domenica 27 novembre 2011

Breve dialogo

Popi, qual è la domanda che ti fanno più spesso?

Come sto.

E la domanda che vorresti che ti facessero, più spesso?

Se sono felice.

Popi, sei felice?

Si. E tu?

Penso di sì.


sabato 26 novembre 2011

Preludes




Suona, suona, suona, e nel suono si sciolgono le stonature della giornata, e così ogni giorno e così sia.
Ogni sera, nel conforto della solitudine, libera dalla confusione, si avvicina alla tastiera e ritrova nel pentagramma le emozioni della giovinezza, le speranze della vita che le si spiegava davanti, le passioni e via dicendo. Le riassapora brevemente, tutte assieme, poi -le dita non più allenate come un tempo- si alza dal seggiolino e si dirige verso la camera da letto.

Ritrova ogni sera anche un fumatore, nel cortile. Ne scorge la presenza dalla finestra vicina al pianoforte -una finestra dal disegno un po' inglese-, ormai da anni. Non sa se è un uomo o una donna: tra i palazzoni non c'è luce, e tutto ciò che vede è un'ombra quasi immobile vicino al portone e il minuscolo tizzone della sigaretta, ma è sicura che lui o lei sia lì ad ascoltarla, e che siano legati strettamente da un silenzioso appuntamento giornaliero, capitato la prima volta per caso, in un passato quasi remoto.
Lei suona, e scarica la tristezza, cumulo di un lungo giorno, e quando finisce getta uno sguardo dalla finestra: la sigaretta, giù, brilla ancora solo un attimo. Lei sorride, e spegne la luce. Buio; la giornata è finita.

Appartamento numero diciassette, quarto piano di un vecchio palazzone grigiastro.
Molti libri, disordine casalingo, carte e lettere non aperte sparse su un brutto tavolino in entrata. Nel salotto, un vecchio pianoforte ben accordato e posto vicino a una finestra con vista sul cortile.
Sera di settembre, di ore a tempo alterno. Sera di nuvole.
Torna a casa trascinando i piedi stanchi e il corpo sprofondato in una triste spossatezza. Quarto piano, chiave nella toppa, cigolio di cardine e borsa sul divano. Cena, sola, sola, sola.
Sparecchia, poi va al pianoforte, spinta dal miraggio di un sollievo musicale e di una compagnia lontana, una scintilla fredda e minuta le brucia pancia e petto per un secondo.
Preludi di Chopin, opera ventotto. Libro logoro e consunto, pagine incartapecorite che si staccano. Butta uno sguardo dalla finestra, ancora nessuno.
Attacca il quarto.
Quanto poco reagiscono i tasti al suo tocco, ora. Quanto poco hanno sempre reagito, in fondo, quanto troppo si è illusa di poter risvegliare dalla pancia della balena un canto nuovo e melodioso. Quanta fatica, quanta stanchezza del mondo.
Lo pensa mentre si svuota l'anima, riversando l'amarezza sulla tastiera. Senza volerlo, sbircia oltre il vetro per scorgere qualcuno, ma il buio non lascia posto al fuoco di un fiammifero o a cenere di carta e tabacco. Un dito cede, e il preludio si interrompe malamente a metà.
Gira le pagine, con un po' di stizza. Preludio venti.


Tre righe soltanto, così breve, così intenso. Non ci sono ricordi, in questo brano, solo il presente e la sua traccia che lentamente si spegne, misera. E' finito, e ancora non c'è nessuno. Inizia, subdola, l'angoscia, e sveglia il senso di abbandono che tante volte ha messo a tacere; entrambi si sommano alla solitudine di una misantropia leggera, alla frustrazione e alla rabbia, e tutto diventa tristezza, tutto si scioglie in un'unica parola: tristezza; cappa pesante umida e scusa che le piega la testa e le spalle sotto il suo peso.


Attacca l'ultimo preludio, il ventidue, con forza e disperazione tempestose: dopo poche battute le mani vanno già da sole, senza bisogno di note scritte, trascinate dalla foga e guidate dall'abitudine.
Il preludio finisce. Il buio sale dal cortile.

Chiude il libro, chiude il coperchio della tastiera, apre la finestra, non spegne la luce.
Tocca il pianoforte mentre sale sul balcone, poi guarda il nero dove il fumo stanotte non c'è.
"Aspettami" pensa.
Poi è solo vento freddo, e buio ancora.

domenica 6 novembre 2011

foglie e marciapiede




Pioggia di novembre. Cammino; borsa, ombrello, e piove. Non piove che dio la manda, non pioviggina: pioggia grigia che piove, piove e basta, ostinatamente. È veramente novembre. Credo mi piaccia abbastanza, nonostante preferisca ottobre. Che vuoi farci, ci sono nata, in ottobre. Le foglie diventano arancioni, in ottobre, e non piove in modo così triste. Pioggia di novembre...

Le parole girano in tondo nella mia testa come nel discorso di un vecchio, mentre cammino.
Il marciapiede è coperto di foglie bagnate, una schifezza. Ti abitui a camminare a Venezia, e tra ponti e acqua alta pensi di non aver più paura di niente, poi ti trovi su un marciapiede coperto di foglie bagnate e là son cazzi. Mi sento ridicola mentre cammino cercando parti di cemento scoperte dove posare i piedi per evitare di finire col culo per terra. Sai che figura, poi.
Tiro la sciarpa e la aggiusto attorno alla gola. È una bella sciarpa, rosso granata, che non usavo da tanto tempo. Era finita in chissà che armadio, erano quattro anni che pensavo di averla persa.

Mi piace camminare quando piove così. Se ho l'ombrello, ovvio, e una sciarpa attorno al collo. Vado con calma; a zig zag, ma con calma.
Mucchietto di foglie. Radici dell'albero che rompono il marciapiede. Beethoven, nona Sinfonia, terzo movimento. Goccia sulla guancia, lacrima sulla guancia.
Ho i brividi, ma non credo sia il freddo.

musica, musica, musica




Popi?

Dimmi Pomi.

Ti piace Tchaikovsky?

Molto.

E Brahms?

Anche.

E Beethoven?

Anche lui.





Ti piace la musica classica?

Sì.

Anche a me.





Ok, e quindi?

No, niente.

… Pomi.

No, è che ieri stavo camminando, e avevo su le cuffie. Stavo ascoltando il concerto per violino, il primo tempo. Quello di Tchaikovsky. Sparato a bomba

Ti ho detto un milione di volte di non tapparti le orecchie in quel modo mentre cammini per strada, Pomi, mi fai incazzare!

Ma ascoltami! Sentivo questo concerto, ed è bellissimo, vero Popi? E mi sentivo... straziato, straziato dentro fino all'ultima fibra! Era talmente esaltante che volevo cantare, saltare, avrei voluto mettermi a correre in mezzo alla strada

pessima idea

si, infatti non l'ho fatto. Comunque, non potendo mettermi a correre e neanche a cantare a squarciagola -quando riattacca tutta l'orchestra, e le trombe!! In quel punto ogni volta mi sento esplodere di non so cosa, non è solo gioia, è qualcosa di più, mi viene da piangere tutte tutte tutte le volte, e riderei gridando, non avrei la voce per esprimere una cosa così... così... cos' inesprimibile!-, potevo fischiettare, no? O borbottare qualcosa.

Saresti sembrato pazzo, ma sì, suppongo che avresti potuto farlo...

E l'avrei fatto! Ma come facevo? È... è... è un'orchestra intera, Popi! È talmente... talmente grande, tutto talmente pieno e immenso, divampante e profondo, e sfuggente allo stesso tempo!

Pomi, è un'orchestra, sono tanti strumenti messi assieme

appunto!

ne devi scegliere uno e segui quello!


...

Musica classica bastarda.



