lunedì 23 novembre 2009

Chaos




Sì mamma torno tra/ hai preparato il pranzo?/sì, sono sull’autobus adesso, ma c’è un casino/ scusi/attento!/il mio piede!/ ehi!/ giovanotto, mi lascerebbe/ si scende/ veloce, dobbiamo scendere a questa/ ma guarda che razza di cappello/ un collo lunghissimo/ sale!!/ ehi!

Il caos.

Sull’autobus –linea S- regna il caos: ora di punta, borse della spesa, studenti, valigette, fogli e appunti, biglietti scivolano dalle tasche, dalle mani, è anche caldo, gente sudaticcia, persone fradice, puzza, profumo del tramezzino che una ragazza sta mangiando –una borsa sportiva ai suoi piedi, con una mano appesa alla maniglia, tuta, pare stia tornando dalla palestra-.

Un vecchietto seduto, giornale in mano, si guarda attorno, un po’ seccato da tutta questa confusione.

Un ragazzo balza sull’autobus, di fretta.

Si insinua tra le persone, alla ricerca –vana- di un posto a sedere. Schiva una sporta colma di verdure, si acciacca il fianco sinistro sbattendo su uno zaino imbottito di libri, vaga faticosamente per il bus –linea S, ora di punta- realizzando che il posto non c’è. Ma ancora una speranza, solo una speranza ancora: quel vecchietto, là, pare si stia preparando a scendere-.

Si precipita, spintonando, una mano a reggere il cappello –strano, il cappello: un lungo nastro che pare un cordone a decorarlo, colore insolito, materiale particolare, appollaiato in cima a una testa che pare vacilli dall’alto di un collo di lunghezza infinita-, l’altra allungata già verso il posto, pronto a balzarci sopra, sedersi, ah, riposo.

Si arresta, si gira, scocciato

scusi sa

all’uomo alla sua destra, cappotto formale, valigetta seria, cappello banalmente ordinato in cima a una testa pettinata e ben salda sull’estremità di un collo taurino.

cosa vuole

lei mi ha urtato

prego?

lei-mi-ha-urtato, volontariamente, oserei aggiungere, e mi ha colpito a un fianco

lei si sbaglia

no, l’ho vista: mi ha visto arrivare, ha fatto un passo indietro con

finta aria distratta,

e appena sono passato mi ha infilato un gomito tra le costole!

Guardi, signore, forse lei si confonde

No, caro mio! Mi hai appena cacciato un tuo stramaledetto

gomito tra le costole.

Ascolta, amico, dammi un motivo per cui dovrei piazzarmi su un autobus

A fare attentati alle costole di ragazzini che sgomitano per cercare un posto, e

No, ascolta tu “amico”: mi hai urtato, mi hai fatto male Abbia

perlomeno la buona grazia di chiedere scusa!

Ma neanche per sogno!

Lei è un cafone,

mi chieda scusa immediatamente!

Senti: tu adesso taci, chiudi la bocca, la pianti di strepitare, d’accordo?

O io prendo il tuo collo spaventosamente lungo e lo annodo per bene a quel

Lampione laggiù, intesi?

Il bus frena. Il vecchietto si alza lentamente, il suo giornale sottobraccio, cappello in testa –senza cordoni- giacca in tweed e pesante montatura di occhiali.

Il caos nel bus si ferma. Nessuno si muove o parla. Silenzio.

Ha un’aria pacifica punzecchiata da uno spruzzo di divertimento nascosto nella saggezza degli occhi. Guardava lo scambio di opinioni dei due, spassandosela un mondo. Forse più che la discussione lo faceva ridere il ragazzo –uno strano ibrido di giraffa e uomo con un cappello strambo appollaiato in testa-.

Il mondo è ghiacciato. Immobilità.

Silenzio, più silenzio che prima. Il tempo si è fermato. Il vecchio sorride.

Si fa spazio tra la gente, con la calma pacifica abituale. Ora scenderà, appoggiandosi alla porta del bus. Si guarderà intorno –l’autobus parte, e a bordo tutti si risvegliano, un secondo e niente è successo, il bus non si è mai fermato, il caos, la confusione, alta voce, tutte le voci parlano di una voce sola, tutti i rumori rumoreggiano, urla, le telefonate, i cellulari che trillano, il caos- e andrà in cerca di una panchina al parco –cerca solo la tranquillità-. Non dovesse trovarne, si sposterà verso casa –giusto attraversare l’incrocio, girare a sinistra e dopo cento metri è là- e starà in salotto, nel suo divano, o forse in terrazzo –quarto piano senza ascensore, ma ormai l’abitudine ha superato la vecchiaia, le articolazioni consumate non temono le scale, un terrazzino modesto ma grazioso, annaffiatoio verde di fianco alla porta, un cinque vasi con piantine e fiori a decorare gli angoli, poltrona in vimini da casa delle vacanze /cuscino bianco/ regna nel mezzo del balcone-.

