martedì 5 gennaio 2010

Esercizi di Stil II (dialetto veneto)



Ben cari, Irma, te savessi cossa che me ga tocà vedar che altro dì sul bus!
Iera mesodì, e tornando dal marcà impinia de sporte fin sora i cavei, so' montada su na coriera de a linea 44. Te sè el casin che ghe xe a quell'ora, tuto un spintonarse, e dirse su, e scuseme che go da smontar, e spostate che go da montar, e asame el posto, e fora dae bae che go da sentarme -eh, Irma, bisogna adatarse al linguagio, o no i te 'scolta mia, sti tosi de 'ncò! Tuto un bevar, drogarse, dir paroease.... No ghe xe pì a gioventù de na volta!-, insoma, un casoto che no sto a contarte.
E tra na cosa e che altro, tra tuto sto maceo ghe iera un bocia che'l parea un tachin, adobà co na bareta che no te digo, tuta incordonada, ma bruta!, che co sta moda de 'ncò mi veramente no capiso pì niente, e insoma ghe iera sto bocia che'l iera drio dir su a un toso pì grando de iù.
Ma setu cossa che ghe iera che ghe dava fastidio al bocia-tachin? Che l'altro ghe pestava i pie tute e volte che qualchedun l'entrava ne a coriera!
Te vedesi che mestieri! E poi, quando che ga visto che l'altro toso iera pì grando de iù, el voeatie el xe scampà suito e el xe ga butà su un sedie vodo invese che asarmeo.
Ma neanca dirlo, o go impinio de pache in testa co a sporta de e verdure! Ghe go sfondà a testa co un ananas!
E ben, Irma, ghe voe un poco de queo che se dise, un poco de creansa! El xe scampà via de corsa! Sacramento, Irma, ga da essarghe un poco de rispeto par noialtre vece! El me poro defunto Bepi -pace all'anima sua- nol gavaria esità a asar el posto a una pora vecia. Lù sì chel iera un brav'omo.
Ma insoma, dopo sto spetacoeto son 'ndada casa, e dopo un par de ore, quando che son 'ndada fora da novo par andar aea rinunion del circoeo dea canasta, go catà da novo el ceo, sempre co quel capeo che me fasea pecà soeo che vedarlo, e stavolta el iera co un tosato de a so età, drio sbarufarse e questionar su un boton del paltò del toso-tachin.
Ben cari, Irma, no ghe xe pì e mese stajon! Col paltò de lana in aprie!
Ma che rasa de storie...

E di nuovo, tutti a tavola



Da che memoria mi permette di ricordare, durante le vacanze di Natale casa mia è sempre stata popolata da numero variabile di amici. Quest'anno, ovviamente, non fa eccezione.

Generalmente l'onda arriva pochi giorni dopo il luculliano banchetto natalizio, senza minimamente dare il tempo necessario per lo smaltimento degli avanzi del suddetto pasto e della sabongia di calorie assunte nello stesso giorno a suon di lessi e pasticci.
Dopo tre lustri passati con quattro ospiti a vacanza, per giunta per non più di cinque giorni, quest'anno gli astri vollero che non solo gli amici storici venissero, puntuali, la sera del primo Gennaio, ma che dal trenta Dicembre pomeriggio fosse già qui presente un'altra famiglia oltre alla mia. Più un' amica.
Totale delle persone prima di Gennaio: dieci.
La casa, solitamente, ne contiene a mala pena cinque, che si spartiscono malamente gli spazi invadendo l'uno il casino dell'altro.
Ora siamo in tredici, perché l'amica della prima famiglia è partita, ma ieri sera si toccò il picco mai raggiunto di quattordici convittori in un colpo solo, tutti accampati in qualche modo in giro per l'alloggio. Accampati, vorrei sottolineare, perché i posti letto ufficiali sono sette.
In via del tutto eccezionale si sono duplicati, straordinario avvenimento il cui merito va riconosciuto a due letti pieghevoli, un lettino da bebè, un divano letto mai usato e due materassi reperiti in qualche modo onde far scartare alla padrona di casa l'idea di mandare qualche membro della famiglia albergatrice a dormire in macchina con coperta e cuscino. Probabilmente per la paura di essere noi gli sfortunati, tra me e relativi fratelli si scatenò una caccia al materasso spietata, nella quale fu anche carezzata l'idea di spennare le oche e le galline abitanti in giardino per poterne costruire uno nuovo.
Comunque sia, in qualche modo i giacigli furono arrangiati senza spargimenti di penne, ed ora, dopo aver sistemato ciascuno di noi in una camera dotata di letto e coperte, le giornate passano più o meno nel seguente modo.