Popi, ti dico che mi ruba, mi porta via! Mi strappa da me, e io vorrei seguirla completamente, vorrei diventare la musica stessa, ma non riesco, non posso! Resto spezzato tra il me che cammina e mi tiene a terra di peso e una corrente di musica travolgente che cerca di sollevarmi e portarmi con sé! Quando le ascolto, queste cose... Quando le ascolto non vedo la gente, per strada! Il pezzo mi risucchia e ciao, chi si è visto si è visto, finché non succede qualcosa davanti a me, o finché non finisce la musica non ritorno!
E in quei momenti mi sento straziato dentro: tutto che tira, attratto dalla melodia, ma niente che può arrivare a niente, o esprimersi davvero, è uno strazio Popi, uno strazio bellissimo, ma fa impazzire, io



Popi, come spiegare...

Pomi, penso sia meglio se direttamente non spieghi e piuttosto mi scarichi la lavastoviglie, che ne dici?

A volte penso di odiarti, sai Popi.

sabato 29 ottobre 2011

Buon Viaggio


Il treno arriva in stazione, tre minuti di ritardo.
Ha quell'ombra di nervosismo che le attraversa il viso mentre, prima che le porte si aprano, aspetta in piedi nel vagone, con la borsa in spalla e la valigia a terra; deve “cambiare”, e quando deve “cambiare” l'assale sempre il terrore. Anche se ha tempo, per “cambiare”. Anche se ha, come in questo caso, nove minuti. Sei, considerando il ritardo. Un'infinità, comunque.

Valigia con dentro libri universitari svogliati, vestiti da lavare e un beauty-case ben tornito. Borsa con fotocopie e altrettanti libri altrettanto svogliati, un astuccio, agende, portafoglio, guanti, cappello, telefono, musica, cuffie bianche e abbastanza vistose. Giacca rossa, in lana cotta. Stivali.
È una bella giornata. L'autunno si è finalmente affacciato anche qui.

Le porte si aprono: scende in fretta, impacciata dalla valigia e dai tacchi degli stivali che risuonano in maniera secca e imbarazzante. Nonostante le piaccia -e molto- quel rumore di zoccoli sonoro e pieno, sa che è da considerare imbarazzante.
Per fortuna “il cambio” riesce in modo indolore. L'altoparlante chiama già il treno in partenza non appena i suoi stivali rimbombanti toccano il marciapiede del binario, così lei trotta -letteralmente, trotta; scalpiccio che scalpita di zoccoli sul cemento-, “cambia”, e sbuffa quando finalmente si siede, su quei sedili pieghevoli, blu, da corridoio, davanti alla toilette del vagone, un po' stancata dalle scale.
La guardano, in silenzio.
Lei li guarda. Un po' confusa, allunga l'orlo della giacca sulle calze -ha una gonna corta-, ravvia i capelli, copre le gambe con la borsa. Estrae e indossa le cuffie, sceglie una musica, si concentra su un'agenda.

Il treno sta per partire. Uno sbuffo di fumo entra dalle porte prima che si chiudano, seguito da un vecchio e un forte odore di vino e tabacco. La sua borsa, sportiva e logora, è poggiata a terra vicino al sedile pieghevole davanti alla toilette e sfiora la valigia di lei.
Lui si siede. Cappellino rosso con visiera, giacca a vento blu che lascia intravedere un crocifisso e un mp3 viola al collo. Ha barba e capelli lunghi, viso scavato, occhi fondi e chiari.
“sai, io ho viaggiato molto”
Partiti.

Giacca rossa sposta le cuffie all'indietro e si gira verso di lui. L'ha sentito dire qualcosa, non vuole sembrare scortese.
Il vecchio non la guarda in faccia mentre parla. Cerca di disfare il nodo inestricabile delle sue cuffiette. Unghie lunghe. Continua, ostinatamente, a cercare di sbrogliare il filo nero con una mano sola.
“sai, ho viaggiato molto, e ogni volta i treni hanno qualcosa che non va”
Lei accenna un sorrisino di circostanza, sposta di nuovo le cuffie sulle orecchie, si concentra ancora sull'agenda. Sente qualche altra traccia di parola, guarda alla sua sinistra: il vecchio cerca ancora di snodare con una mano sola, e intanto le parla.
Si arrende; sfila le cuffie e le ripone nella borsa, prende il filo nero dalla mano del vecchio, scioglie il nodo, lo rende al proprietario.

L'autunno scappa, fuori dal finestrino.
Lui le racconta la sua vita, lei ascolta. Gli altri passeggeri li guardano, ogni tanto: un uomo sorride, sprezzante; il controllore, passando, chiede se è tutto a posto; una coppia di ragazze storce il naso. Lei accenna un sorriso, scuote il capo, torna alle parole del vecchio e ai suoi viaggi in America, da ragazzo con due amici con cui dividere le spese; all'incidente che gli ha fatto perdere un braccio, alle maratone e ai self-service made in Italy, ai treni che bucano le ruote e agli spiriti della toilette. Ascolta, senza parlare; lui parla, senza guardare. Un circuito tranquillo di attenzione scorre tra i due sedili, assieme all'autunno, fuori dal finestrino.

La velocità diminuisce, stanno arrivando. Lei non deve “cambiare”; stavolta è arrivata.
Si alza, Devo scendere.
Il vecchio continua a parlare, imperturbabile. Il filo del discorso è aggrovigliato dall'alcol, i ricordi e la vista offuscati dagli anni. Quando il treno si ferma il tono di voce si abbassa lentamente. Alza gli occhi.
“grazie”
un sorriso breve, la gente spinge per scendere.

Lei scende, trascina la valigia e si ferma dietro la linea gialla, un po' in disparte.
Il treno riparte mentre si gira a guardarlo.
Buon viaggio, pensa.
Poi esce dalla stazione, borsa in spalla, i tacchi che risuonano nel silenzio della sera.

venerdì 12 agosto 2011

rosa senza spine


Un euro, un euro, una rosa solo un euro, compra, un euro, u
Va bene! Ecco, tieni, dammi sta rosa...
Una rosa -solo un euro, solo un euro- viene estratta dal mazzo, passa di mano contemporaneamente all'euro -una rosa, una rosa- dissepolto controvoglia da una comoda tasca dei pantaloni.

Il venditore sparisce, va ad incollarsi a un gruppo di turisti.
Una rosa un euro... E adesso cosa me ne faccio di

A Venezia è sera, i contorni delle case sono sfumati dalla foschia, le persone si accalcano nelle calli verso la stazione, sciarpe coprono i nasi arrossati dal freddo, lui tira su il bavero del cappotto, sta rosa in mano, un euro buttato al vento, non posso neanche infilare le mani in tasca, adesso la butto via, sta cazzo di rosa..

Una ragazza arriva dal senso opposto, frettolosamente, ha un cappotto di lana cotta rosso, e le scarpe che sbattono sul marciapiede, delle scarpe così inadatte, ma si può, a Venezia con i tacchi, ma dai...
Poi un baleno nella mente

"Signorina! Signorina!"
La signorina alza gli occhi e sfila un cuffietta dall'orecchio, rallenta, e nel momento in cui si ferma
"Signorina, ecco, tenga"
Con un sorriso veloce le infila la rosa in mano, la supera e va avanti per la sua strada, velocemente, senza fermarsi un attimo più del necessario. Caccia le mani in tasca e si dilegua nella foschia e nella folla serale, la testa sprofonda tra le spalle.
Lei resta con la rosa in mano, si gira, un po' spersa, lo cerca con lo sguardo ma già non lo vede più; ma com'era fatto, che viso aveva? Chi era?
Ricomincia lentamente a camminare verso la stazione; rigira la rosa tra le dita guantate di azzurro, scorre il gambo senza spine. Cerca di ricordarsi almeno gli occhi del Signor Qualcuno che le ha regalato una rosa rossa e si è dileguato. Magari sarebbe stato l'uomo della sua vita! Si sarebbero incontrati ancora, magari in un posto totalmente diverso, lui l'avrebbe riconosciuta e l'avrebbe fermata, e si sarebbero baciati, alla luce di una luna tonda e bianca, unica testimone di un amore impossibile, e lei avrebbe scoperto che

Mentre continua a camminare, con la felicità che le aleggia attorno e la spinge nelle salite dei ponti in quella sera veneziana così stanca, annusa la rosa. Non ha profumo.
Si ferma, guarda il fiore che tiene in mano, ed è solo una rosa sgualcita e brutta.
La getta nel canale, e continua la sua strada, senza fermarsi ancora.

domenica 7 agosto 2011

un nuovo grande amore

Tu che mi risollevi l'umore, sempre
Tu che sorridi e sai farmi sorridere
Tu che con piccoli gesti mi fai felice.
Tu che dici sempre la cosa giusta. Anche se dici sempre la stessa cosa. Anche se a dirla tutta non capisco quello che dici.

