mercoledì 16 gennaio 2013

Ti amo, ma non a te.

Questo racconto è privo di riferimenti a cose, luoghi, persone eccetera eccetera, come tutti i miei racconti. 
Parlo piuttosto di cose miei, personali, e scusate il narcisismo. 



Margherita lo sa, lo sa da tanto, che negli appunti di Stefano non deve mettere il naso. Lo sa, ma lo fa lo stesso. La curiosità, dicono, è donna, e così è Margherita: donna, anche se da poco. Donna, e lo è diventata anche grazie a lui, grazie al suo Stefano. Stefano di qua, Stefano di là. Neanche Michelangelo, il fratello maggiore di Margherita, ne può più sentir parlare: Stefano è dappertutto. Ormai è un Margherita e Stefano perpetuo. E lei non riesce a lasciarlo un attimo che si sente già sola e lo chiama. “Amore mio”.

Ragazza bella, con gli occhi tristi, non cercare quello che non vuoi sapere, non guardare dove non vuoi vedere. Ragazza bella, con gli occhi tristi, non lo fare.

Un'agenda è aperta tra le sue mani; le parole le scivolano veloci sotto gli occhi, come l'inchiostro ha strisciato sulla carta, allora, -cos'è, quanti anni fa?-: Margherita sa bene cosa vuole trovare, così com'è certa che non ci sarà -non può essere-. La costringe a farlo una forma di masochismo psicotico, la obbliga a una ricerca di certezze nelle assenze -Margherita, non lo capisci che dipendi da tutto fuorché da te!-. Sa che non ci sarà, lo s... 

Ed è solo la seconda pagina: il freddo le invade la testa e cade nei polmoni, le invade il cuore, le congela lo stomaco. Solo una frase, primo pugno. Rialzati, Margherita; rialzati, non è niente. Lecca le ferite, veloce, e continua. Non fermarti. Cerca, scava, scandaglia i fondali delle tue paure. Ferisciti, colpisciti, fatti del male, devi sanguinare, Margherita!, e poi rialzati, più forte di prima. Scardina la paura, il sospetto, il dubbio.
Distruggili, come loro distruggono te.

I fogli girano, veloci: le frasi saltano: non c'è il soggetto che cerca, il verbo che vuole. Via, via, velocemente, senza perdere tempo. Avrai il momento per dolerti quando avrai trovato ciò che, lo sai, dai, non può esserci. Margherita indugia su un avverbio, si lascia incantare da un aggettivo, da un pensiero, una parola. Legge, ma poi ricomincia la corsa. Abbevera il cavallo, lo lascia riposare mentre lei controlla la pistola, poi via in sella, ricomincia la fuga dalla paura che la perseguita.

Ragazza bella, con gli occhi tristi, non cercare quello che non vuoi sapere, non guardare dove non vuoi vedere. Ragazza bella, con gli occhi tristi, non lo fare.

Ventisettesima pagina.
ti amo”
non è per lei.

Margherita continua a leggere
e
ogni
lettera
è
un
graffio
al
cuore
che la lacera nel profondo
e la brucia di ghiaccio.

L'inchiostro le annerisce i pensieri: sale attraverso gli occhi a oscurarle il cuore, le membra, l'anima. Sente freddo, sente il respiro che manca, sente i frantumi delle speranze e delle certezze che credeva di avere in mano, ora esplose, che la feriscono ovunque; la pelle sanguina, ma sanguina dentro, e fuori è così liscia, come può esserlo, così li
ti amo”
ti amo”
ti amo”
Cinque lettere, tre vocali, due consonanti, uno spazio: l'eco della sua gioia, della passione inarginabile che la travolge sempre si trasforma in un ululato selvaggio che la sbriciola, la strema, la lascia senza fiato mentre annega nella tristezza che risale: eccola, ritorna, era scemata, era sparita da tempo, era sconfitta, ma ora ritorna, ritorna e la soffoca, la distrugge, la corrode, le disperde i pensieri in un soffio di vento ghiacciato.

Ragazza triste, dagli occhi belli, non lo cercare, non lo trovare. Ragazza triste, dagli occhi belli, non lo fare.

Margherita è svuotata, è di sasso. Stefano, seduto al suo fianco, legge con lei, sordo allo stridere che la tortura, cieco al freddo che la divora.
Margherita soffoca, la nausea sale. Il suo corpo non le risponde: lei pensa, ricerca le forze e la ragione: “era anni fa, era anni fa, era anni fa, è finita, ci sono io, ama me, io amo lui, è finita, pensa ad adesso, ora, ora, io e lui, io e lui, io e lui”
ma non ce la fa, e il viso non riesce a reggere una maschera di piombo. Si contrae in una smorfia senza espressione, senza sangue a colorarla. Pallida, pallida; pallida come la tristezza che la perfora da ogni lato. Pallida come la nebbia di lacrime che sente dietro agli occhi. Pallida come la sua anima, che le pare così scialba.

Margherita è impietrita; fredda, dura, prosciugata. Disanimata.
Stefano, al suo fianco, legge e ricorda.

Margherita sente il suo amore, silenzioso, scivolare fuori dalla porta.
Si volta a guardarlo.
Il blocco di ghiaccio nel suo petto ha uno spasmo.
Amore mio”.


lunedì 14 gennaio 2013

Non al denaro, non all'amore, né al cielo

Un pezzetto di matto

E sì, anche tu andresti a cercare 
le parole sicure per farti ascoltare: 
per stupire mezz'ora basta un libro di storia, 
io cercai di imparare la Treccani a memoria, 
e dopo maiale, Majakowsky, malfatto, 
continuarono gli altri fino a leggermi matto. 

mercoledì 9 gennaio 2013

son cose che capitano.


Me in cucina.

Fase uno: estraendo gli ingredienti dalla credenza, il sacchetto di farina si schianta sul pavimento. L'aspirapolvere nuovo si intasa e soffoca durante la cerimonia della pulizia.

Fase due: manca il lievito. prendere macchina, uscire di casa in direzione supermercato più vicino.

Fase tre: ritorno a casa con quaranta euro di spesa costituita da lievito e sosia dell'aspirapolvere nuovo.

Fase quattro: manca lo stampo.

Fase cinque: caccia al tesoro senza bigliettini. Poco entusiasmante, ma porta a risultato. Rinvenuto in cantina pacco di stampini lidl per dolci natalizi kids, indicato per bambini di età superiore ad anni: tre. Rientro nella fascia di età e mi accingo a proseguire.

Fase sei: sacchetto dello zucchero bucato versa nella terrina quantità doppia rispetto a quella indicata dalla ricetta.

Fase sette: mescolare uova e zucchero con frusta automatica.

Fase otto: indossare grembiule perché la frusta automatica schizza.

Fase nove: aggiungere tutto il resto. anche il lievito, ma non l'aspirapolvere.

Fase dieci: la miscela si cimenta in provino per il ruolo di protagonista per un possibile remake di “Blob – il fluido che uccide” e tenta invasione del piano cottura. Pianifico resistenza e procedo.