Innanzitutto, è stata ormai ufficializzata la mattina breve, nel senso che l'ora della levata dalle brande oscilla tra le dieci e mezza e mezzogiorno e mezzo. Ovviamente la colazione non viene saltata, e dunque il tavolo resta occupato ed imbandito finché l'ultimo degli abitanti non ha saziato i suoi mattinieri appetiti.Attenzione però all'imbandimento del desco, particolare che ben definisce e rende la calorica idea che in questa casa accompagna da sempre le vacanze in compagnia.
Nell'attuale epoca, in cui mentre metà della popolazione mondiale muore di fame, l'altra metà sta a dieta, ci si potrebbe aspettare una colazioncina leggera: caffettino, biscottino, e magari una fettina di pane con una marmellatina senza zucchero.
Da noi, panettone.
Non solo: lo accompagna l'inseparabile variante del pandoro, il tutto ben scortato da sifoni di crema di mascarpone -l'onnipresente e caratteristica bomba calorica che distingue il periodo natalizio da quello pasquale-, cappuccini e un numero non ben approssimato di moke da cinque di caffè, qualche panino avanzato dalla cena, marmellate e cornflakes, quindi fiumi di latte fresco e pannoso, cartoni di latte di riso al cioccolato e alla mandorla, e in certi giorni anche alla vaniglia.
La tavola, una volta che tutti si son soddisfatti, viene sparecchiata e imbandita per il pranzo, che si svolge tra le tre e le quattro e mezza. Con questo, è possibile notare quanto essenziale sia la presenza costante di cibo e di personale culinario che assista gli affamati.
Non essendo questa casa dotata di maggiordomi e cuochi , il ruolo è adempito dalle mamme, che tra una mescolata di crema di mascarpone e una moka di caffè passano la giornata tra i fornelli, cucinando armate di Bimby, lavando interminabili pile di piatti e mucchi di stoviglie e poi rassettando. Splendido esempio della cosiddetta emancipazione femminile.

Mentre le signore spignattano, il resto della mandria si spartisce i ruoli di fondamentale importanza nel consumo dell'energia accumulata durante gli abbondanti pasti, quali: utilizzo ossessivo-compulsivo di videogioco Wii, costante strimpellamento senza convinzione da parte dei musicisti presenti, controllo orario di Facebook per i giovini e baldi non occupati in babysitteraggi o partite virtualmente calcistiche, discussione intellettualmente rilassata, ampi e ciondolanti giretti in giardino per respirare un po' d'aria buona e, aiutati dal freddo, bruciare qualche caloria.