Scende, libera il posto.

Appena scongelato dal momento, il giovane abbandona la discussione senza aggiungere un’altra parola e si lancia a sedere, abbandonando l’uomo che gli diceva –che gli urlava, a dirla tutta, ma fa niente –, dimenticando la discussione, e dopo un momento è seduto, finalmente, seduto e salvo dall’energumeno che minacciava di torcergli il collo.

Appoggia la testa al finestrino e infila le cuffie dell’ipod. Stanchezza.

Sono passate due ore. Il vecchietto torna dal parco, cammina verso casa, ancora la solita calma ad avvolgerlo, ad accompagnarlo un paio d’ore passate al parco. Il giornale è ripiegato sotto il braccio, stropicciato per l’impeto con cui il suo lettore girava le pagine, stizzito e imbufalito da politici e un mondo che non gira come dice lui.

Attraversa la strada e scorge di striscio il giovane –un ragazzino, praticamente-, sempre il collo lungo, sempre il cappello barcollante. È con un amico, particolare anche lui, un foulard di seta di al collo –decorazioni psichedeliche-, giacca fucsia e pantaloni verde bottiglia che vanno a nascondere il gambale di stivali lucidi da cavallerizzo. Testa nuda. Collo normale.

Ma sì, devi allacciarlo meglio, guarda un po’ che disastro…

Ma dove?

Ma guarda!

Ma cosa?

Ma il bottone, sciocco!

Ma perché?

E’ storto, amico! Devi raddrizzarlo, guarda,

così – ah, caro mio. Tu e la moda non avete proprio niente a che fare.



**********

Questo post è nato per un compito di francese assegnato a scuola. La mia classe partecipa a un concorso organizzato dall'Alliance Française Italie in cui si deve scrivere un testo come "prolongement [degli "Esercizi di Stile ] à la manière de Raymond Queneau". Il mio esercizio è questo -sarebbe un "chaos"-, poi l'ho dovuto tradurre in francese, ma la prima a non capirci niente leggendolo tradotto sono io, quindi non lo posto.

Ecco, la nota era solo per dire che non l'ho copiato da qualcuno se non da me stessa, dato che c'è di mezzo il concorso eccetera eccetera.

In ogni caso, questa mi pare una competizione interessante, qui il sito dell'Alliance Francaise http://www.alliancefr.it

e da qualche parte parlano anche del concorso.

domenica 25 ottobre 2009

Cibo Amore Mio



Un giorno, nel mezzo di un lungo giro di shopping con conseguenti lamentele riguardanti taglie, misure, pancia, aderenze, strettezze, fianchi, cosce, debordanze posteriori e anteriori e infinite promesse di mettermi a dieta, un amico portato al limite dell’esasperazione mi suggerì una tecnica per non cedere alle golose tentazioni che il cibo languidamente mi lancia e alle quali costantemente cedo.
Il segreto, mi disse, consisteva nel rilassarmi ad ogni stimolo di fame, e nell’ immaginare vividamente il cibo del desiderio. Una tavoletta di cioccolato, per esempio, squadrata e perfetta, liscia, dolce e appetitosa, profumata e irresistibile. Immaginarla per bene, dunque, e pensarmi mentre per saziare ogni mio desiderio la agguanto, pronta a gustarla lentamente quadretto dopo quadretto, saziandomi di dolcezze e calorie, avvolta dal benessere intimo e rilassante che solo il rompere una dieta di nascosto accoccolata sul divano può esprimere degnamente.
Il trucco era poi di convincermi che al primo boccone il sapore di tanto desiderata grazia fosse qualcosa di disgustosamente insopportabile, qualche spauracchio della tavola, qualcosa di incoraggiante al vomito, per dire –“cosa di fa schifo, ma proprio schifo schifo che non riesci a sopportare?” “fegato” “bene, allora immagina fegato”- . In tal maniera il cervello si convince che il sapore della cioccolata è in realtá quello disgustoso del fegato, cosí la voglia passa.
Da quel giorno ho sperimentato, provato, tentato, e devo orgogliosamente esprimere la soddisfazione di aver raggiunto un risultato. Purtroppo, però, va aggiunto che qual risultato non e’ esattamente quello che avrei dovuto ottenere dopo cotanto esercizio e impegno psicofisico.
Adesso amo il fegato.

