erano Gina e Pina come avevamo tanto sperato, ma Gino e Pino. Niente uova di oca, quindi, e niente nuovi pulcinotti allegramente pigolanti ad animare il giardino.
Con l’arrivo dell’autunno, l’inizio della scuola e il rientro nel tran tran quotidiano, le oche –pardon, gli ochi- iniziarono a trascorrere molto tempo da soli. Non avevamo più la possibilità di seguirli e accompagnarli in lunghe passeggiate all’aperto, e loro pian piano si dimenticarono di noi; ci rimossero dal loro piccolo cervello. Le nostre facce non significavano più niente per loro, nonostante ci vedessero quotidianamente, e questo significò la rottura del rapporto: ci identificavano come estranei, e come tali andavamo allontanati.
Ma questo è quello che penserebbe una normale oca. Le nostre, con il loro delirio di onnipotenza, pensavano che in quanto estranei andassimo definitivamente eliminati, e per proseguire nel loro intento ci puntavano a collo teso e ali spalancate, starnazzando in modo ben poco amichevole ogniqualvolta osassimo mettere il naso nella loro area di competenza. Il che significava ogni volta che si metteva il naso fuori di casa, perché le due pennute si erano bizzarramente convinte di essere padrone dell’universo.
Sfortunatamente non ci fu mai modo di farci riconoscere nuovamente come amici, e nonostante l’arrivo della primavera seguente e la nostra presenza sempre più assidua in giardino, le due continuavano imperterrite a puntarci e farci fare di quelle corse che alle Olimpiadi se le sognano.
Era diventato un problema anche solo aprire il cancelletto del loro recinto: non appena il chiavistello scattava, le due si precipitavano contro l’usciere, costringendolo a doverose ma poco onorevoli ritirate accompagnate da ululati di terrore e strilli riecheggianti.
Per darci un contegno e tentare di sottrarci al tristo destino di venire sottomessi da una coppia di oche –oche!-, iniziammo a girare per il giardino muniti di bastone.
Non sto scherzando. Provate voi a farvi attaccare da una coppia di oche –permettetemi di continuare a sottolinearlo, perché vorrei mettere totalmente a fuoco la questione: stiamo parlando di oche. Qua-qua. Zampe palmate e coda scodinzolante a ritmo con l’andatura a dondolo. Non parlo di Rottweiler né di zebre scalcianti. Quelle che avevano preso il potere nel nostro giardino erano due oche.- oche assatanate, dicevo, e vediamo poi chi ride. La situazione era diventata pericolosa: non si poteva più uscire di casa senza sentire il feroce sibilo alle spalle. A quel punto si rientrava, ci si blindava la porta alle spalle e –dopo opportuni riti di incoraggiamento guardandosi allo specchio e gonfiando i muscoli- si usciva solamente armati.
Purtroppo, con l’arrivo dell’inverno seguente, una tragedia accorse.
Mentre eravamo lontani da casa –il tutto nei giorni della merla, un freddo cane che non si immaginava-, le due oche erano riuscite ad evadere dal recinto e, preparando piani di assalto alle macchine una volta saremmo tornati a casa, si erano date alle passeggiate di complotto.
Un giorno le passeggiatine finirono: uno dei due allegri compagni si avventurò nella piscina, allora ghiacciata, e, forse dopo strenue lotte per uscire, forse abbandonandosi languidamente al freddo, annegò.
Forse si trattava di suicidio, perché è il primo caso di oca annegata di cui sento parlare.
Quando tornammo, trovammo il macabro spettacolo dell’oco a ali spalancate e collo affogato, mentre il suo compagno lo aspettava a bordo vasca, starnazzando e chiamandolo affinché uscisse e la smettesse di scherzare, dato che iniziava a preoccuparlo. Era una scena di una tristezza infinita.
I cani
Si era partiti quindici anni fa con i gatti, ognuno chiamato con il nome di una pietanza –quando mai si era sentito parlare di un gatto chiamato Brodo?-, per poi avere i pesci cannibali e in seguito i cani, dotati di privata ambizione di sterminare i pollai dei vicini e finiti per esasperazione in un centro di ex-tossico dipendenti. Poi sono venuti i pennuti: i piccioni molestatori della quiete pubblica, le oche convinte di dominare il mondo e infine le galline da attico.