Beh insomma,
ti amo, Mr. Trololo


sabato 21 maggio 2011

Giornata


Mi manchi, Dio sa quanto mi manchi.
Svegliarsi la mattina, addormentarsi la sera, ed avere un unico pensiero; stomaco che si torce, pieno di farfalle che lo torturano senza tregua.

Sette del mattino: giù dal letto, barcollando; e ti penso.
Acqua sul viso, vestiti sulla pelle. Lo specchio mi rimanda una bocca rassegnata, senza la forza di sollevarsi. Cerco di non guardarlo mentre finisco di truccarmi: devo pensare a me. Andare avanti. È mattina, una giornata nuova e intatta.
Scendo, e già il caffè è più amaro del solito, mi macchia le labbra. Le lecco, mi sembra di sentire il tuo sapore. Mi manca da morire.
Metto la tazzina nel lavandino, ed esco.
Poi rientro, ho dimenticato la borsa. Ho la testa obnubilata.
C'è il sole.

L'una di pomeriggio: fuori dalla classe, corridoio, passi lenti e strascicati, mentre attorno scorre uno scenario di cartelle e magliette a maniche corte, registri e fogli protocollo, polvere di gesso e tappi di penne.
Cuffie nelle orecchie; mi rubi me stessa, ti porti la mia anima con me, lontana. Mi rubi la mente. Mi rubi le forze.
E io perché non posso rubarti?
Io posso aspettare.
Continuo a camminare verso la macchina, e un po' mi gira la testa.
Posso pensare. Posso piangere addirittura, ma non ne vale la pena, su.
Il tempo passa in fretta. E poi tutto sarà finito, e nascerà una nuova me. Una me migliore.

Pranzo a casa, leggero. Poi nausea, la pancia si ribella, e ancora giù di caffè, mio unico appiglio. Amaro.
Ancora te, martellante te, perseguitante e proibito.
Ancora nausea.
Vado a correre, vado a liberare la mente.

Le dieci di sera. Finire il pomeriggio è stata un'impresa. E non è passata neanche una settimana. Mezza, appena. Che incubo. Io? La maturità? In questo stato?
Ma ne vale davvero la pena, allora? Ma chi sono, io, per ridurmi così? Ma lo voglio davvero? Ma perché? Ma perché no?! Ti voglio. Valà, ti voglio, sì...
Cosa dico... Mi fai delirare, vedi?
Mi giro e rigiro sul letto, un cigolio dal materasso, sì, ne vale la pena, sì, io sono forte, io resisto, io passo oltre e tengo la testa dritta e alta, e io
e io
e


Dieta di merda, io senza zucchero non resisto.

lunedì 28 marzo 2011

Gelato al pistacchio


Costituisce un interrogativo interessante il fatto che, in una famiglia di mangiatori di gelato dove l'unico gusto non tollerato dal palato di nessuno è il pistacchio, famiglia quale Happy Family è, l'unico gusto della vaschetta che non cementifica un secondovirgoldue dopo averla riposta in congelatore è proprio il pistacchio medesimo.
Capirete che, in un momento di fame assassina fuori pasto che ti porta a spalancare il freezer, desiderando fortemente una coppetta di rinfrescante crema gelato, ciò possa essere seccante.

Quando, in un afoso dopocena estivo, Mr HF fu per la prima volta costretto ad abbattere la sua voglia di gelato al cioccolato a causa della glaciazione avvenuta all'interno della confezione in polistirolo, la sua deduzione fu che il frigo era evidentemente rotto.
Venne quindi chiamato un tecnico specializzato, il quale dopo lunghe ore di lavoro e minuziosa analisi dell'elettrodomestico, rilasciò un salato conto da pagare e il verdetto che tutto funzionava come doveva funzionare -perfettamente-, e a dimostrazione di ciò estrasse la confezione di gelato dal freezer e se ne servì una generosa porzione. Escludendo il pistacchio.
Soddisfatti del risultato, i signori HF pagarono la parcella, finirono compiaciuti i resti di gelato -lasciando il pistacchio- e andarono subito ad acquistarne una monumentale vasca dalla gelateria vicina, chiudendola in freezer e predisponendo di mangiarla dopo pranzo, per festeggiare la riparazione del frigo.
Mi pare completamente inutile riferire che, terminato il pasto -leggero, proprio per poter gustare a pieno il dolce ghiacciato- e giunto l'atteso momento, la confezione rivelò delle ordinatamente disposte palle di marmo, eccetto un'unica porzione che con verde sorriso mellifluo manteneva una morbida consistenza da dessert al cucchiaio.
Si vide il sorriso spegnersi sulle labbra degli HFs; un secondo dopo, la madre rientrava in cucina mettendo sul fuoco una pentola d'acqua per preparare una seconda porzione di pasta per ciascuno.

Quella notte, mentre il silenzio intorpidito del sonno regnava nella casa, Mr HF scese circospetto le scale in camicia da notte e si chiuse in cucina. Prese la vaschetta bianca che riposava tra i ghiacci e la posò sul bancone. La aprì.
Il pistacchio lo guardava, mentre le altre sfere giacevano ibernate.
Attese. Passarono dieci lenti minuti, ma non ci fu la minima variazione nella consistenza del dolce, che si mantenne a ranghi serrati e indissolubili.
Mr HF prese un cucchiaio, e tentò invano di profanare la ferrea disposizione delle palle dalla consistenza di cemento armato.
Il cucchiaio si piegò.
Infervorato dall'esperimento andato male, fu dunque il turno di una forchetta, di un coltello, di un machete, di un batticarne, di uno stuzzicadenti ed infine, arrivato ad un livello di nervosismo a limiti estremi, di un phon. Tutti gli alleati caddero in battaglia.
Allora, pensando di sfoderare il suo asso nella manica, Mr HF ripose il contenitore in microonde, selezionando la modalità “scongelamento”; il microonde si fuse, ma nessuno il mattino seguente osò domandare cosa fosse successo.
Si percepiva dagli sguardi, si annusava nell'aria: era guerra.

La notte seguente fu il turno di Mrs HF.
Approdò al frigorifero armata di scalpello e martello, più un occasionale cacciavite, e si riecheggiò un rumoreggiare da officina per un quarto d'ora, interrotto da occasionali esclamazioni irripetibili ed eventuali sbuffi o cadute di attrezzi.
La mattina, nella confezione di gelato tutte le palle erano separate le une dalle altre, i ranghi erano stati tranciati da duri solchi, ma erano ancora saldamente incatenate al contenitore. Ma un passo avanti era stato fatto. E fu quel pomeriggio che Miss HF, armata di seghetto, si insinuò nella dispensa.

Accertatasi di non poter essere scorta da nessuno, si chiuse dentro, e prelevò dalla ghiacciaia la vaschetta, che constatò con gioia essere in polistirolo.
Armata di pazienza certosina, sventrò il contenitore, seghettando via attentamente i pezzi di materiale dal gelato, riponendo le palline in una terrina di emergenza, tutte, eccetto una sfera al cioccolato: questa fu portata via, e mangiata con soddisfazione in un crocchiare di ghiaccio che mano a mano si sciolse.
Uno a zero per Happy Family. La vittoria era vicina.
La resistenza glaciale non durò ancora a lungo: merito dell'unione delle menti obnubilate e infervorate dall'astinenza da gelato, fu escogitato un piano infallibile, presto messo in atto con successo.