giovedì 8 ottobre 2009

Sasso II




"A dirla tutta, quel sasso non era veramente questa gran cosa. Era un pezzo di pietra qualunque. Viveva la sua normale vita da sasso, ogni tanto finiva in una pozzanghera, oppure capitava che sprofondasse sotto terra, o veniva lanciato da qualche ragazzetto balordo. Era un sasso normale: senza crepe ma non liscio, senza bozzi ma non perfetto.
Era anche alquanto noioso, se devo proprio aggiungere, e vorrei anche rendere noto che…”
Sasso, taci. Abbiamo detto che sei speciale?
"...Si"
Bravo, quindi sottoponiti alle nostre moine, chiudi il becco mettiti l’animo in pace, dacci delle comuniste staliniste, fa’ quello che ti pare, ma non azzardarti ad aprir bocca di nuovo.Lasciati lodare, sii meno duro – ok non è la parola più adeguata per un sasso – con te stesso.
Ci siamo noi a raccontarti, ora.

Dicevamo, il sasso è speciale.
Lo guardi, effettivamente non noti nulla di particolare.
E’ ben costruito da dentro, solido fino in fondo, senza imperfezioni, saldo e concreto come una piccola roccafotrte.
Ma un sasso comune, sotto questa analisi superficiale, un sasso come tanti suoi compagni sassi di questo sassoso mondo.
Se qualcuno ricorda, però in un certo racconto, una volpe dice a un piccolo principe che l’essenziale è invisibile agli occhi. E chi a questo mondo è mai riuscito a vedere un pensiero? Chi è mai riuscito a cogliere, anche solo di sfuggita, la famigerata nuvoletta che esce dal cervello con il pensiero disegnato dentro?
Nessuno.
Ma quanti di noi hanno saputo indovinare i sentimenti di una persona basandosi su quello che aveva dentro, nascosto alle nostre pupille?
Con il nostro sasso la storia è proprio quella: insospettabile e invisibile, da lui uscivano continuamente pensieri, osservazioni, ragionamenti silenziosi, quantopiù invisibili agli occhi fosse possibile.
Il nostro sasso pensava. – "e capirai" / sasso, zitto./-
Se n’era acorto stupidamente, in un momento alquanto scomodo, mentre un ragazzo lo raccoglieva da terra per scagliarlo contro una vetrina. Era in quel periodo in cui saso viveva in città – bei tempi- ed era il’68. Studenti si riversavano nelle strade a manifestare, e proprio quel giorno – 24 settembre 1968 – un corteo attraversava le strade al ritmo di cori e sventolamenti di bandiere. Un ragazzo –sciocco- preso dall’impeto ribelle, aveva raccolto Sasso e, dopo averlo palleggiato qualche minuto, si stava preparando a scagliarlo.


Fine….per ora

martedì 6 ottobre 2009

Sasso




Mentre sono qui agli Antipodi, tengo una corrispondenza sfrenata con mia nonna. Più o meno ogni giorno mi arriva una sua lettera, e tra un abbraccio scritto e la cronaca di Lanzano, è cominciato un gioco a puntate. La nonna ha iniziato...

Ho trovato un sasso, grosso come due pugni, levigato dall'acqua che in certi punti ha insistito di più ed ha perciò una rientranza. Non è un sasso come gli altri: questo ha una vita, e si vede.