A pranzo, si pone il problema dei letti traslato sul tavolo, anch'esso solitamente spartito alla meno peggio tra cinque persone e ora posto davanti a ben quattordici commensali affamati. Alla prima cena in quattordici fu chiaro che non solo non sarebbero stati sufficienti i posti, ma lo spazio per le vivande una volta disposti i piatti sarebbe stato inesistente.
La difficoltà fu immediatamente risolta con una basale divisione in turni dei pasti: i bambini al primo giro, gli adulti al secondo. Le mamme in cucina in ogni caso.Si noti però l'ingiusta conclusione: a differenza del primo turno, infatti, terminato in fretta e furia per sparecchiare e preparare il posto e il pasto ai grandi, il secondo turno si trascina con ampio strascico, protraendosi a volte fino alle quattro e mezza, addirittura cinque. Concludendosi tra l'altro caloricamente con fette di dolci avanzati dalla colazione e dalla festa dell'ultimo dell'anno, tra cui spiccano i famosi struffoli (trattasi di ammasso di pallette di pasta fritte, legate da miele e arricchite nell'ammasso da zuccherini e canditi. Presentano la dietetica caratteristica di non permettere a chi si azzarda a mangiare una singola pallina di poi fermarsi prima di essersi cementati i denti a suon di palle di pasta e miele. Una volta fatto ciò, infatti, rendono impossibile l'apertura mascellare, chiudendo così la bocca a stimoli famelici e raptus da pasto. Purtroppo la quantità di pallette da ingerire prima di cementare la cavità orale è sufficientemente grande da sfamare un'orda di barbari affamati, dunque la proprietà dietetica del dolce è poco sfruttabile) e i pandori e panettoni della colazione. Immancabile la presenza di almeno una terrina di irrinunciabile e tentatrice crema di mascarpone.

Verso le cinque, la cucina è lasciata alle mamme in chiacchera libera mentre riordinano.Qui vengono toccati argomenti a cui nessun'altro presente in casa ha accesso: sono discussioni misteriose, continue e apparentemente anche appassionanti, in quanto possono durare costantemente durante l'occupazione della cucina.
Capitolo con significativa importanza in tali discussioni è quello riguardante cosa preparare per la cena già incombente. Dopo aver controllato il frigorifero stipato di avanzi che ancora risalgono al pranzo di Natale e aver deciso che non c'è niente di già pronto per il pasto serale, le signore escono a bordo della prima macchina disincastrabile dal puzzle di automobili presente nel cortile, alla volta del supermercato, dal quale ritornano vittoriosamente trascinando borse della spesa straripanti dopo una quantità di tempo variabile, in generale definita dalla quantità di botteghe con vetrine in saldo incontrate nella via.
Il tempo di incastrare le spese nella dispensa e decidere cosa preparare occupa tutto lo spazio disponibile: è quindi già ora di accendere i fornelli.

Nel frattempo il bimbo treenne messo a dormire alle quattro si è risvegliato, e richiede giochi alla nuova tata, sollevata dal ruolo di figlia da perentoria affermazione al padre della suddetta: “non è tua figlia, lei è la mia tata”.
La casa viene rivoltata come un calzino alla ricerca di pedine mancanti a giochi da tavolo evidentemente estremamente attraenti per il piccolo, le scatole di animali sono rovesciate ed esplorate in profondità, i lego costruiscono grattacieli a dimensioni reali che vengono poi abbattuti a martellate, scagliate con attrezzi di forma non ben ben definita ma di origine certa, quale la grande cassa in cui vanno nascoste tutte quelle cose che non trovano ordinato posto altrove.
Conclusa l'odissea nella stanza dei giochi, viene invasa la camera da letto più accessibile e meno pi ena di letti da campeggio, tramutando il talamo in nave pirata immaginaria e, lanciati peluches d'ogni forma per tutta la stanza, tuffandosi in mirabolanti salvataggi in mare aperto, combattendo squali feroci e meduse assassine.
Salvati i pelosi giocattoli viene fatta un'ampia selezione di videocassette e dvd da guardare dopo cena. La media di video scelti è di quattro a sera.
Poi viene il momento -breve- del disegno, della musica e dell'avventura in giardino, dove a bordo di un catorcio che un tempo era una ruspa a pedali arancione fiammante, si vanno a trovare i palmati volatili accampati in fondo al campo, si rincorrono gatti dalla coda storta e si cercano uova inesistenti di galline dallo strano ciuffo.