È dunque entrata in uso da un certo tempo a casa Happy Family una curiosa abitudine, che si presenta ogniqualvolta l'impellente necessità di gelato emerge prorompente nelle viscere di qualcuno.
Tale pratica consiste nel posizionarsi nelle vicinanze del freezer, e con voce tonante esclamare: “AH! Come vorrei una bella coppa di gelato al pistacchio!”. Aprendo lo sportello, sarà matematicamente certo che il gelato di qualsiasi vaschetta sarà ora morbidamente pronto ad essere scucchiaiato e assaporato, ad eccezione del pistacchio, che avrà raggiunto la durezza di un diamante.
È però evidente quanto cotanto metodo necessiti ancora di qualche perfezionamento, in quanto, soprattutto in presenza di ospiti, può risultare non poco imbarazzante e bizzarro.
Nel mentre noi di Happy Family si medita, potrebbe qualcuno gentilmente dirmi come possa essere possibile rubare del gelato di nascosto quando prima di poterlo fare è necessario mettersi a declamare in tono liricamente sonante il proprio amore per il verde gusto gelato?

amo parlare con mio padre




“papà?”

“dime”

“sai, pensavo oggi... che palle! Quando sono qua a casa ho continuamente voglia di partire e andare a vivere da sola, poi quando sono via sono in depressione perché son lontana da voi e non so come cavarmi dalle paturnie. E mi viene la fame nervosa, che poi non mi passa più, perché mi abituo a mangiare come una forsennata e mi si allarga lo stomaco, e divento una balena con lo squalo solitario in pancia, altroché! E se dopo sono una balena non mi trovo nessuno, perché hai mai sentito parlare di baleni? Le balene sono sempre femmine! Invece parli di, che ne so... gatti, ecco, gatti, e i gatti ci sono così come sono le gatte, no, però... nonono, cancella tutto, le gatte sono quasi sempre gatte morte, non è il caso. Mh. Parli di... Boh, che ne so, cavalli! E cavalli e cavalle ci sono, e hai mai visto un cavallo obeso? No! Quindi per trovarmi qualcuno non posso essere una balena, ma se non mangio mi incazzo! E allora devo scegliere, no? Mangio e sto bene pacifica o non mangio e sto bene fisicamente ma moralmente sono a terra? Come faccio a scegliere?! Che poi la prima mi sa da intellettuale di sinistra, e la seconda da destroide materialista senza un filo di sacrosanto buonsenso. Tutta colpa vostra!! Che se mi tenevate a dieta quando ho iniziato a mangiare stracchino a vagoni, magari a quest'ora ero una giraffa con le ginocchia ossute, e non un bufalo! E poi... baaah! Uffa! Che storie, non riesco a spaturniarmi, quando mi impaturnio, e cosa faccio, che voi siete sempre fuori, uno a prendere qualcuno, l'altra a far la spesa, e poi via agli appuntamenti, e tutti i casini... genitori assenti! E poi si domandano come uno finisca a fumare e drogarsi e bere, ovvio che cerca l'attenzione dei genitori. Che schifo, mi sento sgionfaaa..... E bawaaaa, non è giusto, tutte le mie amiche hanno il moroso, e a me va male tutte le volte! E non sta dire quali volte, perché è SEMPRE tutte le volte, non me ne va bene una: tutti quelli che mi piacciono hanno già una fidanzata, o sono troppo grandi, o sono psicopatici, o semplicemente non considerano neanche la mia esistenza, cosa che direi essere anche ammirevole, perché non vedere un armadio come me è anche una notevole abilità. Papà, uffaaa! Non voglio restare zitella con i baffi e sola come un cactus! Mi ci vedo già, con la tazza di the fumante nell'appartamento che puzza di stantio, circondata da gatti e sola, sola, sola! Nonono, ma io piuttosto vado e mi faccio suora missionaria! Oh, sì, e vado in Africa, e allora capisco cosa sono le cose per cui vale la pena impegnarsi! Che poi, pensavo... Una volta che uno, anzi, va, una, è andata in Africa, e ha visto con cosa sono ridotte certe persone, con quanto poco vivono, con che spirito affrontano la vita, una volta che torna qua... Scappa via di nuovo! Dev'essere una cosa disgustosa vedere quanto materialisti e obesi siamo, non ti sembra?”

“mh.... Sai per caso se ci sono ancora bulloni nella cassetta degli attrezzi, in cantina?”

Amo parlare con mio padre.

mercoledì 23 marzo 2011

Ultimi Giorni



Superato il mesiversario della fine della scuola, e abbondantemente ricominciata la stessa, vale la pena ricordare la situazione in cui si sguazzava al liceo di Lanzano -classe 4 P- in quegli ultimi giorni di quarta liceo.
4 P: una classe prevalentemente -molto prevalentemente: la fauna maschile infatti si limita a numero tre unità- femminile, con alte ambizioni e riconoscimenti a causa dell'impeccabile condotta e media dei voti. Tale fama ben lustrata e gelosamente conservata durante otto lunghi e faticosi mesi di studi intensivi e livelli stellari di competitività, crolla inesorabilmente però nell'ultima frazione di periodo scolastico: a giugno, conclusa l'ultima verifica -la ventitreesima nel giro di tre settimane-, un rilassamento dirompente si infonde negli animi delle studentesse, che subiscono una metamorfosi incontrollabile.

Sabato, cinque giugno duemiladieci. L'atrio del liceo brulica sonnacchiosamente di studenti e studentesse in magliette a maniche corte. Al suono della prima campanella, l'aula della 4 P è ancora semivuota, ma già l'anarchia insita e l'inerzia testarda contro la fatica dei mesi precedenti impregnano le pareti della stanza. Sedute sui banchi, le capisalde della classe discutono animatamente, infuocando i discorsi di pettegolezzi e sputtanamenti all'ultimo grido, ovviamente riguardanti solo ed esclusivamente le proprie compagne di banco, di cui sono poi confessore e amiche del cuore nel momento del bisogno di riempire il loro carnet di vociferazioni maligne ed indiscrete.
L'aula va via via riempendosi di alunne mano a mano che i secondi scorrono verso le otto in punto, ora della seconda campanella.

C'è l'alternativa, quella che scivola in classe frenando con i piedi -scarpe di tela ai piedi, con suola di corda, capacità di frenata pari a quella di una saponetta sulle piastrelle del bagno-, ansimante dopo essersi lanciata in una corsa forsennata in corridoio rincorrendo una compagna di classe. Entra, incespica nell'attrito nullo con il pavimento, vola, atterra su un banco di pancia come una foca. E lì resta, priva della forza necessaria a risollevarsi, gli addominali trascurati, ore di palestra sfumate per ripassare storia dell'arte.
C'è quella che entra frugando nella borsa, e alza la testa di scatto -occhi discretamente fuori dalle orbite- chiedendo un'elemosina di almeno venti centesimi, domandando a tutti se possono prestarle qualche spicciolo per prendere un caffè alle macchinette -è il terzo da quando si è svegliata-, fino ad arrivare a domandare ai bidelli di passaggio se mica hanno cinque centesimi, dato che dalle compagne ne ha racimolati solo trentacinque. Poi in ricreazione, assieme ad un'altra amica come lei caffettomane, ma fornita di denaro, andrà a farsi offrire un caffè ricreativo.
C'è quella che entra strascicando i piedi, appoggiandosi a banchi, compagni, muri, stipiti delle porte, professori e bidelli, ormai distrutta e prosciugata da ogni energia; gli occhi, decorati da profonde tracce scure scavate fino al mento, le si chiudono, la palpebra ondeggia ad ogni suo passo. Entra con un mugolio di saluto dai mille significati, di cui novecentonovantanove sono invettive contro la seduta di spettegolamento posta al centro della stanza. Si abbandona nel suo banco d'angolo con un tonfo sordo, e lì -testa su mano, mano su braccio, braccio su gomito, gomito su tavolo- sprofonda in un coma ovattato e profondo.
C'è invece quella a cui lo stress dona un simpatico effetto contrario: entra, cuffie dell'ipod che penzolano dalle orecchie e caccia un acuto lancinante, non necessariamente coerente a ciò che l'ipod le spara nei timpani. Getta la borsa in direzione del banco, incurante degli ostacoli che troverà sulla traiettoria, ed inizia ad invocare i nomi delle amiche trillando e cinguettando a gola spiegata su toni lirici a frequenza inimmaginabile e tono devastante, gli occhi spalancati, saltellando tra i banchi e cantando canzoncine stralunate, muovendo i fianchi a ritmo e urtando tutto ciò che è urtabile, mentre in tempo reale aggiorna il mondo di quanto le sia accaduto il giorno precedente, di cosa abbia sognato, di quanto bello sia l'oggetto delle sue attuali mire amorose.
Ovviamente tutto ciò ha delle conseguenze: la dormiente solleva la testa dalla mano -mano su braccio, braccio su gomito, gomito su tavolo- e lancia una colorita e varia serie di improperi contro la rumorosa compagna, la quale risponde a tono, dacché l' ex-dormiente nello sciorinare i suoi insulti ha raggiunto livelli vocali equiparabili a quelli della compagna.