Oche (parte II)



Dopo l’incidente, l’oco superstite non si riprese più. Era solo, e non riusciva a capacitarsene; la sua ombra, il suo amico, il suo compare, compagno, fratello, era sparito, e lui ora vagava senza meta per il giardino, starnazzando per poi, spaventato al non udire alcun eco o risposta, tacere e chiudersi in una muta desolazione. Aveva iniziato a passare le ore fissando il cancello automatico, scagliandoglisi contro con tumultuosa furia ad ogni suo movimento. Il perché lo facesse, è un mistero la cui risposta non è data a sapere.
Era diventato la morte su due zampe palmate, e depresso ciondolava inerme e senza scopo, se non quello di distruggere tutto ciò che attraversasse il suo cammino –ovviamente i membri umani della famiglia erano inclusi in ciò che disturbava la sua quiete tormentata-.
Per cercare di risollevargli il morale e per evitare che si suicidasse buttandosi in piscina anche lui, i miei gli comprarono un nuovo compagno: un’ altra ochetta gialla e batuffolosa allietò il giardino con i suoi pigolii e ballonzolamenti sbilenchi.
Nei giorni a seguire l’arrivo, la piccola palmata era scortata ovunque da un bipede dotato di pollice opponibile e bastone da pastore. Era troppa la paura che il terminator alato decidesse di compiere un atto omicida e distruggere la piccola senza lasciarne traccia, così a turno seguivamo il giovane paperotto nelle sue esplorazioni in giardino, pronti a difenderlo strenuamente e imporci tra lui e l’oco psicopatico pur di salvarlo –e credetemi, per mettersi tra quella specie di tritacarne con il becco e la sua preda è dimostrazione di strepitoso coraggio-.
Ma le nostre erano paure infondate: Lui, immerso nella nebbia della sua disperazione, non lo badava neanche di striscio, limitandosi a fissare dritto avanti a se, attento solo al cancello –sempre che non facesse movimenti sospetti-. Gli unici momenti in cui dimostrava un minimo interesse nei confronti del nuovo venuto era quando lo beccava ferocemente sulla testa, tranciando alla radice ogni tentativo di avvicinamento.
E in questo il papero tristo dimostrava un certo masochismo oltre a un’idiozia di fondo, dato che dopo due giorni non aveva ancora capito che se si azzardava a sfiorare il piccolo, immediatamente gli sarebbe arrivata una bastonata dal custode di turno. Ma si sa, le oche son oche, che ci possiamo fare.
Dopo breve tempo, però, la situazione cambiò: il bipede e pennuto carabiniere temuto da ogni cancello presente nel giardino decise di prendere come successore il suo giovane simile, permettendogli di avvicinarsi e farsi prendere sotto la sua ala protettiva senza rischiare di essere crudelmente assassinato. Passeggiava con lui, raccontandogli delle insidie della vita e discutendo degli interrogativi dell’universo, mentre il giovane palmato gli trotterellava dietro per tenersi al passo. Li chiamammo Socrate e Platone.

Un giorno non troppo tempo dopo l'arrivo del suo seguace, Socrate morì avvelenato –e tutto torna-, e il giovane Platone rimase solo. Per evitargli la depressione in così tenera età, i miei portarono precipitosamente a casa un quarto pulcino.
Maschio anche lui, come si scoprì in seguito. Abbiamo fatto l’amplein: quattro su quattro ochi maschi, e, a dispetto dei nomi, stupidi fin nel profondo del midollo. Mai viste cose simili.
Comunque, il piccolo -subito chiamato Aristotele, tanto per continuare la serie- era arrivato e si era velocemente ambientato con il nuovo amico. Entrambi i bipedi erano ancora in giovane e giallo piumata età e, evidentemente, necessitavano di una figura materna o paterna che li guidasse nella retta via. Sembravano un po’ sbandati e sperduti mentre la notte si accoccolavano l’uno vicino all’altro sentendosi –ne son sicura- deleritti e abbandonati in una terra abitata da fantasmi.
Pare però che mia mamma in quel periodo avesse cominciato a fargli “pio pio”. Letteralmente.
Voglio dire, ogni volta che usciva di casa –e mia mamma, santa donna, esce di casa con una frequenza di due volte all’ora per scarrozzare la figliolanza- e percorreva in macchina il viale nel giardino, cacciava la testa fuori dal finestrino e con un falsetto perforante lanciava il simpatico richiamo. Pio pio, e pio pio, e dagli con i pio pio, i pennuti, felici di sentirsi finalmente chiamati affettuosamente da qualcuno, si convinsero che quello fosse il verso materno.
Il punto è che non iniziarono a seguire mia mamma. Magari.
Iniziarono a seguire la macchina di mia mamma, dalla quale la genitrice si sporgeva per lanciare le gioiose grida; la somiglianza tra una Toyota e un’oca del Campidoglio, devo dire, mi sfugge tutt’ora, ma gli oscuri meccanismi che regolano l'intricata mente delle oche sono qualcosa di cui non sono minimamente esperta, e che quindi non pretendo di riuscire a comprendere. Comunque sia, i gentili richiami che mia mamma mandava ai suoi protetti con le ali valsero allaToyota la perenne devozione dei due.