Ed è subito sera, e tutti sono nuovamente riuniti al grande tavolo debordante pietanze.
Stabiliti e litigati i turni, si allungano le mani sui piatti e in un attimo i bambini hanno finito il pasto e sono tornati con energia rinnovata e pancia piena ai giochi lasciati sospesi, pronti a terminare l'ennesima partita di Wii e ad addormentarsi davanti ad un video in divano.I grandi si siedono, e mangiando si abbandonano a considerazioni, pensieri e propositi.
Primo tra tutti: da domani, dieta!, ribadito da abbondante mestolata di crema di mascarpone di mezzanotte schiantata sul piatto, assaggiando ancora però gli struffoli alla cui presenza oramai tutti sono rassegnati, e condendoli con una certa crema al cioccolato che proprio non si poteva non assaggiare.
È infine l'una quando tutti si lasciano, andando a rintanarsi nei propri rifugi notturni. Strillando, ridendo, sbadigliando, tutti si avviano.
E le mamme pensano già a cosa mettere a tavola domani, per colazione.

Maturità Immatura



Trovava immaturi i suoi coetanei: gli adolescenti. Era una cosa che le capitava da sempre, anni e anni di giovinezza a osservare gli amici e trovarli irrimediabilmente infantili, comparandoli continuamente con i suoi miti di perfezioni e esempi di comportamento: gli adulti. I genitori, gli amici, i nonni, vari membri della famiglia, scrittori, giornalisti, professori, personaggi che vedeva per strada, nei film, che leggeva nei libri, persone con cui parlava alla fermata del bus, genitori degli amici. Gli adulti, insomma. Modelli senza difetti che si era prefissata e che voleva raggiungere.
Cercava di imitarli in quella loro maturità, ma nonostante il tempo passasse, gli anni si sommassero e lentamente la maggiore età sopraggiungesse, ogniqualvolta si trovava a confrontarsi con un intimidatorio e puntualmente impeccabile essere adulto si sentiva la bambina della situazione: troppo impreparata alla vita e poco saggia. Non capiva di crescere e che, in fondo, maturava veramente anche lei.
Allo stesso tempo continuava a sbirciare ai comportamenti dei coetanei, trovandoli come sempre infantili. Poi si voltava dall’altra parte, sospirando dietro ai suoi sogni.

Un giorno, a venticinque anni, si accorse di essere cresciuta. Di essere un’adulta anche lei, voglio dire.
Era un’affollata mattina primaverile, in autobus, quando guardò agli uomini e alle donne che la circondavano. Era già qualche tempo che ogni volta che aveva qualche contatto con questi nuovi adulti aveva un senso di fastidio, un qualcosa di noto ma che non ricordava, qualcosa che la faceva sentire fuori posto e –vergognosamente- altezzosamente superiore. Le pareva di averla già provata, quella sensazione, ma non riusciva a capire quando e perché.
Osservò a lungo e cercò di ricordare, insomma, sbirciando di sottecchi, anche apertamente, e dopo un po’ capì.
Prese un respiro, alzò lo sguardo, e si accorse che come era stata abituata a fare con tutti i suoi coetanei in qualsiasi momento della sua vita, guardava agli adulti e li trovava estremamente infantili.

lunedì 23 novembre 2009

Chaos




Sì mamma torno tra/ hai preparato il pranzo?/sì, sono sull’autobus adesso, ma c’è un casino/ scusi/attento!/il mio piede!/ ehi!/ giovanotto, mi lascerebbe/ si scende/ veloce, dobbiamo scendere a questa/ ma guarda che razza di cappello/ un collo lunghissimo/ sale!!/ ehi!

Il caos.

Sull’autobus –linea S- regna il caos: ora di punta, borse della spesa, studenti, valigette, fogli e appunti, biglietti scivolano dalle tasche, dalle mani, è anche caldo, gente sudaticcia, persone fradice, puzza, profumo del tramezzino che una ragazza sta mangiando –una borsa sportiva ai suoi piedi, con una mano appesa alla maniglia, tuta, pare stia tornando dalla palestra-.