Un momento prima del degenerare della discussione in una rissa feroce, suona la seconda campanella. Colei che per tutto l'anno aveva seguito una dieta rigidamente forzata e impeccabile, ormai persi dignità e limite della ragione, molla ogni freno e si fionda fuori dalla porta per correre a saccheggiare le macchinette, per non rischiare attacchi di fame senza soluzione a metà ora. Rientra a filo, rischiando di perdere pezzi dalla bracciata di snack che porta di contrabbando in classe, scivolando dentro assieme ai ritardatari cronici -guarda caso, i tre ragazzi: forse per orari dei mezzi, forse per scampare le riunioni di gossip selvaggio e tenersi fuori da quella gabbia di matte fino all'ultimo secondo possibile-, e giusto prima del professore.
Questi entra, posa la borsa e la giacca, guarda la situazione. E sospira.
Una folla di facce stravolte e tese su teste spettinate lo osserva dai banchi. Corpi stropicciati, vestiti in disordine senza più cura di ciò che si indossa -loro! Le ragazze più ordinate della scuola-.
Scricchiolare di involucro di dolcetto al cioccolato di sottofondo. Odore di stanchezza. Silenzio di nervoso e tensione, ostilità negli sguardi, risentimento di una corsa forsennata contro il tempo di studi e rincorse nei corridoi per farsi interrogare all'ultimo minuto -in ricreazione, anche, sìsì, va bene! Grazie, grazie!-.
Si sente che la situazione si gonfia lentamente, ancora mentre fa l'appello, tendendo ai limiti dell'impossibile, verso l'implosione.
Poi -ha appena finito di scrivere gli assenti sul registro-, dal fondo scoppia una risata. Una sguaiata risata da iena risuona tra le pareti, nonostante sia invano tentata di esser fatta tacere da un avambraccio premuto sulla bocca. È la tromba che lancia il segnale di guerra.
Il caos inizia.

La iena ridens, senza interrompere lo sghignazzare -scoppiato così, da solo; la stanchezza gioca brutti scherzi-, ormai alle lacrime scivola sotto il tavolo, senza interrompere i singulti. Il vicino di banco la guarda, rassegnato. Sono tre giorni che va avanti così. Le allunga un calcetto sotto il banco - “ou! Moeghea!”-.
Intanto, di soppiatto, l'altra vicina di banco spaccia polvere bianca ad un'amica: arrivati a quel punto dell'anno, il traffico di Oki della 4 P equiparava quello di cocaina in Colombia.
Il professore, sospirando, spiega qualcosa di incomprensibile, mentre l'attenzione al riguardo sfiora quella che un branco di trichechi potrebbe prestare ad una lezione di giardinaggio zen.
Vola un rotolo di scotch da un capo all'altro della classe, seguito da una pioggia di pallini di carta. Allo stesso tempo, di risposta, atterra una trousse di trucchi “brutto screanzato marcio, i miei trucchiiiiiiiiiiiiiiiiii! TU! Rilanciameli SUBITO!”, mentre dall'altra ala della classe proviene un “...ma è cellulite, questa?” “........NO!”
“ma sì, guarda... Ah, hai la cellulite sulle braccia!” “...Stai zittooooo!”.
Questi ululati si incrociano e mischiano con un borbottio brulicante di sottofondo che si sparge inesorabile, lentamente, crescendo di mezzo tono al minuto, creando una confusione di livelli apprezzabili.
Il professore non sente. Ha i tappi nelle orecchie mentre scrive alla lavagna, e alle sue spalle volano cartelle e cartine geografiche, mentre la risata mugghiata non si arresta.

“cara, per favore apri la finestra? Sto morendo di caldo”
“no, scusa, ho mal di gola”
“dai, sto facendo la sauna!”
“eh, ma io ho mal di gola!”
“ma porca miseria, fuori fa caldo come qua dentro, cosa vuoi che ti faccia!”
“e appunto, se fa caldo come qua dentro che senso ha aprire la finestra!”
“senti, apri quella cazzo di finestra, ORA!!”
“NO!”
e via di questo passo, mentre la risata di fondo continua e il borbottio pervade la classe.

Così le ore della mattina passano lentamente, scivolando di soppiatto nei quadranti degli orologi da polso, tra pianti disperati di stanchezza o delusione, recuperi dell'ultimo secondo, rassegnazione e felicità assopita che esploderà dopo la fine, crisi isteriche, fughe dalla classe e lunghi discorsi maturi con i professori, per dimostrare che quel voto non rispecchia l'impegno, e cercare di alzarlo di almeno un decimo.
Così è la scuola.