Fase undici: aspirante alieno viene costretto in micro-stampo lidl numero uno.

Fase dodici: durante il travaso, il micro-stampo non si rivela sufficiente a contenere La Cosa. Con mano libera da terrina afferro stampo numero due.

Fase tredici: stampo numero due si presenta come teglia rotonda con cerniera, la cui detta cerniera si rivela impossibile da chiudere.

Fase quattordici: "paola, ti rendi conto che stai parlando con uno stampo per dolci?"

Fase quindici: blob lasciato momentaneamente senza sorveglianza gocciola, riuscendo parzialmente nell'invasione-piano cottura.

Fase sedici: mi accingo a versare il blob rimanente nello stampo numero due dopo aver adattato alla meglio la cerniera. Solo dopo aver iniziato a versare realizzo di non aver inserito carta da forno nello stampo. Neanche in quello precedente.

Fase diciassette: non riportabile causa registro linguistico inappropriato.

Fase diciotto: blob everywhere, anche sui miei occhiali.

Fase diciannove: richiesta di aiuto.

Fase venti: arrivano i rinforzi. Fratello di anni: quattordici, giunge in cucina armato di mocio vileda. Ha inizio la battaglia.

Fase ventuno: conta dei feriti. Mestolo preferito della mamma spezzato in due viene fatto sparire assieme al cadavere del primo aspirapolvere.

Fase ventidue: mancano le forbici. La carta da forno viene strappata a mani nude in brandelli dalle forme freudianamente interpretabili.

Fase ventitre: travaso number two. Blob appare finalmente innocuo e mi fissa. Pur sapendo essere una tattica, decido di far finta di niente.

Fase ventiquattro: inserimento nel forno.

Fase venticinque: "lievita, bastardo, lievita!"

Fase venticinque: l'impasto esegue gli ordini e deborda dallo stampo.

Fase ventisei: rassegnazione a meno venti minuti da fine cottura.

Fase ventisette: rinascita speranza a meno cinque da fine cottura.

Fase ventotto: a cottura terminata, la risorta speranza si sucida vedendo il fondo del forno imbrattato di blob sogghignante e fumante.

Fase ventinove: estraendo la teglia rotonda dal forno, la cerniera si apre.

Fase trenta: blob impara a volare in direzione: “secchio dell'umido”.

Me non più in cucina.


venerdì 4 gennaio 2013

trimoleskin

Sempre della serie "vantiamoci", altre due immagini moleskine. Queste sono dalla seconda agenda -cioè gennaio 2011. Diciamo che è per festeggiare il loro secondo compleanno!



domenica 30 dicembre 2012

fiaba moderna





                                       
Popi, mi racconti una storia?

Va bene.

Bella, però!

D'accordo.
C'era una volta una ragazza bellissima. Un giorno il suo fidanzato, che lei amava moltissimo, dovette partire per la guerra. Avrebbero dovuto sposarsi, ma il matrimonio venne annullato.
Passarono i mesi. Il loro paese era sempre più povero a causa della guerra, ma fortunatamente lei apparteneva a una famiglia benestante e non soffrì mai la fame. Fu invece buona e generosa, aiutando i poveri e portando loro da mangiare. Il dolore di quella povera gente attutiva le sue pene d'amore, e le faceva dimenticare momentaneamente il suo amato. Ogni tanto le arrivavano delle lettere, che la facevano tanto piangere di gioia e tristezza.
Un giorno arrivò la notizia che la guerra era finita.
Da quel momento la ragazza bellissima iniziò ad aspettare il suo amato, piena di speranza. Ogni giorno, la mattina presto, infornava dei biscotti a forma di cuore. Per accoglierlo con tutto il suo amore, pensava. Per fargli una sorpresa.
Ogni sera, i biscotti erano ancora tutti lì, in un cestino con un tovagliolo rosso. Allora lei li portava alla casa dei poveri, dove venivano mangiati con gioia dai suoi amici.
Giorno dopo giorno, il paese rinasceva. La sua famiglia era ancora benestante e lei sempre bellissima, anche se con qualche anno in più. Continuava a fare i biscotti e a portarli, la sera, alla casa dei poveri, che ormai era quasi vuota. Le lettere avevano smesso di arrivare, ma giravano delle voci sul fidanzato infedele della ragazza bellissima.
Lei non volle mai ascoltarle, e continuò a fare i biscotti ogni giorno, aspettando sempre il suo amore.

Ma è una storia bruttissima!

Aspetta di sentire il finale. Un giorno, stanca di impastare biscotti, decise che era il momento di chiedere a qualcuno di farli per lei. Assunse delle aiutanti, e, dato che la casa dei poveri del paese era ormai vuota, iniziò a vendere i loro prodotti al mercato.
Qualche anno dopo, quando la fama dei suoi dolci si era sparsa in tutta la zona, comprò un capannone, ci mise dentro le aiutanti. Iniziò a produrre i biscotti in larga scala, chiamò l'azienda “Waiting for... Breakfast” e divenne milionaria.
Ora ha una casa con piscina, le scarpe col tacco e cento camerieri al suo servizio. Continua a fare un sacco di beneficenza e dà grande importanza al benessere delle donne che lavorano nelle sue fabbriche.

E il suo primo amore?

Lui tornò, quando si sparse la voce che era diventata ricca davvero.

E lei?

Lei gli lanciò una delle sue scarpe col tacco appena comprate. E lo infilzò nel cuore! Poi sposò un miliardario che aveva quarant'anni più di lei e che la aiutò ad espandere il suo commercio di biscotti in tutto il mondo, facendo diventare la “Waiting for... Breakfast” una multinazionale ricchissima. Lui poi morì e le lasciò in eredità tutto il suo capitale.


Popi, a me sembra ancora una storia bruttissima.

Dipende dai punti di vista, Pomi... Dipende dai punti di vista...


venerdì 21 dicembre 2012

Insipido



Pomi? [in cucina]

Mhmh? [brandisce una tazza di the tiepido]

Ma... Cos'ha di buono?

Non saprei, è abbastanza insulso ma mi piace berlo quando sono triste. [scuote appena la tazza in direzione di Popi]

No, cosa ti piace in lui che ti ci fa restare assieme?

Ah.

...

...

Allora?

... Una volta ho letto in un libro che se si sanno dire i motivi per cui si ama qualcuno, non è vero amore.

Bella risposta!

Sì, ma quel libro non mi è piaciuto.

...

...

E quindi?

Quindi penso di dover ascoltare il cuore e quelle cose là.

E cosa ti dice il cuore?

Non ne ho idea, Popi... Non ne ho proprio idea.

...

...