Un vecchietto seduto, giornale in mano, si guarda attorno, un po’ seccato da tutta questa confusione.

Un ragazzo balza sull’autobus, di fretta.

Si insinua tra le persone, alla ricerca –vana- di un posto a sedere. Schiva una sporta colma di verdure, si acciacca il fianco sinistro sbattendo su uno zaino imbottito di libri, vaga faticosamente per il bus –linea S, ora di punta- realizzando che il posto non c’è. Ma ancora una speranza, solo una speranza ancora: quel vecchietto, là, pare si stia preparando a scendere-.

Si precipita, spintonando, una mano a reggere il cappello –strano, il cappello: un lungo nastro che pare un cordone a decorarlo, colore insolito, materiale particolare, appollaiato in cima a una testa che pare vacilli dall’alto di un collo di lunghezza infinita-, l’altra allungata già verso il posto, pronto a balzarci sopra, sedersi, ah, riposo.

Si arresta, si gira, scocciato

scusi sa

all’uomo alla sua destra, cappotto formale, valigetta seria, cappello banalmente ordinato in cima a una testa pettinata e ben salda sull’estremità di un collo taurino.

cosa vuole

lei mi ha urtato

prego?

lei-mi-ha-urtato, volontariamente, oserei aggiungere, e mi ha colpito a un fianco

lei si sbaglia

no, l’ho vista: mi ha visto arrivare, ha fatto un passo indietro con

finta aria distratta,

e appena sono passato mi ha infilato un gomito tra le costole!

Guardi, signore, forse lei si confonde

No, caro mio! Mi hai appena cacciato un tuo stramaledetto

gomito tra le costole.

Ascolta, amico, dammi un motivo per cui dovrei piazzarmi su un autobus

A fare attentati alle costole di ragazzini che sgomitano per cercare un posto, e

No, ascolta tu “amico”: mi hai urtato, mi hai fatto male Abbia

perlomeno la buona grazia di chiedere scusa!

Ma neanche per sogno!

Lei è un cafone,

mi chieda scusa immediatamente!

Senti: tu adesso taci, chiudi la bocca, la pianti di strepitare, d’accordo?

O io prendo il tuo collo spaventosamente lungo e lo annodo per bene a quel

Lampione laggiù, intesi?

Il bus frena. Il vecchietto si alza lentamente, il suo giornale sottobraccio, cappello in testa –senza cordoni- giacca in tweed e pesante montatura di occhiali.

Il caos nel bus si ferma. Nessuno si muove o parla. Silenzio.

Ha un’aria pacifica punzecchiata da uno spruzzo di divertimento nascosto nella saggezza degli occhi. Guardava lo scambio di opinioni dei due, spassandosela un mondo. Forse più che la discussione lo faceva ridere il ragazzo –uno strano ibrido di giraffa e uomo con un cappello strambo appollaiato in testa-.

Il mondo è ghiacciato. Immobilità.

Silenzio, più silenzio che prima. Il tempo si è fermato. Il vecchio sorride.

Si fa spazio tra la gente, con la calma pacifica abituale. Ora scenderà, appoggiandosi alla porta del bus. Si guarderà intorno –l’autobus parte, e a bordo tutti si risvegliano, un secondo e niente è successo, il bus non si è mai fermato, il caos, la confusione, alta voce, tutte le voci parlano di una voce sola, tutti i rumori rumoreggiano, urla, le telefonate, i cellulari che trillano, il caos- e andrà in cerca di una panchina al parco –cerca solo la tranquillità-. Non dovesse trovarne, si sposterà verso casa –giusto attraversare l’incrocio, girare a sinistra e dopo cento metri è là- e starà in salotto, nel suo divano, o forse in terrazzo –quarto piano senza ascensore, ma ormai l’abitudine ha superato la vecchiaia, le articolazioni consumate non temono le scale, un terrazzino modesto ma grazioso, annaffiatoio verde di fianco alla porta, un cinque vasi con piantine e fiori a decorare gli angoli, poltrona in vimini da casa delle vacanze /cuscino bianco/ regna nel mezzo del balcone-.