mercoledì 16 marzo 2011

Le Voci Fuggono




La malga abbandonata, avvolta nel silenzio di voci fuggite e soffocate dal tempo, riempita di ricordi, passati, segreti. Il cigolio della porta ne dissacra il silenzio. Tra le pareti scrostate -la calce sporca che le imbianca ormai cade-, affiancate da cianfrusaglie polverose, risuonano silenziosi i momenti trascorsi, riso di ragazzo, sogghigno di donna, sospiro di amante; il tonfo di un piede maldestro, l'inciampo in una frase, un polverone grigio e affannoso di suoni e rumori, ma soprattutto voci, voci che ora fuggono il tempo e il rimpianto del passato, scivolando nell'aria intorbidita dall'oblio.
La porta sfondata dall'esercito barbaro dei tarli si richiude alle spalle con un cigolio; un tonfo leggero, ed è il buio, spezzato da tenui raggi di luce irregolari che penetrano le assi marce del soffitto, donando un'aria stregata di magia, brivido di pericolo addolcito dalla curiosità.
Le voci sommergono l'ascoltatore che invade la sacralità offuscata della vecchia stanza, lo intrappolano in un rete di sussurri, una tela di ragno invisibile, ma fuggono l'orecchio che cerca di seguirle, fuggono, si riparano, le voci fuggono, riservate, timide a conservare vergini i ricordi perduti, fuggono. Poi un passo all'interno, e la realtà è persa irrimediabilmente, permane solitario un corpo circondato dalla polvere del passato, tra i pensieri accatastati come le cianfrusaglie inutili, testimoni di memorie che nessuno reclama.
Un pianoforte, al centro della malga. Vecchio Bechstein, anziano e abbandonato, come il luogo che lo ospita. La polvere ne copre il coperchio e i tasti, polvere di anni trascorsi senza soccorso e senza più musica, che ormai tace imbavagliata tra le corde, prigioniera del nulla, muta.
I piedi dello strumento, intorpiditi dagli anni, sono immersi al centro di un basso specchio d'acqua rettangolare, acqua nera che riflette il soffitto e i suoi punti luminosi. Il seggiolino attende al bordo, ancorato da una gamba rovinata, asciutto e polveroso di quegli eterni giorni solitari che ossessionano la malga e i suoi ricordi. Ci sale. I piedi sfiorano l'acqua scura. Piccole onde concentriche a quel tocco.
Il seggiolino vascello parte, molla gli ormeggi e lascia il bordo, mentre le voci lo seguono, fiancheggiano la sua rotta sfrecciando come sirene urlanti, ululando tacite e arrabbiate per difendere intatto il loro granitico silenzio.
Approda allo strumento, e un flebile raggio di luce scivola fino alla tastiera. Si gonfia, fino a diventare un cono di sole bianco che traspira la polvere sottile dell'abbandono, e come un vecchio riflettore la illumina debolmente.
La tastiera coperta di sudicio luccica flebilmente negli strappi d'avorio scampati allo sporco.
Una nota scordata risuona tra le pareti, rimbalzando nella pessima acustica di quel luogo dimenticato da dio. Si perde lentamente. Un attimo di silenzio, anche le voci tacciono, e poi il suono riecheggia ancora dalla pancia del pianoforte, ed è l'inizio di una fuga a tre voci di Bach. Lo sviluppo delle parti sopraggiunge veloce, una solida rocca di note si costruisce dall'intreccio delle voci, saldamente puntellate ai tasti per non sfuggire e non cedere all'attacco del tuonare dei ricordi, che in un turbine avvolgono strumento e musicista, e come vascelli spettrali danno inizio alla battaglia. Il comandante avanza, al seggiolino, senza paura sostiene le sue parti bachiane che cantano mescolandosi nell'abisso polveroso, mentre la fuga è trafitta dagli strilli ossessivi e silenziosi di un turbine, ma procede incorruttibile, seguendo la sua melodia complessa.
Il turbine si fa spirale che investe lo strumento -onde concentriche e disturbate tremano ai suoi piedi-, mentre le voci fantasma lo bombardano di strilli perforanti, ma ormai la fuga sta terminando intatta, le voci non sono fuggite imitando le altre, il suono non si è perso tacendo il pianoforte ancora in un vuoto silenzio imperscrutabile, sono i fantasmi a fuggire mentre l'accordo finale si avvicina maestoso, il trionfo delle tre voci bachiane,
/la porta si apre, fiume di luce limpida che invade uno spicchio di stanza “Anna?”/uno sguardo attraversa il buio polveroso/
l'ultima battuta scivola nell'accordo. Le voci riposano, vittoriose.
E il pianoforte, in un'elegante piroetta elevata al cielo, si solleva dallo specchio d'acqua, fugge e svanisce nell'aria accompagnato dai ricordi del passato. Resta il vuoto, e una persona alla porta socchiusa. Dal soffitto spezzato fuggono le voci e i ricordi.
Le voci fuggono.

lunedì 1 novembre 2010

Primo Novembre



Primo novembre.
Sto suonando da ore.
Ore e ore e ore e ore seduta al seggiolino del pianoforte dello studio, battendo, sbattendo forte i tasti con le mie dita lunghe e allenate dallo studio, ma niente. Neanche stavolta.
Anche se, incatenata a sedere, continuo la mia esecuzione, lo scoraggiamento inizia a spandersi dentro me, come ogni volta, come ogni anno. Lo si vede: nero, questo sentire crudele e ostinato che scende piano nel corpo, come un fungo di inchiostro in un bicchiere d'acqua.
Ma avanti sempre. Mi sentiranno. Note su note, cascate di note, fiumi che debordano di note, alluvioni di note con bombardamenti di pedale, le braccia indurite, le dita esauste.

Poi, la porta si apre!, e mio padre entra nella stanza, gli occhi chini su un foglio di carta, passo lento assorto nei suoi pensieri.

Un esplosione di calore freddo nel petto e nella pancia!, perdo il fiato, e con un sussulto continuo il mio suonare, dimenticando la stanchezza: bombardo la tastiera di accordi, facendo scoppiare quell'illusione felice che mi cresce di nuovo, veloce, e risuona sui tasti la risata che mi esplode in bocca, in scivoli di scale cromatiche, e virtuosismi sciocchi per quella speranza felice che è tornata, mi risucchia l'ingannevole esultanza della possibilità

passi fino allo scaffale,

continuo, continuo, continuo
ascoltami, sentimi, guardami, ti prego guardami, sono qui, senti, senti!

fruga nei cassetti alla ricerca di qualcosa, occhi fissi nel materiale

Non ti sente, non ti sente, non ti sentirà: lo scoraggiamento continua la sua opera
E la risata si inizia a spegnere, rapita dalla consapevolezza, ma la forzo: diventa meccanica; la rassegnazione striscia subdola a rimpiazzare la gioia. Cerco di proteggerla, nucleo di forza che ancora brilla, assalito dal nero carbone nero; l'aspettativa silenziosa si spegne, ma io continuo, continuo, testarda, e cerco di spegnere il dubbio, cerco di negare l'evidenza, contrastando il nero che si sparge dentro di me, combattendo una battaglia vana, uno scontro selvaggio e disperato, con la furia di chi sa che ne uscirà sconfitto
Senza tregua, sbagli, errori, la musica non si arresta, non si placa, perde il tempo, selvaggia e disperata, incessante nella fuga dalla realtà, spietata realtà, la melodia soffre e strilla di questa tortura brutale, ma non l'ascolto, e continuo, continuo, continuo, continuo

Si gira un attimo, distratto, verso il pianoforte nell'angolo.
Luce spenta da tanto su quella tastiera muta e impolverata. I libri ancora lì, mummificati nel tempo che passa. Uno era nuovo; è ancora chiuso, intatto. Il seggiolino su cui nessuno si siede, da allora.
È passato tanto tempo.
Un sospiro, poi gli occhi tornano nei cassetti

E la speranza si tramuta in un urlo, sopraffatta dall'angoscia
no, ascoltami, sono qui, sono io, sto suonando per te, papà, papà sono qui
mentre le mani su cui quasi perdo il controllo per la foga ricominciano a svanire, piano
no, no, ancora un attimo, ancora un attimo, mi sentirà, questa volta mi sentirà, ne sono certa, aspetta, aspetta, no

le dita, bianche, cercano ancora la tastiera d'avorio, scomparendo centimetro dopo centimetro, i polsi, le braccia
mute grida senza parole, ormai
il piede non trova più il pedale, sciogliendosi nell'aria
inesorabile legge dei fantasmi, di mai essere né visti né ascoltati
sola una traccia invisibile di nero scoraggiamento, ultima a disperdersi, nulla nel nulla, immateriale nell'aria dissolto.
Non c'è più niente alla tastiera.


Passi lenti, la porta si richiude.
Silenzio.

domenica 24 ottobre 2010

Dieci di sera, strada



Asfalto. Linea continua, linea spezzata.
Limpida trasparenza di luna a inondare l'aria.
Dieci di sera, sulla strada.

Pedala, pedala, pedala sulla bicicletta bianca, vecchia bicicletta un tempo della mamma. Sciarpa annodata che copre il naso, naso freddo d'autunno.
Mentre pedala segue la luna, ipnotica e perlacea, pura nella luce riflessa che spande senza metro.
La ruota scorre, nero nel nero, asfalto nella notte, copertone nell'asfalto, nero nella mente e nel petto, nero che si scioglie in catrame, in sangue che non scorre, pietrificata in una tristezza di pesante depressione.
La mente scivola, i pensieri si mangiano la coda, risuonano nella mente ululando.
Gli occhi scappano sulla strada; rapidi fuggono alla luna, bevono la luce che si specchia nelle pupille.