... Te lo dico io cosa ti dice, Pomi. Dice: "quel the fa schifo". Andiamo a fare due passi, adesso.





mercoledì 19 dicembre 2012

rimoleskin


E siccome son vanitosa, metto un'altra pagina di moleskine. Ecco. (e quella sarei io!)

giovedì 13 dicembre 2012

da moleskine



Ci sono sere in cui decido di non fare "quello che devo fare", e di dedicarmi piuttosto a "quello che ho voglia di fare".
Nel caso in cui "quello che devo fare"coincide con l'andare in palestra, mi vengono i sensi di colpa.
E siccome son narcisa, metto anche il prodotto dei sensi di colpa sul blog!





lunedì 3 dicembre 2012

Montagne stoiche




Popi?

...

Lo so che mi stai ascoltando

...

Popi?

...

Popi?

Pomi, sono in bagno. 

Lo so!

...

Popi, mi piacciono tanto gli anelli.

Bene.

Ne metterei uno su ogni dito!

Sembreresti un punk sfigato.

...

...

E mi piace tanto anche andare in montagna.

Andare in montagna? A te?

Sì, proprio a me!

A te.

Già

Phff

Perché "phff"?

Perché ti piace andare in montagna?

Non si risponde a una domanda con una domanda

E io invece lo faccio.

Perché... Mi piace perché ti avvicini al cielo.

Sul serio? Ohmmmaddaaaaai.

Perché sei sarcastico? Sei sarcastico, vero?

Noo.

Beh... Allora mi piace perché arrivi al cielo... E... E ci arrivi tu!

...

E fai fatica, e senti il tuo spirito che si corrobora... E l'aria fresca... E... E poi arrivi a un risultato e sei lì, e sei tu, e ti senti vivere!

...

Ti senti una cosa sola con la terra, ed è così emozionante! Senti la vita che ti tiene tra le sue braccia.

...

Popi, è un momento sbagliato?

Come sempre

Torno più tardi?

Via il dente via il dolore. 

E allora perché non dici niente?

...

...

Cosa vuoi che ti dica... Non capisco le tue ostentazioni.

Ostentazioni?

Il pathos tragico che ci metti.

...

Mi sembra una cosa stupida. Insomma... È andare in montagna. Fine. Sei così... Semplice. Ti basta una camminata verso l'alto per farti sentire dio in terra. Ma dai... 

...

E il tono! Il tono che usi per dirlo. Sei un melodrammatico naif, sai? 

...

...

Sai Popi? Mi dispiace che ti sembri una cosa stupida, e mi dispiace di sembrarti stupido. Ma a me non sembra così. A me sembra stupido che tu pensi di giudicare le mie passioni per fare il "raffinato-intellettuale-che-si-distacca-annoiato-dalla-vita"! 

... Ma cosa stai dicendo!

Quello che penso! E scusami se non la penso come te, sai Popi? Scusami tanto. Anzi, ringraziami, perché mi scuso per qualcosa di cui non dovrei scusarmi! Scusa se ho scoperto che sono me stesso!

Pomi, cosa succede?

Scusa se ho deciso che mi sono stancato di fare come te e di snobbare tutto quello che mi sembra appassionante! Scusa se ho deciso che voglio ascoltare quello che mi dico io, quello che decido io! Scusa se ho deciso di vivere e scusa se voglio essere me stesso, e non una tua fotocopia! 

Pomi, hai di nuovo ascoltato Aretha Franklin?

E dimmi, erudito intellettuale: a cos'è che va bene appassionarsi, allora? A cosa! Dimmi, Popi: a cosa ti appassioni, tu? Cos'è che ti fa pensare "che bella la vita"?

Niente.

Niente? Niente Popi? Niente ti fa pensare "che bella che è la vita"?

Pff...

...

...

Popi, mi intristisci tanto

Senti un po', Pomi, ma abbiamo deciso che questa è la sera in cui si invertono i ruoli e i precetti morali li spari tu?

Mi intristisci perché tu ti senti così profondo, così distaccato e colto, e raffinato!, un luminare!, a mostrarti annoiato da tutto. Uno stoico atarattico! 

Atarattico?

Ma Popi... Perché non ti rendi conto di ciò di cui ti privi? Perché non ti rendi conto che così metti la tua stessa vita tra parentesi? E, Popi, cos'hai dopo che l'hai messa tra parentesi, eh? Niente, te lo dico io: niente! Solo il guscio vuoto del tuo atteggiamento stoico. Tu non esisti più!

...

Ma se a te va bene così... Se tu godi della vita nel disprezzarla, ben venga. Divertiti, eh! Crogiolati nel tuo malessere. Io, però, intanto vado a farmi un giro.

...

...

...

Hai capito? Esco! Vado a fare un giro! Vado a godermi i miei piaceri stolti, passeggeri e terreni!

...

Vabbè, io vado.

Pomi

Eh?

...

...

... Portami con te.

sabato 24 novembre 2012

contraddizione insita




E se fossi pazzo, Popi?

Da vicino nessuno è normale, Pomi.

Dico e non dico.

Sparli. Ed è cosa nota.

...

...

No, capiscimi Popi...  [Popi esala un sospiro e appoggia al suo fianco il lavoro a maglia cominciato l'anno precedente] Io dico una cosa. La sostengo. Ci ragiono, me ne convinco, la faccio mia... Ma appena me ne sono convinto, ecco che la posizione opposta appare e mi sconquassa. Mi scinde! Mi spinge a rimettere tutto in discussione, a riconsiderare, si impone su d

...

Ok: finisce che mi autocontraddico!

[Popi sbadiglia e lo guarda, annoiato. Attacca con tono erudito] Non è possibile che tu ti autocontraddica, Pomi: per farlo dovresti dire le due cose contemporaneamente: A e non A, e Aristotele...

Ascoltami, smettila con la tua filosofia! Io lo voglio lasciare. Non 

... È un esempio a caso o è realtà? [pare rianimarsi]

Affari miei

D'accordo.

Lo voglio lasciare. Mi ha offeso e trattato male. Mi ha fatto soffrire. Lo voglio lasciare. Ecco, ne sono convinto. Ci ho ragionato a lungo ed è la soluzione giusta.

Mi fa piacere! Finalmente hai iniziato a usare il cervello [un sorrisetto di trionfo gli attraversa il volto] e ora [si alza in piedi, pronto ad afferrare la giacca per uscire]

Ma io non lo voglio lasciare! [il sorrisetto si spegne e Popi si passa una mano sulla fronte, scoraggiato. Si risiede] Non posso. Non mi immagino senza di lui. Lo so, LO SO, che è così per tutti, che non è vero, che ci sono altri, che andrò avanti, che passerà presto, che le pene d'amore sono brevi, che tutto quello che vuoi... Ma io non... Non ci credo! Son pronto a lasciar perdere tutto

Pomi, ho forte sfiducia nelle tue facoltà cerebrali.

a lasciar perdere tutto. E allo stesso tempo persiste l'idea che ho ragione a volerlo lasciare... Ma ne ho altrettanta a non volerlo. Contemporaneamente. E non riesco a separare le cose.

...

sigh.