Tralasciamo i gatti, che possono definirsi anche normali se si sorvola sul nome e sulle strane attitudini quali il dormire in equilibrio sulla testa di una statua aborigena o sul bracciolo di una panchina, l’apparire sui balconi delle finestre ad altezze sconsiderate –ovviamente appaiono dall’esterno- e l’avere ognuno un’autostima che supera i livelli di sicurezza. Ma d’altronde sono gatti. I gatti sono narcisi di natura.
Passiamo subito ai cani, invece: i due animali erano una felice coppia di fratellastri adottati in tenera età dopo mesi e mesi di sfinimento "papà, vogliamo un cane!". Va sottolineato il "papà". La mamma, che certe cose se le sente, aveva già i suoi dubbi riguardo la cosa. Comunque sia, alla fine la vincemmo noi. E li portammo a casa.
Uno dei due era relativamente normale. Da cucciolo, voglio dire. Prima di arrivare a casa nostra.
Era un normale cucciolotto, uno di tanti fratelli, sguardo felicemente ebete ma dolce, un’allegria sconsiderata, pancia tonda e gommosa, insomma, la beatitudine di essere cane.
L’altro, ahimé, era strano fin dall’inizio, e tutte le famiglie adottive l’avevano notato, scartandolo accuratamente. Era infatti rimasto l’ultimo della cucciolata, solo nel recinto.
Mio papà –e qui si potrebbe scegliere un epiteto che non sarebbe molto gradito ma che paragonerebbe il genitore a un folpo di mare- si era intenerito a vederlo, quel povero cucciolo solo soletto e rifiutato dal mondo, e così aveva deciso di prendere anche lui.
Rendo noto che quando si comprano dei cani, prendere una coppia di maschi è, per dire, smodatamente incosciente da parte degli acquirenti, in quanto i quattrozampe risvegliano le origini lupesche e creano branco a sé, in cui ovviamente gli umani non sono inclusi. Questo porta a diverse manifestazioni di indipendenza e ribellione che generalmente si concludono con la disfatta di uno dei branchi. Quei due malefici vigliacchi avevano deciso che ci avrebbero portati alla sconfitta per sfinimento, e così cominciarono fin dalla più tenera età a scavare fosse sotto la rete del giardino per fuggire verso la libertà. Questa corrispondeva con i campi di pannocchie circostanti. Migliaia di metri quadrati –centinaia di migliaia- di campi di pannocchie.
Che in autunno, ancora ancora, non costituiscono una foresta. Vengono tranciate e i campi restano coperti dagli smozziconi di fusto, altezza media trenta centimetri. In estate, però, i suddetti vegetali acquistano un che di alquanto fastidioso in quanto si ergono in altezza fino a raggiungere i due metri abbondanti, costituendo così una sorta di coltre verde -una volta il nostro giardino, in estate, venne definito "un bosco in mezzo a una foresta"- attraverso la quale non vedi ma neanche se hai i raggi x al posto degli occhiali.
Ecco, i nostri adorabili cani si divertivano a scorazzare tra le simpatiche pannocchie, lasciandoci puntualmente con un palmo di naso. Era seccante sentire le sfuriate di mio papà ogni volta che noi imbecilli ci lasciavamo sfuggire i cani, che divertiti scappavano da tutte le parti, ma fortunatamente una volta, mentre con il cancello socchiuso lui firmava una ricevuta al postino, i due bastardi –che poi tanto bastardi non erano- gli svicolarono tra le ginocchia per darsi all’allegra corsa campestre quotidiana. Da allora, mai più verbo fu proferito riguardo al farsi sfuggire i maledetti da sotto il naso. Ne furono proferiti alquanti, però, quando gli amati e fedeli compagni quattrozampe fecero strage di ben due pollai, divertendosi a fare razzia e a farsi poi trovare dai fattori, sorridenti ed esausti dopo la notte di follie. Circondati da cadaveri o pennuti moribondi. Generalmente tenevano anche in bocca una zampa di gallina, tanto per non far capire che erano stati loro a trucidare orrendamente tutti i poveri gallinacei.