“signora luna, che mi accompagni, per tutto il mondo”
voce sommessa e fiato spezzato dalla corsa
“puoi tu spiegare, qual'è la strada, che porta a me”
risuona debolmente nella strada deserta, rimbalzando sugli specchietti delle automobili ferme al buio dei lampioni spenti
“non me ne venga, signora luna, se non ho amato”
memoria che vacilla, la canzone serpeggia tra i versi disordinatamente
e poi ricomincia
“signora luna, che mi accompagni, per tutto il mondo”
rauca e bassa

la luce è riflessa dall'acciaio del manubrio. Pare un fantasma scuro, perso nella periferia della città, circondata da quella strana luce notturna, un'aura debole attorno a lei.
Pedala pedala pedala
mente distratta
la luna nascosta dietro un albero, il buio. Splendore spento.
due fari senza precedenza, veloci, troppo veloci

Asfalto.

domenica 17 ottobre 2010

La Leggenda





-Avete capito?
Il silenzio. Mancano solo i grilli e la palla di paglia che rotola e sarebbe una scena da cartone animato: la classe è ammutolita.
Ha guardato per venti minuti buoni quella professoressa nel suo contorcersi in una dimostrazione articolata in mille angoli e trabocchetti, e, giurano tutti, hanno pure provato a capire.
Ma, lo giurano altrettanto, per loro quella roba là è arabo antico. Aggiungerei che è di qualche dialetto delle montagne, il dialetto. Pronuncia stretta.
La campanella suona dopo un minuto di silenzio -lutto e dovuto rispetto ai neuroni ormai fusi dei venticinque ragazzi-.
-Bene, allora dopodomani verifica. Arrivederci.- e prima che qualcuno, anche la peggior lecchina, potesse aprir bocca, scompare fuori dalla porta.
Trauma.
La classe è ridotta ad un acquario: ventidue pesci muti e immobili scrutano i vetri delle finestre pensando a quanto bene si starebbe là fuori. Un secondo dopo si sta per marciare sul piede di guerra: "quella stronza!" "non ho capito niente" crisi di panico e urletti isterici, chi digita in fretta un sms alla mamma "chiama il prof di ripetizioni, mà, che ho verifica di mate dopodomani", chi, ancora perso, fissa la lavagna, quasi sperando che il problema si sciolga, quel nodo di circonferenza si slacci e liberi la soluzione -e fatemi capire questa dannata materia, è matematica, non astronomia applicata!- e nessuno si accorge di lui.
Entra, e in un bisbiglio saluta la classe.
Posa cartella e soprabito sulla cattedra, siede, firma il registro, si guarda intorno -il caos continua-, allora batte leggermente la penna sul tavolo.
La classe tace.
"Buongiorno. Oggi manca il vostro professore, avete due ore di supplenza con me -si volta alla lavagna- Avete fatto matematica?"
Un mugolio sommesso conferma.
Lui si alza, osserva la dimostrazione scritta in gesso: mano sotto il mento, espressione assorta, gambe incrociate.
Dopo un minuto, si gira verso la classe.
"Qualcuno di voi ha capito qualcosa, di questa dimostrazione?"
Negano, rassegnati, le teste chine.
"Nemmeno io".
Alzano lo sguardo, increduli.
Un professore? Un professore di matematica che non capisce una dimostrazione? Non è possibile, anzi -rimaniamo in tema- è un risultato non accettabile, ma che storie sono!
Lui prende il cancellino e cancella ogni traccia di quei geroglifici.
Ora è tutto tranquillo, l'incubo è scomparso, i ragazzi, vedono di nuovo la pace su quella lastra nera.
Per chi vuole -dice lui- io ora la rispiego. Se non vi va di ascoltare, fate qualsiasi altra cosa, ma in silenzio.
Dal momento in cui posa il gesso sull'ardesia, la classe si incanta: sono tutti presi in una bolla di incantesimo di numeri, un tuffo in un oceano di somme, formule, equazioni ed espressioni.
Prima sembrava una fossa, quell'oceano!
Piena di scogli, mare dove naufragare senza aiuti, abissi senza luce, subisso di insufficienze.
Ed ora, mentre lui, tranquillamente, parla della circonferenza e delle rette che la intersecano, l'oceano appare meraviglioso, senza limiti, limpido e sicuro, galleggiare è così facile, e appena senti che stai per andare sotto, pahf!, un salvagente appare a sollevarti.
Lui va avanti, il gesso viaggia, disegna rette, marca punti, gratta via quella ruggine che si era attaccata al cervello dei ragazzi, gratta via il dubbio, gratta via la sfiducia, la paura di affondare nelle acque numeriche.
Conclude, la lavagna ordinatamente scarabocchiata di numeri, un disegno, un paio di formule. Dieci minuti ed è fatta.
Ecco, a me l'hanno insegnata così -dice piano- avete capito qualcosa?
Si siede, in attesa di risposte, scruta la classe.
Mentre attende reazioni, seduto sulla cattedra, elegantemente, studia la classe.
Aspettando sentenze, seduto sul bordo della cattedra -gambe accavallate e braccia incrociate- elegantemente vestito in giacca e cravatta blu -camicia azzurra-, contempla la classe, cercando negli occhi di ognuno qualche perplessità, qualche segno di vita.
E loro, quasi a bocca aperta, lo fissano.
Lo guardano stupefatti, lo osservano, cercano di vedere se ha delle ali, sotto la giacca, una coda, delle corna, vogliono capire se è umano -forse ha dei fili, è un robot?-.
Capelli sporcati dal gesso e la giacca con la manica imbiancata, frutto del troppo entusiasmo nella spiegazione, gli occhi che brillavano quando era arrivato alla fine -missione compiuta-, un accenno di sorriso soddisfatto nel vedere lo sguardo convinto anche di Rossella, la frana della matematica del liceo -rimandata ogni anno con il 4-, no, davvero: non poteva essere umano.
E poi un coro di sì, un'ondata di cenni con la testa, sorrisi, gioia di aver finalmente capito -ma allora non sono così stupido, la matematica la so fare!-.
E Il Professore -perchè ormai lo chiameranno sempre così, i ragazzi della 5H, la classe più impedita in matematica di tutto il liceo scienti-figo di Lanzé, comune vicino a Lanzano, dove la media delle materie scientifiche è 8 in ogni classe-, felice di questo successo, sposta lo sguardo tra gli alunni, poi guarda in un angolo, ultima fila a sinistra, di fianco alla finestra.
Una ragazza, stravolta, ne è rimasta incantata.
Proprio lei, che aveva rischiato di essere rimandata in quella materia ogni anno, salvandosi sempre per il rotto della cuffia, lei che odiava aritmetica, algebra e geometria alla morte, e che piangeva di rabbia su quei maledetti libri che le portavano solo delusioni, lei che prima di ogni ora di matematica aveva un groppo allo stomaco, e dopo voleva solo aprire la finestra e buttarsi giù, aveva capito.
Aveva capito, sì, le si era accesa la famosa lampadina, si era aperta la porta, aveva trovato il salvagente a cui aggrapparsi.
Quella ragazza sarebbe uscita dal liceo scientifico a pieni voti, con una seconda prova impeccabile, e si sarebbe poi iscritta alla facoltà di matematica.
Quella ragazza ero io.




[va detto, anche se con poca convinzione: questa è una storia inventata, ogni riferimento a persone realmente esistenti è puramente casuale]

sabato 9 ottobre 2010

Coscienza




Ti odio. Ti odio, ti odio, ti odio ancora e ti odierò fino a quando non ti avrò più, fino a quando sarà scivolata via dal mio sangue ogni goccia di te. Quando le vene sporgeranno, bluastre, dalla pelle secca e ruvida, sfiancate e consumate dal sangue non più giovane, allora ti rimpiangerò, in un rimorso senza fondo.

Mi torci dentro, sconvolgendomi le budella: mi sparpagli i pensieri, spezzandomi le frasi in parole disordinate, come fogli che il vento, entrando da una finestra rotta, in autunno, spazza da una scrivania, nella polvere di una stanza buia, in una casa nuova già abbandonata, insudiciata da un tempo breve già passato.
Sono io che sono te? Sei tu che sei me?
Esisto, io, se non ho te, ora, adesso, in questo momento?