La scena si ripete tutt’ora un infinito numero di volte al giorno –tante quante le volte in cui mia mamma esce di casa-, ed è la seguente:
non appena i due pennuti avvertono qualche vibrazione del terreno che possa fargli capire che c’è una cosa con le ruote in avvicinamento, si bloccano e volgono i lunghi colli verso il cancello. Attendono.
Se la macchina sta uscendo dal giardino, si limitano a zampettarle incontro prima che il cancello si apra e la inghiotta –di solito vince il cancello-, per poi uscire anche loro, un po’ spiazzate dal vedere che l’automobile corre molto veloce, rassegnarsi e, se il cancello si è già richiuso, sedersi diligentemente ad aspettare la mamma.
Se la macchina sta arrivando, invece, il tutto diventa più scenografico: dopo essersi bloccate, la riconoscono immediatamente, anche senza vederla. Non appena il cancello automatico comincia la sua lenta apertura e il muso dell’automobile viene scorto, i due pennuti entrano i fibrillazione e corrono ad ali spiegate, accompagnando la corsa da un festoso starnazzare di piacere, ad accogliere la mamma di ritorno.
E questo lo fanno anche se sono dalla parte opposta del giardino. Generalmente è meglio che siano ben lontane, perché se sono già nelle vicinanze, comode comode si piazzano davanti alla macchina, già pronte a farle compagnia e impedendole di ripartire senza stenderle.
Corsa fino al cancello, comunque, è il punto numero uno. Punto numero due consiste nell’accompagnare la mamma a casa: tenendosi alle calcagna, ricominciano la corsa a velocità folle, ali sempre spalancate che talvolta concedono lo spiccare in volo –basso, però- , vociare con volume al massimo. E mia mamma che guida, rassegnata e quasi pentita. Provando a riparare al danno, non pigola più dal finestrino, ma tutto è inutile ormai: i due pennuti seguono perennemente e devotamente la macchina con la loro corsa forsennata fino al parcheggio, dove –punto tre, come si diceva sopra, fare compagnia alla mamma- le si stabiliscono attorno soddisfatte, becchettandola su tutte le fiancate per dimostrare il loro affetto.
Hanno anche dato il via alla simpatica operazione di levare –attaccandosi con il becco ad un’estremità e tirando con tutte le forze e l’ostinazione possibile- una rifinitura di gomma che penso servisse per attutire lo sbattere del bagagliaio. Grazie a questa loro privata occupazione, adesso la nostra macchina ha anche la coda.
Ovviamente, mentre circondano di affetto la loro genitrice quattroruote, circondano anche la casa di abbondanti scacazzamenti.

Ora i nostri Platone e Aristotele godono di ottima salute –perlomeno fisica, perché su quella mentale ci sono alcuni dubbi-, sono bianchi e panciuti ma bene in forma grazie agli sforzi olimpici che compiono ogni giorno, amano alla follia la loro mamma e, purtroppo, sono già troppo vecchi per essere messi in forno.

sabato 26 settembre 2009

Oche (parte I)