Spesso alle scorribande dei nostri cari, si univa anche un botolo dei vicini, un maltese di dimensioni 40x20 e dal pelo rapato a zero. Il suddetto nano maltese era ferocemente innamorato del cane pazzo -quello pazzo davvero- nostro. Erano una coppia affascinante, a dire il vero. Anche il trio, nel complesso, non se la cavava male; mia mamma era ormai rassegnata al sentirsi rispondere, quando nel mezzo della ricerca disperata domandava ai passanti se avevano visto due cani in fuga, “due no, signora, ma di cani bianchi ne abbiamo visti tre. Andavano da quella parte.”.
Dopo un paio di anni all'estenuante ritmo di un paio di scappate al giorno, per puro caso e oserei aggiungere per puro culo, venimmo a sapere dell’esistenza della pet-therapy in strutture di riabilitazione per tossici o portatori di handicap. Dire che ai miei si rizzarono le orecchie è superfluo. Nel giro di una settimana avevano trovato contatti con un personaggio in una di queste comunità, lavato e profumato i cani e li avevano portati in montagna a fare un incontro per vedere se erano adatti all’incarico. Penso che mia mamma abbia pregato tutti i santi pregabili per far sì che i due mostri venissero accettati e lei fosse liberata da quel fardello che le rovinava la vita da due anni a quella parte.
I due fetenti –e per questo direi che la fervida fede risvegliatasi in mia madre durante quella settimana ha portato a risultati immediati e concreti- furono immediatamente accettati.
Fetenti perché si comportarono impeccabilmente, camminando al passo tranquillo dei padroni, quasi sfilando, e mostrandosi addirittura timidi e deferenti di fronte alle alte cariche del centro.
Fu dunque così, dopo due anni di convivenza, che i nostri cani fuggitivi –di cui uno di tendenze gay- si ritrovarono in un centro di cura per drogati.
Ora che non vivono più con noi pare che siano alquanto tranquilli tutti e due.
giovedì 30 luglio 2009
La Prima Invasione

Da alcuni anni pare che casa nostra sia territorio particolarmente appetibile per gli invasori.
E adesso non cominciate con le accuse leghisti di qua, leghisti di là, e il Veneto leghista eccetera eccetera: la mia è una constatazione oggettiva di una cittadina italiana che non sa più cosa fare con questi fastidiosi parassiti che circondano e riempiono il nostro territorio, le nostre case e le nostre città, impedendo le attività più semplici e infastidendo chiunque in maniera insopportabile ogni volta che te li trovi lì davanti, con quello sguardo ebete, che ti fissano.
Fa razzista, ma non ci posso fare niente: li odio, i colombi.
Odio colombi e formiche, a dirla tutta, ma perlomeno le formiche tacciono e non ti gorgogliano fuori dal balcone alle sei del mattino.
Non sopporto colombi e formiche, ok, ma le formiche non scagazzano in giro per il portico, corrodendo le colonne e rendendo lo spazio impraticabile e a rischio di bombardamento in testa a meno che tu non ti protegga con un elmetto –o ombrellino, per le signore-.
A buttarla così pare che i pennuti siano una catastrofe universale, piombata nel pianeta terra come punizione divina per i nostri eterni peccati.
Effettivamente, lo sono. La catastrofe universale, voglio dire; poi se fossero anche una punizione divina, la cosa potrebbe solo rallegrarmi: c’è la speranza che, scontata la pena, i piccioni spariscano.
Questi uccelli, comunque.
Ma non hanno proprio nulla da fare, durante il giorno?
Ma che senso ha, quando a pochi chilometri c’è Venezia con i suoi squadroni di turisti armati di briciolosi panini, con le sue vecchiette che vendono becchime, con tutto il suo ambaradam che crea un perfetto habitat piccionico, che senso ha, dicevo, andare a stabilirsi in massa in un’innocente casa in campagna?
Uno degli innumerevoli segreti di Fatima, dovesse essere mai svelato, vi avverto già che riguarda questo quesito.
Quesito al quale qui in famiglia, l’anno scorso, trovatici con il portico della casa diventato condominio piccionesco, abbiamo smesso di cercare risposta per passare all’azione diretta: trovare una soluzione pratica, veloce, definitiva.