No, sai Pomi [Popi riprende il lavoro a maglia e inforca gli enormi occhiali]. Non è autocontraddizione, né tantomeno follia. Direi, anzi, [alza lo sguardo al disopra delle lenti e scuote un ferro da calza in direzione di Pomi] che sei enormemente presuntuoso a sostenerti tale. 

E cos'è, allora! 

Amore, Pomi. [non alza gli occhi dal lavoro e continua imperterrito] Nient'altro che amore.



venerdì 23 novembre 2012

Piedi per terra



Premetto che, fin da piccola, ho sempre amato tenere i piedi sollevati da terra. Anche ora, mentre scrivo con il computer appoggiato sulle gambe, i piedi sono appoggiati alla sedia di fronte a me. Non so per quale motivo, posturale, genetico, fisico o che altro. Metaforico, forse? Sollevare i piedi da terra per poi volare via? Non credo. È come un senso di libertà, ma moderato selvaggio al tempo stesso Sedere come una scimmia con le gambe strette al corpo, o allungate a casaccio. Un ritorno alle origini, allora? Forse. Un implicito e complicato cercare me stessa? Ma che ne so.   

Ieri ero a un concerto; conoscevo vagamente il programma, abbastanza gli interpreti, molto bene il mio umore, quel solito nero profondo che soffoca e spegne.
Ero lì, insomma: seduta abbastanza comodamente, le gambe forzate a terra dalle regole dell'etichetta, testa inclinata, mento sostenuto da due dita della mano destra. Tristezza che esplodeva dagli occhi e, quasi, si espandeva dalle orecchie, impedendo alle note che mi fluivano attorno di penetrarmi il cervello e, se così vogliamo dire, l'anima, creando in questo modo una curiosa sensazione di sordità.
D'un tratto, in uno specchio invisibile materializzatosi al mio fianco, mi sono vista: vecchia. I miei diciotto anni riflessi in un ottantuno sfocato.
La musica continuava, mentre io mi spiavo di soppiatto: mi riconoscevo, sotto le rughe e i capelli grigi e scomposti: ritrovavo la mia stessa posizione, lo stesso cardigan abbottonato sulla pancia sporgente, stesso viso vuoto, occhi umidi, testa pesantemente appoggiata alla mano. Il palco con i due musicisti, sostituito da un disco nello stereo. La poltrona, sdrucita e rovinata, posizionata in solitario nel mezzo di un salotto poco illuminato. Le persone che mi circondavano, foto in cornici polverose.

Seduta come ieri, senza poter più sollevare i piedi a causa delle ginocchia mangiate dall'artrosi. 
Seduta come ieri, costretta a una scomoda "non-me", 
mentre dentro mi corrode una catalessi di 
sentimenti                                       - annoiata stanchezza di ogni cosa -
mentre l'anima                                 -consumata dagli anni, ormai usurata-
si strappa a brandelli                        -schiava del tempo già passato-

E quel freddo nelle ossa, tristezza e solitudine annidate nei polmoni pronte a trafiggermi a ogni respiro, quelle torture che mi infliggevo da sola e sentivo nelle due immagini di me.

Mentre la musica procedeva, ho desiderato che, come da vecchia, alla conclusione del disco tutto potesse irreversibilmente fermarsi, e io restassi immobile nella poltrona, per sempre. Cardigan e piedi a terra compresi. Mi ci vedevo bene: tranquilla, in attesa dell'ultima nota. In diminuendo, come la musica. Magari anche con mezzo sorriso. Ancorata per sempre in una poltrona in fin dei conti comoda, anche se senza poggia piedi.
Nota dopo nota, il diminuendo aumentava, la sensazione si intensificava: il desiderio di fine si faceva più definito. Sentivo lentamente la conclusione che si avvicinava a entrambe, e non volevo scappare, non potevo, i piedi arpionati dal pavimento.

Poi la musica si è fermata.                                              Il disco è finito.
Piedi per terra.

Ho atteso, immobile, lo sguardo fisso nel mio specchio ora senza vita. L'ultimo ci aveva raggiunte entrambe?
Ancora un attimo. Muovo un piede, lo sollevo. Agito l'altro.
La fine vera forse non aveva preso anche me.

Poi sono scrosciati gli applausi e, infranto lo specchio, ogni cosa è continuata.


domenica 18 novembre 2012

Il Grande Riordino




Fu quando la signora delle pulizie, la mitica Signora Maria, si rifiutò di lavorare da noi per un giorno di più che capimmo di avere esagerato: è per questo che qui da noi l'estate 2012 verrà ricordata non come l'estate del Gran Caldo, ma come l'estate del Grande Riordino. Su ciò concorderanno anche i vicini, testimoni di carovane di casse di rifiuti -ovviamente differenziati- provenienti dai meandri più reconditi della nostra magione.

Dopo la dichiarazione d'indipendenza e la presentazione della “Carta dei Diritti della Signora Maria” -i quali includevano il rifiutarsi di agire in circostanze che le mancassero eccessivamente di rispetto-, la situazione che si presentava nella casa era desolante: ovunque si scontravano le grandi potenze degli assortimenti di qualsiasi cosa -dall'abbigliamento alle pietanze- schierate nelle alleanze inverno-estate. Nel limbo del salotto si potevano trovare sia gli scarponi da sci che le bucce di un'anguria, per dire, mentre in cantina si ammirava ciò che all'apparenza avrebbe potuto essere una sperimentazione di tecniche di coltura di muffe di vario genere. Davanti allo sfacelo, all'abbandono della nostra fidata alleata e alla previsione di due mesi di tempo a disposizione -vuoi che non bastino?- mia mamma, condottiera instancabile nelle sfibranti battaglie contro il disordine casalingo, decise che era il momento di prendere in mano la situazione.
Fu la fine.

Ignorando cocciutamente la proposta filiale di ingaggiare un'impresa di pulizie altamente specializzata e rendersi irreperibili per un mese, la madre, armata di sacchetti per la raccolta differenziata, scese nell'interrato, regno incontrastato del caos primordiale.
Incurante delle difficoltà che le si prospettavano si stabilì nel mezzo e diede inizio ai lavori.
Cinque minuti dopo, risalita alla luce del sole, afferrò i tre figli per le orecchie e li trascinò con sé nelle tenebre: chi fa da se fa per tre, d'accordo, ma, credetemi, in quel caso era meglio essere in quattro e magari sperare di fare per dodici.