Sempre della serie “la mia famiglia ed altri animali”, anche se sarebbe più da dire “gli animali e la mia famiglia”, sono le oche Gina e Pina.
Approdarono nei giardini circa tre anni fa, o quattro, per il compleanno di mia mamma. Mi sentirei in colpa se non aggiungessi che tutto partì da una mia battuta. Se avessi tenuto la boccaccia serrata, a questo punto non avremmo di questi problemi. Comunque sia, non si può cambiare il passato: quando mio papà, indeciso sul regalo da comprare, mi chiese un’opinione, io dissi, data la passione di mia mamma per qualsiasi cosa riguardi i simpatici bipedi bianchi e dondolanti, “ma prendiamo due oche!”. L’avevo detto per scherzo, però.
Mio papà l’aveva preso sul serio, così il pomeriggio si precipitò all’allevamento più vicino a casa, comprò due pulcini gialli e li chiuse in garage, dentro una cassetta di legno perché non scacazzassero sulla sua preziosa moto Guzzi. Il mattino dopo, sveglia presto per sgattaiolare a riprendere i pennuti, agghindarli con rispettivamente un fiocco rosso e uno rosa e portarli sotto il portico, sempre nella loro cassetta.
Allo starnazzare sconosciuto, mia mamma si affacciò al balcone e vide due pulcini gialli e strapazzati che imploravano amore materno. Le si sciolse il cuore.
Gli inizi furono idilliaci: era estate, e i piccoli ci zampettavano dietro ogniqualvolta uno di noi uscisse in giardino, e pigolavano perché ci fermassimo ad aspettarli. Erano così buffi, mentre arrancavano tra l’erba sempre troppo alta per loro, e li osservavamo orgogliosi mentre ci becchettavano affettuosamente le dita quando gli porgevamo dei fili d’erba da mangiare.
Purtroppo presto arrivò l’adolescenza, e con questa si presentarono anche squilibri mentali che non si erano mai manifestati prima. Intanto non erano più i dolci pulcini piumosi e soffici, ma due ocotti di mezza taglia, spennacchiati e bianchicci per la muta delle penne, che sbatacchiavano le ali ancora troppo piccole correndo per il giardino. Era uno spettacolo tristemente comico vedere gli sforzi dei due piumati per levarsi in volo, e noi aspettavamo che il cambiamento si completasse per avere finalmente i due bianchi pennuti che mia mamma sognava.
Un giorno, mentre la muta non era ancora completa, mio fratello aveva portato le due oche a fare un giretto per il giardino. Sedutosi, aveva iniziato a porgere i consueti fili d’erba ai pennuti, quando improvvisamente uno dei due, spalancate le ali e fissato l’umano con sguardo vuoto e minaccioso, gli si precipitò contro beccandolo nel mezzo della fronte. E questo fu l’inizio.
Un altro pomeriggio, mentre passavamo un dopo pranzo all’aperto bivaccando al tavolo ancora apparecchiato, arrivarono i nostri due cani –sempre loro, sì-, che iniziarono ad azzuffarsi fraternamente per farsi un po’ notare. Immediatamente, una delle due oche che stava militando attorno al tavolo per controllare che l’ordine regnasse e interpretava magistralmente il ruolo di carabiniere, si precipitò a separare i due litiganti, beccandoli abbondantemente su testa e fianchi. Non ho mai visto i miei cani scappare con uno scatto così veloce, e sì che ho passato due anni a vedermeli fuggire da sotto il naso.
Da quel giorno, i cani avrebbero girato bene al largo e con la coda tra le gambe, guardandosi bene dall’ avvicinarsi alla coppia di piumati gendarmi che pattugliava notte e giorno il giardino. Quando i cosiddetti migliori amici dell’uomo se ne andarono per diventare esperti pet-therapisti, sono sicura che i due pennuti si sentirono smodatamente compiaciuti nell’aver eliminato dalla scena due dei concorrenti al controllo del giardino.
Nello stesso tempo, iniziava a rendersi chiaro che i palmati due non erano Gina e Pina come avevamo tanto sperato, ma Gino e Pino. Niente uova di oca, quindi, e niente nuovi pulcinotti allegramente pigolanti ad animare il giardino.