Dovete sapere che in casa mia siamo dei ghiri pazzeschi. Pazzeschi ma un po’ anomali, purtroppo: siamo tutti ben dotati di sonno estremamente leggero verso i rumori più assurdi.
Che so, ci fate partire un martello pneumatico sotto casa, e noi pacifici continuiamo a ronfare.
Cade un cucchiaio in cucina, però, e ci svegliamo di botto tutti.
In ogni caso, per farla breve, una mattina ci siam svegliati e sonno ciao, sonno ciao, sonno ciao ciao ciao, una mattina ci siam svegliati e abbiam trovato là i piccion.
Una coppia che tubava allegramente, ovvio, due giovani pennuti felici di aver trovato una comoda sistemazione a quattro camere con vista sul giardino.
Sapete, queste sono le cose che proprio ti fanno salire un giramento di scatole che non ti molla più, specie se avete ben presente il verso dei piccioni.
Voglio dire, il piccione almeno avesse un allegro cinguettio che ti sveglia che è un piacere anche alle quattro del mattino.
Fosse sempre stato noto per le capacità risveglianti.
Avesse un bel tono di voce, fosse anche basso e monotono o squillante e acutissimo, quasi una specie di violino con la coda e le piume.
No. Il piccione ha quel mezzo tono borbottato e martellante, un sussurro a sfondo semi-erotico che ti risveglia dal sonno più pesante, quel gru-gru che già da sotto le coperte ti fa pensare che devi andare a scuola, che devi andare al lavoro, e anche lì trovarti con le orecchie imbottite di quel verso strisciante e ruffiano.
Non ci vivi, giuro. Non ci convivi con l’anima in pace per più di un mese e mezzo, se sei abituato con le rondini che garriscono o l’usignolo che cinguetta come un pazzo prima dell’alba.
Non ci vivo io e mio papà aveva già oltrepassato e doppiato i limiti di sopportazione dopo la prima settimana.
Ha quindi deciso di prendere quelle soluzioni di cui dicevo.
La prima è stata pacifica.
Ha bloccato l’accesso ai nidi con dei ferri appositi, passando un pomeriggio appollaiato su una chilometrica scala a pioli e armeggiando con fil di ferro e attrezzi.
Soddisfatto del suo operato, la sera è andato a dormire contento.
Il mattino dopo, alle ore sei precise, un gorgoglio tubante lo ha distratto dal sogno e l’ha riportato alla realtà; convinto di essere ancora in un incubo, ha spalancato il balcone ed ha assistito al tranquillo farsi largo dei piccioni tra gli spunzoni. Beati, tranquilli loro: con le ali e un incedere leggermente tronfio e sempre con quel je ne sais quoi di incredibilmente ottuso, passavano attraverso il confine appuntito che papà tanto aveva lavorato per ergere.
Un pomeriggio in alta quota mandato in malora.
Già alla seconda soluzione il pater familias era passato a un che di meno pacifico.
Approfittando del periodo –era quasi Halloween-, ha comprato una scatola di petardi e si è costruito una specie di trincea nel terrazzo, dalla quale spiava i movimenti dei pennuti.
A questo punto dovete immaginare vostro padre che di mattina si sveglia a ore assurde e, in camicia da notte, apre di soppiatto la finestra e lancia fuori un petardo, così.
Poi si incazza, perché i piccioni –che poi si dice stupidi, stupidi… Alla faccia degli stupidi- già al secondo petardo avevano capito che al breve sfrigolio della miccia seguiva l’esplosione.
Quindi loro, placidi e imperturbabili, all’udire il leggero crepitio pre-scoppio, levavano i regali sederi piumati dal nido e se ne andavano sull’albero a godersi i fuochi d’artificio.
Per poi, ovviamente, tornare e commentare con allegri gru-gru quanto divertente fosse stato l’assistere al botto.
Probabilmente avevano pure sparso la voce di questo allegro spettacolo, perché nel giro di una settimana la famiglia di piccioni si è allargata, aprendosi a una nuova e giovane coppia di pennuti.