Il casino eterno si divideva in tre principali strati: litosfera, astenosfera, mesosfera. Mai, secula seculorum, l'azione di pulizia era riuscita a giungere alla mesosfera.
Litosfera: il casino superiore. Rigido. Impenetrabile. Un manto onnipresente, composto di libri, cartoni, divani, scarpe. Romperlo per penetrare all'interno e operare alle sue spalle? Impossibile.
Unica la tattica per sconfiggerlo: smantellarlo, in un'operazione di logorio a lunga durata, per la quale la generalessa madre venne detta la Temporeggiatrice. Giorno dopo giorno, metro dopo metro, la litosfera veniva scalfita nei suoi punti nevralgici, permettendo agli scopettoni e agli stracci di insinuarsi subdoli sotto l'immobile armata difensiva, giungendo, infine, alla trionfale entrata del mocio vileda nel sottoscala. Uno a zero. Lo strato superiore era stato eliminato: i primi libri raggruppati in colonne, le scarpe in un angolo, i divani addossati alle pareti. Si cominciavano a individuare i cosiddetti “muceti”, avversari sempiterni di mio papà. Letteralmente: “piccoli mucchi” , sono costituiti di oggetti generalmente di stessa tipologia (si parla di calzini così come di telecomandi senza pile) che vanno a crearsi negli angoli o, nei casi estremi, anche nel mezzo della stanza. In questo caso costituivano i residui non eliminabili di litosfera, ed erano dappertutto.
Ma era solo l'inizio.

Astenosfera. Caratteristiche fisiche: indecifrabili. Miscuglio semovente di rottami e/o oggetti la cui data di produzione varia in un arco temporale di circa cinquant'anni.
Erano passate solo due settimane dall'inizi della missione, e il prospetto di aver compiuto solamente un terzo del lavoro era sconfortante. Fu dunque necessario l'avvento dei rinforzi: sei nuove Billy, librerie Ikea con ante di vetro e sei ripiani, la costruzione delle quali parve inizialmente essere un passo indietro nella conquista dell'ordine dello scantinato, vennero strategicamente poste ai quattro angoli dell'ampia stanza. Situata al centro del rettangolo difensivo, sedeva mia mamma, accerchiata di quaderni delle elementari, affiancata da un enorme scatolone di carta da buttare e con un vecchio quaderno tra le mani
“mamma...?”
“ma come faccio a buttarlo via! Guarda -lo apre, mostrando la mia calligrafia incerta e infantile dei primi anni delle elementari-! No posso mica buttare via tutto, come faccio!?”
Osservo la situazione: nella cassa di carta straccia, nulla. Davanti a lei, un caratteristico muceto composto di quaderni scampati al riciclo e una miriade di altri fogli evidentemente non cestinabili. Sospiro. Come convincere la propria madre a gettare per sempre un pezzo di carta, testimone immutabile di un passato, per rimanere con il mutare imprevedibile del figlio presente? Come dirle “mamma, ma hai me, adesso, me! Non il quaderno, un quaderno vecchio e muto, hai me, che cambio, che vivo: hai il mio divenire sotto gli occhi, e ti vuoi ancorare a idoli vuoti! Mamma!” e svegliarla dalla contemplazione di ciò che è andato, quando anche a noi trema la mano nel afferrare un foglio scarabocchiato quindici anni fa per buttarlo nella carta da riciclare?
Simili situazioni paiono insolubili: ed è per questo che, generalmente, mi allontano dalla scena, lasciando la mamma alle sue decisioni. Ciò porta a ritrovarsi con un gran numero di scatole clandestine pronte a essere imboscate in un luogo segreto, ma non importa.

Parallelamente all'esplorazione e decostruzione dell'astenosfera, in casa procedevano il riordino delle camere da letto e degli armadi, l'installazione di un pianoforte a muro nell'interrato, un'invasione di falene, la filiazione di tre cucciolate di gattini a distanza di quattro giorni l'una dall'altra con conseguente aumento di numero di felini casalinghi da sette a quindici, svuotamento del frigorifero -culminato con l'eliminazione fisica del leggendario Fruttolo, presente su un ripiano da tempi immemori-, e la preparazione di un esame di letteratura inglese.
A tutto ciò supervisionava, presentandosi sulla scena secondo un ciclo regolare, l'occhio critico di mio padre, perennemente scontento del procedere dei lavori.
La cerimonia del controllo generalmente si svolgeva in questo modo: il capofamiglia arrivava in ciabatte, senza annunciare la sua discesa nell'interrato. Muto e silenzioso si fermava sull'ultimo gradino della scala, quasi rifiutandosi sdegnosamente di mettere piede nel teatro dello sfacelo, e lanciava una prima occhiata panoramica sulla situazione, con espressione corrucciata.
Osservato il cantiere, scendeva pesantemente l'ultimo gradino.
Passeggiava poi a zig zag, procedendo a esaminare il progresso dei lavori, rimanendo regolarmente insoddisfatto. Inciampava su oggetti vaganti evasi dai rispettivi muceti e, imprecando contro l'inutilità degli oggetti presenti in casa, contro i regali di natale, di compleanno e di nozze, contro il consumismo, contro la società e infine contro l'umanità intera (mio padre è un uomo di ampie vedute), ci lasciava ai nostri lavori, riportando la regale presenza alla luce del sole.

Il motivo della scontentezza paterna è presto giustificabile considerando il sistema di riordino adottato nella missione. Mia madre, come del resto anch'io, è afflitta da un sindrome credo comune alla maggioranza delle DD (Donne Disorganizzate): non è capace di concentrarsi su una singola operazione, portarla a termine e poi cominciarne una nuova.
Lei inizia tutto assieme.
Ora, se fosse dotata di una seria metodicità, ciò sarebbe ammirevole: un passettino, anche se piccolo, per volta e tutto migliorerebbe. Purtroppo, com'è immaginabile, ciò che manca e la cui lacuna non può essere colmata dalla buona volontà, è proprio il suddetto metodo.
A onor del vero, un metodo di fondo c'è, ed è il cosiddetto “Metodo Cassetti”, che consiste nel cominciare le operazioni di riordino svuotando tutti i cassetti della stanza da rassettare e radunandone i contenuti in un enorme mucchio, per poi riporlo nei medesimi tiretti in posizioni differenti. Tutto ciò era già avvenuto, anzi, diciamo che era stato propedeutico all'operazione di riordino vero e proprio. Propedeutico nel senso che era stato fondamentale alla creazione della situazione di disordine maximo, senza la quale, naturalmente, il riordino non sarebbe mai avvenuto.
È quindi per questa sua particolare dote che, mentre l'attacco all'astenosfera continuava, mia mamma si mise a tinteggiare. Passarono tra le sue grinfie, nell'ordine: i vecchi scaffali Ikea rimpiazzati dalle Billy, alcune scatole di conchiglie, diversi muri, se stessa e qualche gatto. Il giorno in cui la trovai nella stanza in cui studiavo armata di rullo e vernice bianca mi domandai se tutto ciò avrebbe mai avuto una fine.
Mentre il rullo passava senza pensieri, piovevano gocce indelebili su tutto ciò che si addossava alle pareti e che, per mancanza di spazio a causa dei muceti che nel frattempo erano diventati mucioni, non poteva essere posto a distanza di sicurezza.

