Popi, qual è la domanda che ti fanno più spesso?
Come sto.
E la domanda che vorresti che ti facessero, più spesso?
Se sono felice.
…
…
Popi, sei felice?
Si. E tu?
Penso di sì.
Popi, qual è la domanda che ti fanno più spesso?
Come sto.
E la domanda che vorresti che ti facessero, più spesso?
Se sono felice.
…
…
Popi, sei felice?
Si. E tu?
Penso di sì.





Dalla finestra della camera, la luce di un lampione. Il silenzio della notte.
Non la disturba un ronzio di zanzara, non il russare dalle stanze vicine, non il rotolante fruscio delle foglie in giardino.
Gli occhi, gli occhi si spalancano da soli. La mente non si vuole spegnere; nel momento in cui si inizia ad assopire, ecco che il pensiero ritorna, esplode nel cervello in mille frammenti che si conficcano nella testa, il dolore che si riapre, gli occhi scattano, aperti, annegati di lacrime asciutte.
Mai fissato il soffitto così a lungo, pensa. Mai l'ho odiato così a fondo. Trave, legno, trave, legno, trave, legno, nodo sul legno, trave, legno, trave.
Buio.
Ti odio, ti odio, sparisci dalla mia testa.
Come io non ci sono nella tua, ora,
come non ci sono mai stata,
come non ci sarò:
così sparisci senza lasciare traccia, vattene. Vattene
Preme un tasto della sveglia, l'ora si proietta sul muro in laser rosso tecnologico: mezzanotte è passata da molto. Una macchina passa in strada, con calma.
Non la tiene sveglia una canzone che le gira in testa, non è il caldo o il freddo, non è il letto scomodo.
Scivolano le pupille sulla stanza, sul soffitto.Si gira verso il muro, sposta il cuscino, lo rimette a posto bruscamente, si gira ancora, e ancora. Soffitto.
Chiude gli occhi.
"Conta le pecore, pensa a tutto quello che hai fatto durante la giornata, ai particolari, cerca di ripassare quello che hai studiato, rilassati per addormentarti."
Ma la mente divaga, si sposta ancora -cosa starà facendo? Cos'avrà fatto oggi?- e ritorna ad ogni suo ricordo, gli occhi si riaprono, due oblò nella notte, sbarrati. Bocca in giù, occhi in su, il soffitto la guarda. I ricordi la circondano.
Un ti odio altalenante, sempre meno convinto, fino a contorcersi in una domanda.
Ti odio?
Retorica, non è vero?
Una finestra si illumina, lontana. Un gatto in strada rovescia un bidone di bottiglie.
Non la distrugge un rimorso, un rimpianto, uno sbaglio passato.
Gli occhi seguono il filo di un pensiero, uno solo!, che tormenta e non lascia, che scivola nella tua ombra seguendoti costante. Ti risveglia al mattino e ti disturba la notte, notte sola e triste.
Guarda ancora il maledetto soffitto.
"Cadi, dai, cadi" lo sfida "La facciamo finita, così. " solo una tempesta di esagerazione, tanta scena per niente. Niente? Niente non è niente.
Ma ancora quel tormento ritorna, e la contorce dentro, stomaco, cuore, mente in un nodo armato.
Manca, manca. C'è qualcosa che manca. Qualcuno.
Il soffitto è lì.
Occhi aperti.
Il momento prima di esplodere, un secondo prima di iniziare a piangere come una bambina, un attimo prima di sfinirsi, allunga la mano e afferra da uno scaffale una grossa rana di peluche, morbida.
La abbraccia, il mento su uno sferico occhio di vetro. La abbraccia e la stringe forte.
La rana la consola con il suo sorriso cucito e la sua pancia di imbottitura. I suoi occhi duri e luccicanti spalancati al posto suo.
Piano piano il pensiero si addolcisce.
In fondo sa che dev'essere così solo perché sta crescendo.
Piano piano si addormenta, il peluche stretto a sè.
"Come topi. Come piccoli, repellenti topi che corrodono la carne, famelici di spazi dove moltiplicarsi, piccoli e disgustosi, malvagi topi. Sono ovunque, ovunque: non un buco dove non si acquattino nelle loro piattezze da scarafaggio insinuante, nascosti all'occhio dell'ignaro,
tu sei l'ignaro, sarai costretto a lasciare per loro, costretto
atti nella loro falsità, a guastare tutto ciò in cui sono, in piccoli buchi in cui si rifugiano, maledetti. Come insetti, sì, come insetti. Come insetti piccoli e neri, arrivano, giungono da dio sa dove, riempiono tutto della loro sgradita e sgradevole presenza, si spostano, sì, si spostano non visti, scivolano infidi in ogni angolo, nelle loro forme ottusamente piatte ma arrotondate, neri, schifosi e viscidi, come rotelle di verme, sanguisughe, piccole sanguisughe, disgustose sanguisughe nere e appiattite.
Vanno cacciati, vanno cacciati
E tutto nasce dalla crescita, dalla loro crescita, quando da piccoli e bianchi, ancora nell'essenziale forma sottile non disturbano, stando immobili nei loro nidi. Ma poi il tempo passa, e i piccoli diventano grandi, anneriscono nel colore dello scarafaggio, iniziano lo sviluppo in forme dall'irritante aspetto e consistenza. Un pugno nell'occhio da vedere, quando rovinano la purezza di ciò che è tuo, tuo e di nessun altro, tuo, tuo
Vanno cacciati, vanno cacciati, vanno cacciati, vanno cacciati
Cacciati!, con un coltello, estirpati, pungolati a forza a scendere e fuggire, precipitare dai loro rifugi sicuri verso una piattezza acquosa, ripararsi sotto i resti per poi essere gettati, fatti sparire, i corpi da invasori annegati nelle fogne o seppelliti tra la spazzatura, più trovati, mai più trovati, morti eternamente morti al nostro sguardo, morti
Vanno fatti sparire! Sparire per sempre, dalla faccia della terra, devono...”
Pomi?
Sì Popi?
E' possibile che ogni volta che mangi una fetta di anguria tu debba fare tutto questo casino?
Ma i semi...
Nonono, che ma, che semi. Sono le tre del mattino. Taci.