Con l’arrivo dell’autunno, l’inizio della scuola e il rientro nel tran tran quotidiano, le oche –pardon, gli ochi- iniziarono a trascorrere molto tempo da soli. Non avevamo più la possibilità di seguirli e accompagnarli in lunghe passeggiate all’aperto, e loro pian piano si dimenticarono di noi; ci rimossero dal loro piccolo cervello. Le nostre facce non significavano più niente per loro, nonostante ci vedessero quotidianamente, e questo significò la rottura del rapporto: ci identificavano come estranei, e come tali andavamo allontanati.
Ma questo è quello che penserebbe una normale oca. Le nostre, con il loro delirio di onnipotenza, pensavano che in quanto estranei andassimo definitivamente eliminati, e per proseguire nel loro intento ci puntavano a collo teso e ali spalancate, starnazzando in modo ben poco amichevole ogniqualvolta osassimo mettere il naso nella loro area di competenza. Il che significava ogni volta che si metteva il naso fuori di casa, perché le due pennute si erano bizzarramente convinte di essere padrone dell’universo.
Sfortunatamente non ci fu mai modo di farci riconoscere nuovamente come amici, e nonostante l’arrivo della primavera seguente e la nostra presenza sempre più assidua in giardino, le due continuavano imperterrite a puntarci e farci fare di quelle corse che alle Olimpiadi se le sognano.
Era diventato un problema anche solo aprire il cancelletto del loro recinto: non appena il chiavistello scattava, le due si precipitavano contro l’usciere, costringendolo a doverose ma poco onorevoli ritirate accompagnate da ululati di terrore e strilli riecheggianti.
Per darci un contegno e tentare di sottrarci al tristo destino di venire sottomessi da una coppia di oche –oche!-, iniziammo a girare per il giardino muniti di bastone.
Non sto scherzando. Provate voi a farvi attaccare da una coppia di oche –permettetemi di continuare a sottolinearlo, perché vorrei mettere totalmente a fuoco la questione: stiamo parlando di oche. Qua-qua. Zampe palmate e coda scodinzolante a ritmo con l’andatura a dondolo. Non parlo di Rottweiler né di zebre scalcianti. Quelle che avevano preso il potere nel nostro giardino erano due oche.- oche assatanate, dicevo, e vediamo poi chi ride. La situazione era diventata pericolosa: non si poteva più uscire di casa senza sentire il feroce sibilo alle spalle. A quel punto si rientrava, ci si blindava la porta alle spalle e –dopo opportuni riti di incoraggiamento guardandosi allo specchio e gonfiando i muscoli- si usciva solamente armati.
Purtroppo, con l’arrivo dell’inverno seguente, una tragedia accorse.
Mentre eravamo lontani da casa –il tutto nei giorni della merla, un freddo cane che non si immaginava-, le due oche erano riuscite ad evadere dal recinto e, preparando piani di assalto alle macchine una volta saremmo tornati a casa, si erano date alle passeggiate di complotto.
Un giorno le passeggiatine finirono: uno dei due allegri compagni si avventurò nella piscina, allora ghiacciata, e, forse dopo strenue lotte per uscire, forse abbandonandosi languidamente al freddo, annegò.
Forse si trattava di suicidio, perché è il primo caso di oca annegata di cui sento parlare.
Quando tornammo, trovammo il macabro spettacolo dell’oco a ali spalancate e collo affogato, mentre il suo compagno lo aspettava a bordo vasca, starnazzando e chiamandolo affinché uscisse e la smettesse di scherzare, dato che iniziava a preoccuparlo. Era una scena di una tristezza infinita.

I cani




Che a casa nostra non girino animali tanto normali, ormai si sa.
Si era partiti quindici anni fa con i gatti, ognuno chiamato con il nome di una pietanza –quando mai si era sentito parlare di un gatto chiamato Brodo?-, per poi avere i pesci cannibali e in seguito i cani, dotati di privata ambizione di sterminare i pollai dei vicini e finiti per esasperazione in un centro di ex-tossico dipendenti. Poi sono venuti i pennuti: i piccioni molestatori della quiete pubblica, le oche convinte di dominare il mondo e infine le galline da attico.