Questo non era l'unico inconveniente dovuto alla riorganizzazione dell'assetto casalingo che minava alla mia preparazione per l'esame anglofono.
Infatti ognuno sa quanto sia facile studiare mentre gli aspirapolvere marciano inneggiando alla pulizia. Molti conoscono la frustrazione che opprime quando, ricercando la concentrazione, echeggiano nella casa o nel quartiere note di svariati strumenti musicali che impediscono di dare senso alle parole lette o alle frasi ripetute. Pochi, credo, sanno cosa vuol dire avere un padre violoncellista che ha deciso di studiare scale e arpeggi per una porzione di futuro prossimo sconosciuta e un fratello armato di chitarra elettrica alla scoperta della polifonia.
Immaginate: il silenzio. Nel seminterrato, nulla si muove oltre a qualche muceto intento nel suo lento strisciare verso i suoi compagni.
Il libro di letteratura si apre con un fruscio. Inizia lo studio.
Dopo qualche minuto, una nota elettrica echeggia nell'aria in tutta la sua potenza: il noto ritornello di “California” dei Phantom Planet inizia a diffondersi, per poi concludersi e ricominciare per un periodo di tempo non definibile.
La frase “Thomas Wyatt (1503 – 1542) fu il primo poeta inglese che importò in Inghilterra la lirica italiana e latina.1 perde il suo significato sotto i miei occhi, mentre sento che, sovrapposta al ritornello diabolico, si snoda nell'aria un'improvvisazione di chiara impronta blues, e non solo, un martellante ritmo di batteria si inserisce a sostenere il tutto. Prima ancora di riuscire a formulare la domanda “il fratello è uno, gli strumenti sono tre, com'è possibile tutto ciò?” mi fulmina il ricordo di un regalo di natale di qualche anno fa: un temibile pedale loop, capace di ripetere all'infinito un motivo registrato dall'utilizzatore.
Mi arrendo e, chiudendo il libro, mi ritrovo intenta a canticchiare un: “nana... Californiaaa...”.

Era ormai agosto inoltrato: le giornate procedevano regolari, le ore si susseguivano in una lotta senza interruzioni, le forze andavano sciogliendosi al calore impietoso del sole, il deumidificatore era allo stremo. Le falene e i gatti non accennavano a diminuire. La mesosfera, nonostante i nostri sforzi, non accennava ad apparire.
Fu necessario un secondo viaggio all'Ikea: una parete di scatoloni svedesi pieghevoli si materializzò nel mezzo della stanza, andando a costituire un muro che separava i territori conquistati e ormai dominio dell'ordine dal caos.
L'interrato est, abitato dai miei fratelli, languiva nel degrado, vantando tra i suoi possedimenti l'incubo della Signora Maria, il Bronx dell'abitazione, il luogo in cui nessun essere di sesso femminile osava addentrarsi: la stanza dell'XBox, la quale conteneva, oltre alla citata box, anche molte altre box, il cui contenuto si perdeva nei meandri dell'oblio, ma che ci sentivamo legittimati a dedurre essere i polverosi giochi della nostra infanzia. Tra questi: le Barbie (a cui erano stati fatti i fanghi, tatuaggi osceni e diverse operazione di amputazione di arti e/o scatola cranica dalla fluente chioma), le macchinine (sottoposte più volte a controlli meccanici di dubbio beneficio), i mitici dinosauri (testimoni inconfutabili di un trascorso felice dell'ex-infante).
L'interrato ovest lottava senza tregua contro i moti di ribellione del disordine sconfitto, il quale andava riproponendosi e ripresentandosi insistentemente. Soldati instancabili nonché spie infiltrate al suo servizio, i miei fratelli. Con continui e subdoli attentati minavano alla nostra pazienza, stimolavano il caos a riprendere i suoi possedimenti. Cercando di minimizzare, noi paladine del mocio vileda denominammo la situazione il “Problema Calzini”, con chiaro riferimento alle tracce di calze randage che venivano rinvenute nei luoghi del loro passaggio.

Ora, dacché tutto ciò è iniziato a Luglio e ora siamo a Novembre inoltrato, ci si aspetterebbe che ormai la casa fosse in ordine lindo e perfetto, organizzata secondo rigidi schemi imposti dall'alto e reintegrata dalla presenza della Signora Maria.
Purtroppo, dopo il breve progresso ottenuto alla fine di agosto, l'assenza trigiornaliera della condottiera madre causa micro vacanza causa mezzo esaurimento nervoso causa eccessiva dedizione alla causa, fu letale: il miglioramento ottenuto franò miseramente. L'astenosfera si rafforzò fino a ricreare la temuta litosfera. La babele di scatoloni sfondati e peli di gatto era rinata.

A puro titolo informativo, per concludere, la signora delle pulizie non fece mai ritorno. Leggende narrano essersi sposata con un miliardario titolare di un'impresa di pulizie di fama internazionale, o essere chiusa in un manicomio, intenta quotidianamente in un balbettio spasmodico e perpetuo.
Forse, prospettiva inverosimile ma augurabile, è anche tornata.
Il disordine, tuttavia, ci impedisce di avvistarla.





1 Bertinetti, P. (2000) (a cura di) “Storia della Letteratura Inglese” Einaudi, Torino

sabato 9 giugno 2012

venerdì 2 marzo 2012

strappi

Credo sia un po' come con un paio di pantaloni, sai Popi?

Mh? [solleva la testa dal giornale appoggiato al tavolo, nel quale era immerso nella lettura di un articolo sull'estinzione delle formiche a causa dell'effetto serra]

un paio di pantaloni. Hai presente quando si strappano sul cavallo?

Si, ho presente Pomi [si puntella sul gomito, pur senza chiudere il giornale, e assume un'aria vagamente interessata]

eh. Penso sia un po' quella cosa lì. O comunque, tutta una faccenda di rattoppi.

Di cosa stai parlando, Pomi?

[imperturbabile, continua] fai il primo strappo, e ricucire tutto non è un problema. Tanto più se è piccolo. Che poi è difficile che si faccia uno strappo grande dal nulla, no? Strap! O era un materiale di merda, diciamolo, o si vedeva che si aveva iniziato a strapparsi. E allora dagli che ricuci. Può essere una sfida, può impegnarti, ma non è impossibile. E insomma, non dovrebbe essere così complicato riparare uno strappo, no?

Pomi, ti ho riparato dodici paia di jeans strappati sul cavallo, e dopo un mese ciascuno hai dovuto buttare tutto perché gli strappi continuavano a riaprirsi.

Il problema è dopo, dopo lo strappone riparato. Non lo cancelli. Resta lì, bastardo. E tira per riaprirsi. È così difficile trovare bravi sarti, al giorno d'oggi

Grazie, sai

e allora se si riapre? Altro filo altra corsa, via un rattoppo sul rattoppo. E sembra comunque che non ci sia, se è fatto bene. C'è, ma non si vede. E chi se ne frega se l'essenziale è invisibile agli occhi. Questo non è essenziale. È invisibile comunque, ma non essenziale. E se si aprono altri strappi? Se [tono tragico] consumi [ritorno al tono concitato ma normale] la cosa fino a lacerarla il più parti, frammentarla?