I quali, da che natura è natura, hanno iniziato immediatamente a sfornare uova e piccoli uccellini.
Puntualmente, al nascere di una nuova generazione pennuta, il conflitto a fuoco si sospendeva, perché i piccoli facevano tenerezza.
Appena mettevano il becco fuori dal nido, però, il capo della resistenza rimetteva mano alle armi.
Era diventato una vera guerra, con tanto di alleanze e spartizione dei ruoli.
Capo comandante generale indiscusso, nonché artificiere e capo dell’attacco aereo era mio papà.
Mio fratello minore l’addetto ai rifornimenti, il fratello mezzano era lo stratega.
E i gatti, i miei amati sei gatti, erano diventati preziosi alleati di terra, con i quali papà contrattava a suon di lische di pesce e scatolette di tonno allo scopo di convincerli a mirabolanti acrobazie per arrampicarsi sulle colonne, entrare nei buchi dove stavano i nidi e fare razzia.
Dopo un paio di mesi e qualche centinaio di petardi lanciati con inutile precisione esattamente dentro i nidi, mio papà si è illuminato ed è passato alla terza tecnica.
Ha rapito un mio amato peluches a forma di pappagallo rosso e blu, l’ha imbragato in una specie di cintura elastica e l’ha posizionato ad ali spiegate esattamente davanti al nido principale dei colombi.
La presenza inquietante, devo dire, ha funzionato.
Per quasi una settimana non siamo stati svegliati dal tubare dei pennuti.
Purtroppo, si sa, il bel gioco dura poco, e gli invasori si sono presto accorti della bufala e sono tornati a vivere nelle loro casette sottotetto, quasi felici di avere un nuovo silenzioso e colorato vicino.
A quel punto stavamo seriamente pensando di cambiare casa.
Un giorno però, mia mamma è stata colta da un’idea mentre puliva la casa.
Ha preso il mocio vileda che da mesi militava nella nostra lavanderia, e con fare atletico l’ha lanciato come un giavellotto diritto nel foro del nido.
Vedendo che i piccioni non tornavano, ha continuato la sua operazione, rendendo il nostro portico alquanto ridicolo; voglio dire, già c’era un pappagallo di peluches appeso al soffitto, aggiungendo a questo una serie di scope di saggina o di stoffa che stavano conficcate sulla cima delle colonne, si arrivava a risultati alquanto allucinanti.
Comunque sia, anche dopo questo tentativo abbiamo avuto un altro periodo di pace.
Il terribile verso gru-gruante non ci assillava più il mattino, rendendoci isterici e irritabili tutta la giornata.
Ma un giorno è tornato.
E non capivamo neanche da dove venisse, porca miseria, c’erano scope conficcate ovunque, i buchi erano tappati, il sottotetto era pieno di piccoli alveari di vespe in quel periodo (la primavera stava ormai arrivando), pareva impossibile; che fosse un’allucinazione?
Ahimè non lo era.
I piccioni, semplicemente, approfittando della nostra gentilezza di aver lor fornito un tale comfort, si erano intrufolati nei fori e fatti il nuovo nido nella parrucca del mocio vileda.
Ovviamente si erano stabiliti nuovamente nella parte più nascosta all’interno della colonna, così da essere ancor meglio protetti e invisibili a qualsiasi offensiva.
Una volta comprati un paraorecchie per membro della famiglia, siamo giunti alla conclusione più spietata, l’unica che non avremmo mai voluto, ma purtroppo l’unica per liberarci dei nemici.
Era ormai quasi un anno che combattevamo inutilmente.
Era quasi un anno che i piccioni si riproducevano ininterrottamente, continuando a prolificare a ritmi insostenibili.
Avevamo capito finalmente il loro unico punto debole.
Una mattina, armati di scopa, i miei genitori sono saliti in terrazzo.
Hanno posizionato le loro lunghe armi dentro i fori, sopra i nidi e, dopo aver fatto fuggire le madri piccione, hanno eliminato il problema alla radice: PATAM!
Un colpo secco e le uova, la generazione di maggio della famiglia piccionesca sono andate in frantumi.
Da allora non sono più tornati, i piccioni.
Sono arrivate le formiche, in compenso, ma questa è un’altra storia.