Tralasciamo i gatti, che possono definirsi anche normali se si sorvola sul nome e sulle strane attitudini quali il dormire in equilibrio sulla testa di una statua aborigena o sul bracciolo di una panchina, l’apparire sui balconi delle finestre ad altezze sconsiderate –ovviamente appaiono dall’esterno- e l’avere ognuno un’autostima che supera i livelli di sicurezza. Ma d’altronde sono gatti. I gatti sono narcisi di natura.
Passiamo subito ai cani, invece: i due animali erano una felice coppia di fratellastri adottati in tenera età dopo mesi e mesi di sfinimento "papà, vogliamo un cane!". Va sottolineato il "papà". La mamma, che certe cose se le sente, aveva già i suoi dubbi riguardo la cosa. Comunque sia, alla fine la vincemmo noi. E li portammo a casa.
Uno dei due era relativamente normale. Da cucciolo, voglio dire. Prima di arrivare a casa nostra.
Era un normale cucciolotto, uno di tanti fratelli, sguardo felicemente ebete ma dolce, un’allegria sconsiderata, pancia tonda e gommosa, insomma, la beatitudine di essere cane.
L’altro, ahimé, era strano fin dall’inizio, e tutte le famiglie adottive l’avevano notato, scartandolo accuratamente. Era infatti rimasto l’ultimo della cucciolata, solo nel recinto.
Mio papà –e qui si potrebbe scegliere un epiteto che non sarebbe molto gradito ma che paragonerebbe il genitore a un folpo di mare- si era intenerito a vederlo, quel povero cucciolo solo soletto e rifiutato dal mondo, e così aveva deciso di prendere anche lui.
Rendo noto che quando si comprano dei cani, prendere una coppia di maschi è, per dire, smodatamente incosciente da parte degli acquirenti, in quanto i quattrozampe risvegliano le origini lupesche e creano branco a sé, in cui ovviamente gli umani non sono inclusi. Questo porta a diverse manifestazioni di indipendenza e ribellione che generalmente si concludono con la disfatta di uno dei branchi. Quei due malefici vigliacchi avevano deciso che ci avrebbero portati alla sconfitta per sfinimento, e così cominciarono fin dalla più tenera età a scavare fosse sotto la rete del giardino per fuggire verso la libertà. Questa corrispondeva con i campi di pannocchie circostanti. Migliaia di metri quadrati –centinaia di migliaia- di campi di pannocchie.
Che in autunno, ancora ancora, non costituiscono una foresta. Vengono tranciate e i campi restano coperti dagli smozziconi di fusto, altezza media trenta centimetri. In estate, però, i suddetti vegetali acquistano un che di alquanto fastidioso in quanto si ergono in altezza fino a raggiungere i due metri abbondanti, costituendo così una sorta di coltre verde -una volta il nostro giardino, in estate, venne definito "un bosco in mezzo a una foresta"- attraverso la quale non vedi ma neanche se hai i raggi x al posto degli occhiali.
Ecco, i nostri adorabili cani si divertivano a scorazzare tra le simpatiche pannocchie, lasciandoci puntualmente con un palmo di naso. Era seccante sentire le sfuriate di mio papà ogni volta che noi imbecilli ci lasciavamo sfuggire i cani, che divertiti scappavano da tutte le parti, ma fortunatamente una volta, mentre con il cancello socchiuso lui firmava una ricevuta al postino, i due bastardi –che poi tanto bastardi non erano- gli svicolarono tra le ginocchia per darsi all’allegra corsa campestre quotidiana. Da allora, mai più verbo fu proferito riguardo al farsi sfuggire i maledetti da sotto il naso. Ne furono proferiti alquanti, però, quando gli amati e fedeli compagni quattrozampe fecero strage di ben due pollai, divertendosi a fare razzia e a farsi poi trovare dai fattori, sorridenti ed esausti dopo la notte di follie. Circondati da cadaveri o pennuti moribondi. Generalmente tenevano anche in bocca una zampa di gallina, tanto per non far capire che erano stati loro a trucidare orrendamente tutti i poveri gallinacei.
Spesso alle scorribande dei nostri cari, si univa anche un botolo dei vicini, un maltese di dimensioni 40x20 e dal pelo rapato a zero. Il suddetto nano maltese era ferocemente innamorato del cane pazzo -quello pazzo davvero- nostro. Erano una coppia affascinante, a dire il vero. Anche il trio, nel complesso, non se la cavava male; mia mamma era ormai rassegnata al sentirsi rispondere, quando nel mezzo della ricerca disperata domandava ai passanti se avevano visto due cani in fuga, “due no, signora, ma di cani bianchi ne abbiamo visti tre. Andavano da quella parte.”.
Dopo un paio di anni all'estenuante ritmo di un paio di scappate al giorno, per puro caso e oserei aggiungere per puro culo, venimmo a sapere dell’esistenza della pet-therapy in strutture di riabilitazione per tossici o portatori di handicap. Dire che ai miei si rizzarono le orecchie è superfluo. Nel giro di una settimana avevano trovato contatti con un personaggio in una di queste comunità, lavato e profumato i cani e li avevano portati in montagna a fare un incontro per vedere se erano adatti all’incarico. Penso che mia mamma abbia pregato tutti i santi pregabili per far sì che i due mostri venissero accettati e lei fosse liberata da quel fardello che le rovinava la vita da due anni a quella parte.
I due fetenti –e per questo direi che la fervida fede risvegliatasi in mia madre durante quella settimana ha portato a risultati immediati e concreti- furono immediatamente accettati.
Fetenti perché si comportarono impeccabilmente, camminando al passo tranquillo dei padroni, quasi sfilando, e mostrandosi addirittura timidi e deferenti di fronte alle alte cariche del centro.
Fu dunque così, dopo due anni di convivenza, che i nostri cani fuggitivi –di cui uno di tendenze gay- si ritrovarono in un centro di cura per drogati.
Ora che non vivono più con noi pare che siano alquanto tranquilli tutti e due.