Pomi, io continuo a non seguirti, sai

Avanti, avanti, rattoppi su strappi nuovi, rattoppi su rattoppi. Il tutto per non buttare via niente. Ecco! Posso dire che resisto perché non sono consumista! Promuovere una nuova dottrina di comportamento basata sull'ecologismo sentimentale, bella roba, no? Non butto via niente, ma cerco di arginare e riparare per evitare sprechi di relazioni! Comunque, non c'è problema, secondo me.

Splendido

Non c'è problema finché non finisce il filo che usi per riparare.

[Popi, che aveva riabbassato la testa sul giornale, sospira e ha un piccolo cedimento a livello dell'articolazione del gomito sinistro]

Allora là son cazzi. O ne trovi uno nuovo, ma non avrà mai la stessa identica tonalità di quello precedente -è sempre così, quando devi ricucire: hai quei venti centimetri scarsi di filo dello stesso identico colore dell'altra stoffa, ovviamente lo finisci a metà lavoro e non c'è merceria in cui riesci a reperire un nuovo rocchetto di quella tonalità- e allora il rattoppo si vede. O pensi a trovare una soluzione con il passare del tempo. E intanto lo strappo si allarga. Pensi che andrai a cercare il filo domani, e intanto i punti che avevi cucito saltano. Poi domani c'è la nonna che sta male. Il cane ha vomitato sul tappeto e il gatto sul tavolo. La pentola di uova bruciate da pulire. E ciao filo. Dopo un mese ritrovi il lavoro lasciato a metà e lo butti via. Che angoscia. [si siede con uno sbuffo sulla prima sedia] Escludendo la possibilità di avere a disposizione un ottimo sarto, posso dire di essere rassegnato a questa conclusione. A meno che non disponga di un rocchetto di filo rosso infinito. Ma non c'è niente di infinito! Esiste forse qualcosa di infinito, Popi?

La mia pazienza.

È poco funzionale alla questione. Che poi, se avessi un rocchetto infinito, finirei per trovarmi a costruire un qualcosa tutto di filo. E sarebbe filo mio, Pomi, capisci? Non saprebbe più qualcosa fatto assieme. Sarebbe solo mio! Riparazioni su riparazioni, strenui tentativi di non buttare via nulla.

Pomi, prendi un cioccolatino.

No, grazie Popi. Ho lo stomaco chiuso. [si alza ed esce dalla cucina]

o cucito? [urlando, senza rialzare la testa dal giornale]

[la replica di Pomi non è riportabile per questioni di registro linguistico non appropriato]

venerdì 30 dicembre 2011

novità

Popi, Popi! [Pomi entra in bagno urlando, urtando e rovesciando nell'ordine un porta asciugamani, il cesto della biancheria da lavare e uno specchio]

Dimmi, Pomi [Popi, mantenendo la calma dell'abitudine, afferra lo specchio un attimo prima che si schianti al suolo]

Gliel'ho detto! Gliel'ho detto!! [Pomi, euforico, cerca di sciogliere il cavo dell'asciugacapelli che gli si è attorcigliato attorno alle caviglie]

Cosa? [lo specchio è al suo posto]

Che mi piace!

E...?

...

...

...E ho fatto bene ad esercitarmi in bagno, Popi!

...

...

Sono felice per te, Pomi. Tanto. [Popi sorride, sollevando da terra il porta asciugamani]

Anche io sono felice, felice, felicissimo Popi!! Io... Io... [Pomi nell'euforia della gioia fa una piroetta e urta lo specchio, che si sfracella al suolo con gran fracasso]
...Ops..

Pomi, sono sette anni di sfortuna

E che siano anche settanta, Popi! [Pomi non smette di danzare nel bagno, ridendo] Sono felice comunque. Andiamo a comprare uno specchio nuovo!

[anche io sono felice, Pomi. Tanto, tanto, tanto felice. Per te, che sei me, e anche per me, che sono te. Zaque]

sabato 3 dicembre 2011

Prove allo specchio



"salto i preamboli, perché con quelli casco sempre male e poi finisce che mi incarto.
Mi piaci perché quando ti vedo mi viene di sorridere, e non riesco a smettere.
Mi piace come scrivi, come ti gratti la barba, come fai smorfie strane quando cerchi di ricordare qualcosa. Mi piace anche come fumi, come mangi biscotti e come sai un sacco di cose che non so.
Mi piaci perché mi allunghi le giornate, perché sei tu, e geloso di esserlo tu e basta, e perché faccio le stesse cose che fai tu, senza saperlo.
Mi piaci perché sai quello che penso prima che lo dica.
Mi piaci perché sbucci la frutta in un solo pezzo, perché hai le mani calde quando le mie sono fredde e viceversa, perché riconosci un pezzo dopo otto note.
Mi piaci anche perché assomigli a Wolverine. Però forse è lui che assomiglia a te."

"Pomi?"

"sì?"

"sei chiuso in bagno da un'ora e mezza a parlare con lo specchio"

"lo so"

"..."

"..."

"senti, ma il coraggio di dirglielo lo troverai mai?"

"..."

"Pomi?"

"..."

"ho capito. Esci, devo lavarmi i capelli"

domenica 27 novembre 2011

Breve dialogo

Popi, qual è la domanda che ti fanno più spesso?

Come sto.

E la domanda che vorresti che ti facessero, più spesso?

Se sono felice.

Popi, sei felice?

Si. E tu?

Penso di sì.


sabato 26 novembre 2011

Preludes




Suona, suona, suona, e nel suono si sciolgono le stonature della giornata, e così ogni giorno e così sia.
Ogni sera, nel conforto della solitudine, libera dalla confusione, si avvicina alla tastiera e ritrova nel pentagramma le emozioni della giovinezza, le speranze della vita che le si spiegava davanti, le passioni e via dicendo. Le riassapora brevemente, tutte assieme, poi -le dita non più allenate come un tempo- si alza dal seggiolino e si dirige verso la camera da letto.

Ritrova ogni sera anche un fumatore, nel cortile. Ne scorge la presenza dalla finestra vicina al pianoforte -una finestra dal disegno un po' inglese-, ormai da anni. Non sa se è un uomo o una donna: tra i palazzoni non c'è luce, e tutto ciò che vede è un'ombra quasi immobile vicino al portone e il minuscolo tizzone della sigaretta, ma è sicura che lui o lei sia lì ad ascoltarla, e che siano legati strettamente da un silenzioso appuntamento giornaliero, capitato la prima volta per caso, in un passato quasi remoto.
Lei suona, e scarica la tristezza, cumulo di un lungo giorno, e quando finisce getta uno sguardo dalla finestra: la sigaretta, giù, brilla ancora solo un attimo. Lei sorride, e spegne la luce. Buio; la giornata è finita.