Sono tua: seme che semini passando sul mondo. Le mie radici, solo loro, le mie, mi separeranno da te, sarò io, tranciando lentamente ogni legame, in una tua agonia silenziosa che mi affanna, solo loro, all'uscire da me, segneranno la tua fine, la fine del tuo impero, la fine del tuo dominio, della mia sottomissione, segni del mio corpo per sempre incisi su di me a testimoniarlo, segni della tua sconfitta, segni della mia sconfitta.
Mi stringi nella tua morsa, finto sogno di libertà, finta apparenza di frivolezza. Mi stritoli, impedendomi di respirare nei giorni che scorrono troppo veloci, ma che non passano mai.
Sei la mia tortura, ma senza di te, cosa sono: una giovane senza giovinezza, cos'è?
Una giovane vecchia, vecchia, già vecchia e marcia dentro, no.
Sono un guscio vuoto: cos'è la vecchiaia, senza la giovinezza a precederla?
Cos'è la saggezza, senza l'esperienza che l'ha costruita?
Cosa sono io, se non ho te? Sono corteccia di betulla, fragile. Corteccia secca. Vuota.

Senza di te, saltate le tappe del percorso: è persa la via, sono ferma e senza aiuti in una nebbia che nasconde il sentiero, nasconde l'andata, mentre il ritorno si dissolve.
Monca, mancante di un pezzo di vita, incompleta, inutile, rotta, in attesa inutile della pace, che non arriverà, non potrà arrivare, non mi potrà trovare. La strada dell'esperienza: la giovinezza, abbandonata. È persa, persa anche l'esperienza. La vita vissuta. La vita diventa sospesa, sfiancata e senza aiuto nel cercare di raggiungere una fine che tarda ad arrivare, ferma nel movimento impercettibile, senza sapere dove andare.

Non posso eliminarti: ti devo sopportare, soggiogata dalla tua pesantezza che mi schiaccia a terra, pressata da quelle finte ali della gioventù, decantate ali della fresca leggerezza, da quelle cortine di piombo dipinto di azzurro che non mi fanno scappare: sono inserite nella mia carne, si scioglieranno in polvere, si scioglieranno i nodi che le tengono assieme, con il tempo: i complessi, le paturnie: si infrangeranno mano a mano mentre cammino, mentre striscio in una direzione che imparo.
Non posso sfilarle, quelle ali, non posso liberarmene e scappare. Devo attendere, affrontarti, combattere allo stremo fino a che, sfinita dalla battaglia, invecchiata, ti guarderò all'orizzonte allontanarti per sempre, mentre una malinconia si diffonde imperante.
Sono prigioniera di me stessa; sono prigioniera della mia giovinezza.

domenica 12 settembre 2010


Dalla finestra della camera, la luce di un lampione. Il silenzio della notte.

Non la disturba un ronzio di zanzara, non il russare dalle stanze vicine, non il rotolante fruscio delle foglie in giardino.

Gli occhi, gli occhi si spalancano da soli. La mente non si vuole spegnere; nel momento in cui si inizia ad assopire, ecco che il pensiero ritorna, esplode nel cervello in mille frammenti che si conficcano nella testa, il dolore che si riapre, gli occhi scattano, aperti, annegati di lacrime asciutte.


Mai fissato il soffitto così a lungo, pensa. Mai l'ho odiato così a fondo. Trave, legno, trave, legno, trave, legno, nodo sul legno, trave, legno, trave.

Buio.

Ti odio, ti odio, sparisci dalla mia testa.

Come io non ci sono nella tua, ora,

come non ci sono mai stata,

come non ci sarò:

così sparisci senza lasciare traccia, vattene. Vattene


Preme un tasto della sveglia, l'ora si proietta sul muro in laser rosso tecnologico: mezzanotte è passata da molto. Una macchina passa in strada, con calma.

Non la tiene sveglia una canzone che le gira in testa, non è il caldo o il freddo, non è il letto scomodo.

Scivolano le pupille sulla stanza, sul soffitto.Si gira verso il muro, sposta il cuscino, lo rimette a posto bruscamente, si gira ancora, e ancora. Soffitto.

Chiude gli occhi.


"Conta le pecore, pensa a tutto quello che hai fatto durante la giornata, ai particolari, cerca di ripassare quello che hai studiato, rilassati per addormentarti."

Ma la mente divaga, si sposta ancora -cosa starà facendo? Cos'avrà fatto oggi?- e ritorna ad ogni suo ricordo, gli occhi si riaprono, due oblò nella notte, sbarrati. Bocca in giù, occhi in su, il soffitto la guarda. I ricordi la circondano.

Un ti odio altalenante, sempre meno convinto, fino a contorcersi in una domanda.

Ti odio?

Retorica, non è vero?


Una finestra si illumina, lontana. Un gatto in strada rovescia un bidone di bottiglie.

Non la distrugge un rimorso, un rimpianto, uno sbaglio passato.

Gli occhi seguono il filo di un pensiero, uno solo!, che tormenta e non lascia, che scivola nella tua ombra seguendoti costante. Ti risveglia al mattino e ti disturba la notte, notte sola e triste.

Guarda ancora il maledetto soffitto.

"Cadi, dai, cadi" lo sfida "La facciamo finita, così. " solo una tempesta di esagerazione, tanta scena per niente. Niente? Niente non è niente.

Ma ancora quel tormento ritorna, e la contorce dentro, stomaco, cuore, mente in un nodo armato.


Manca, manca. C'è qualcosa che manca. Qualcuno.

Il soffitto è lì.

Occhi aperti.


Il momento prima di esplodere, un secondo prima di iniziare a piangere come una bambina, un attimo prima di sfinirsi, allunga la mano e afferra da uno scaffale una grossa rana di peluche, morbida.

La abbraccia, il mento su uno sferico occhio di vetro. La abbraccia e la stringe forte.

La rana la consola con il suo sorriso cucito e la sua pancia di imbottitura. I suoi occhi duri e luccicanti spalancati al posto suo.


Piano piano il pensiero si addolcisce.

In fondo sa che dev'essere così solo perché sta crescendo.

Piano piano si addormenta, il peluche stretto a sè.

domenica 29 agosto 2010



"Come topi. Come piccoli, repellenti topi che corrodono la carne, famelici di spazi dove moltiplicarsi, piccoli e disgustosi, malvagi topi. Sono ovunque, ovunque: non un buco dove non si acquattino nelle loro piattezze da scarafaggio insinuante, nascosti all'occhio dell'ignaro,

tu sei l'ignaro, sarai costretto a lasciare per loro, costretto

atti nella loro falsità, a guastare tutto ciò in cui sono, in piccoli buchi in cui si rifugiano, maledetti. Come insetti, sì, come insetti. Come insetti piccoli e neri, arrivano, giungono da dio sa dove, riempiono tutto della loro sgradita e sgradevole presenza, si spostano, sì, si spostano non visti, scivolano infidi in ogni angolo, nelle loro forme ottusamente piatte ma arrotondate, neri, schifosi e viscidi, come rotelle di verme, sanguisughe, piccole sanguisughe, disgustose sanguisughe nere e appiattite.

Vanno cacciati, vanno cacciati

E tutto nasce dalla crescita, dalla loro crescita, quando da piccoli e bianchi, ancora nell'essenziale forma sottile non disturbano, stando immobili nei loro nidi. Ma poi il tempo passa, e i piccoli diventano grandi, anneriscono nel colore dello scarafaggio, iniziano lo sviluppo in forme dall'irritante aspetto e consistenza. Un pugno nell'occhio da vedere, quando rovinano la purezza di ciò che è tuo, tuo e di nessun altro, tuo, tuo

Vanno cacciati, vanno cacciati, vanno cacciati, vanno cacciati

Cacciati!, con un coltello, estirpati, pungolati a forza a scendere e fuggire, precipitare dai loro rifugi sicuri verso una piattezza acquosa, ripararsi sotto i resti per poi essere gettati, fatti sparire, i corpi da invasori annegati nelle fogne o seppelliti tra la spazzatura, più trovati, mai più trovati, morti eternamente morti al nostro sguardo, morti

Vanno fatti sparire! Sparire per sempre, dalla faccia della terra, devono...”


Pomi?


Sì Popi?


E' possibile che ogni volta che mangi una fetta di anguria tu debba fare tutto questo casino?


Ma i semi...


Nonono, che ma, che semi. Sono le tre del mattino. Taci.