Appartamento numero diciassette, quarto piano di un vecchio palazzone grigiastro.
Molti libri, disordine casalingo, carte e lettere non aperte sparse su un brutto tavolino in entrata. Nel salotto, un vecchio pianoforte ben accordato e posto vicino a una finestra con vista sul cortile.
Sera di settembre, di ore a tempo alterno. Sera di nuvole.
Torna a casa trascinando i piedi stanchi e il corpo sprofondato in una triste spossatezza. Quarto piano, chiave nella toppa, cigolio di cardine e borsa sul divano. Cena, sola, sola, sola.
Sparecchia, poi va al pianoforte, spinta dal miraggio di un sollievo musicale e di una compagnia lontana, una scintilla fredda e minuta le brucia pancia e petto per un secondo.
Preludi di Chopin, opera ventotto. Libro logoro e consunto, pagine incartapecorite che si staccano. Butta uno sguardo dalla finestra, ancora nessuno.
Attacca il quarto.
Quanto poco reagiscono i tasti al suo tocco, ora. Quanto poco hanno sempre reagito, in fondo, quanto troppo si è illusa di poter risvegliare dalla pancia della balena un canto nuovo e melodioso. Quanta fatica, quanta stanchezza del mondo.
Lo pensa mentre si svuota l'anima, riversando l'amarezza sulla tastiera. Senza volerlo, sbircia oltre il vetro per scorgere qualcuno, ma il buio non lascia posto al fuoco di un fiammifero o a cenere di carta e tabacco. Un dito cede, e il preludio si interrompe malamente a metà.
Gira le pagine, con un po' di stizza. Preludio venti.


Tre righe soltanto, così breve, così intenso. Non ci sono ricordi, in questo brano, solo il presente e la sua traccia che lentamente si spegne, misera. E' finito, e ancora non c'è nessuno. Inizia, subdola, l'angoscia, e sveglia il senso di abbandono che tante volte ha messo a tacere; entrambi si sommano alla solitudine di una misantropia leggera, alla frustrazione e alla rabbia, e tutto diventa tristezza, tutto si scioglie in un'unica parola: tristezza; cappa pesante umida e scusa che le piega la testa e le spalle sotto il suo peso.


Attacca l'ultimo preludio, il ventidue, con forza e disperazione tempestose: dopo poche battute le mani vanno già da sole, senza bisogno di note scritte, trascinate dalla foga e guidate dall'abitudine.
Il preludio finisce. Il buio sale dal cortile.

Chiude il libro, chiude il coperchio della tastiera, apre la finestra, non spegne la luce.
Tocca il pianoforte mentre sale sul balcone, poi guarda il nero dove il fumo stanotte non c'è.
"Aspettami" pensa.
Poi è solo vento freddo, e buio ancora.

domenica 6 novembre 2011

foglie e marciapiede




Pioggia di novembre. Cammino; borsa, ombrello, e piove. Non piove che dio la manda, non pioviggina: pioggia grigia che piove, piove e basta, ostinatamente. È veramente novembre. Credo mi piaccia abbastanza, nonostante preferisca ottobre. Che vuoi farci, ci sono nata, in ottobre. Le foglie diventano arancioni, in ottobre, e non piove in modo così triste. Pioggia di novembre...

Le parole girano in tondo nella mia testa come nel discorso di un vecchio, mentre cammino.
Il marciapiede è coperto di foglie bagnate, una schifezza. Ti abitui a camminare a Venezia, e tra ponti e acqua alta pensi di non aver più paura di niente, poi ti trovi su un marciapiede coperto di foglie bagnate e là son cazzi. Mi sento ridicola mentre cammino cercando parti di cemento scoperte dove posare i piedi per evitare di finire col culo per terra. Sai che figura, poi.
Tiro la sciarpa e la aggiusto attorno alla gola. È una bella sciarpa, rosso granata, che non usavo da tanto tempo. Era finita in chissà che armadio, erano quattro anni che pensavo di averla persa.

Mi piace camminare quando piove così. Se ho l'ombrello, ovvio, e una sciarpa attorno al collo. Vado con calma; a zig zag, ma con calma.
Mucchietto di foglie. Radici dell'albero che rompono il marciapiede. Beethoven, nona Sinfonia, terzo movimento. Goccia sulla guancia, lacrima sulla guancia.
Ho i brividi, ma non credo sia il freddo.

musica, musica, musica




Popi?

Dimmi Pomi.

Ti piace Tchaikovsky?

Molto.

E Brahms?

Anche.

E Beethoven?

Anche lui.





Ti piace la musica classica?

Sì.

Anche a me.





Ok, e quindi?

No, niente.

… Pomi.

No, è che ieri stavo camminando, e avevo su le cuffie. Stavo ascoltando il concerto per violino, il primo tempo. Quello di Tchaikovsky. Sparato a bomba

Ti ho detto un milione di volte di non tapparti le orecchie in quel modo mentre cammini per strada, Pomi, mi fai incazzare!

Ma ascoltami! Sentivo questo concerto, ed è bellissimo, vero Popi? E mi sentivo... straziato, straziato dentro fino all'ultima fibra! Era talmente esaltante che volevo cantare, saltare, avrei voluto mettermi a correre in mezzo alla strada

pessima idea

si, infatti non l'ho fatto. Comunque, non potendo mettermi a correre e neanche a cantare a squarciagola -quando riattacca tutta l'orchestra, e le trombe!! In quel punto ogni volta mi sento esplodere di non so cosa, non è solo gioia, è qualcosa di più, mi viene da piangere tutte tutte tutte le volte, e riderei gridando, non avrei la voce per esprimere una cosa così... così... cos' inesprimibile!-, potevo fischiettare, no? O borbottare qualcosa.

Saresti sembrato pazzo, ma sì, suppongo che avresti potuto farlo...

E l'avrei fatto! Ma come facevo? È... è... è un'orchestra intera, Popi! È talmente... talmente grande, tutto talmente pieno e immenso, divampante e profondo, e sfuggente allo stesso tempo!

Pomi, è un'orchestra, sono tanti strumenti messi assieme

appunto!

ne devi scegliere uno e segui quello!


...

Musica classica bastarda.



Popi, ti dico che mi ruba, mi porta via! Mi strappa da me, e io vorrei seguirla completamente, vorrei diventare la musica stessa, ma non riesco, non posso! Resto spezzato tra il me che cammina e mi tiene a terra di peso e una corrente di musica travolgente che cerca di sollevarmi e portarmi con sé! Quando le ascolto, queste cose... Quando le ascolto non vedo la gente, per strada! Il pezzo mi risucchia e ciao, chi si è visto si è visto, finché non succede qualcosa davanti a me, o finché non finisce la musica non ritorno!
E in quei momenti mi sento straziato dentro: tutto che tira, attratto dalla melodia, ma niente che può arrivare a niente, o esprimersi davvero, è uno strazio Popi, uno strazio bellissimo, ma fa impazzire, io



Popi, come spiegare...

Pomi, penso sia meglio se direttamente non spieghi e piuttosto mi scarichi la lavastoviglie, che ne dici?

A volte penso di odiarti, sai Popi.