Scende, libera il posto.

Appena scongelato dal momento, il giovane abbandona la discussione senza aggiungere un’altra parola e si lancia a sedere, abbandonando l’uomo che gli diceva –che gli urlava, a dirla tutta, ma fa niente –, dimenticando la discussione, e dopo un momento è seduto, finalmente, seduto e salvo dall’energumeno che minacciava di torcergli il collo.

Appoggia la testa al finestrino e infila le cuffie dell’ipod. Stanchezza.

Sono passate due ore. Il vecchietto torna dal parco, cammina verso casa, ancora la solita calma ad avvolgerlo, ad accompagnarlo un paio d’ore passate al parco. Il giornale è ripiegato sotto il braccio, stropicciato per l’impeto con cui il suo lettore girava le pagine, stizzito e imbufalito da politici e un mondo che non gira come dice lui.

Attraversa la strada e scorge di striscio il giovane –un ragazzino, praticamente-, sempre il collo lungo, sempre il cappello barcollante. È con un amico, particolare anche lui, un foulard di seta di al collo –decorazioni psichedeliche-, giacca fucsia e pantaloni verde bottiglia che vanno a nascondere il gambale di stivali lucidi da cavallerizzo. Testa nuda. Collo normale.

Ma sì, devi allacciarlo meglio, guarda un po’ che disastro…

Ma dove?

Ma guarda!

Ma cosa?

Ma il bottone, sciocco!

Ma perché?

E’ storto, amico! Devi raddrizzarlo, guarda,

così – ah, caro mio. Tu e la moda non avete proprio niente a che fare.



**********

Questo post è nato per un compito di francese assegnato a scuola. La mia classe partecipa a un concorso organizzato dall'Alliance Française Italie in cui si deve scrivere un testo come "prolongement [degli "Esercizi di Stile ] à la manière de Raymond Queneau". Il mio esercizio è questo -sarebbe un "chaos"-, poi l'ho dovuto tradurre in francese, ma la prima a non capirci niente leggendolo tradotto sono io, quindi non lo posto.

Ecco, la nota era solo per dire che non l'ho copiato da qualcuno se non da me stessa, dato che c'è di mezzo il concorso eccetera eccetera.

In ogni caso, questa mi pare una competizione interessante, qui il sito dell'Alliance Francaise http://www.alliancefr.it

e da qualche parte parlano anche del concorso.

domenica 25 ottobre 2009

Cibo Amore Mio



Un giorno, nel mezzo di un lungo giro di shopping con conseguenti lamentele riguardanti taglie, misure, pancia, aderenze, strettezze, fianchi, cosce, debordanze posteriori e anteriori e infinite promesse di mettermi a dieta, un amico portato al limite dell’esasperazione mi suggerì una tecnica per non cedere alle golose tentazioni che il cibo languidamente mi lancia e alle quali costantemente cedo.
Il segreto, mi disse, consisteva nel rilassarmi ad ogni stimolo di fame, e nell’ immaginare vividamente il cibo del desiderio. Una tavoletta di cioccolato, per esempio, squadrata e perfetta, liscia, dolce e appetitosa, profumata e irresistibile. Immaginarla per bene, dunque, e pensarmi mentre per saziare ogni mio desiderio la agguanto, pronta a gustarla lentamente quadretto dopo quadretto, saziandomi di dolcezze e calorie, avvolta dal benessere intimo e rilassante che solo il rompere una dieta di nascosto accoccolata sul divano può esprimere degnamente.
Il trucco era poi di convincermi che al primo boccone il sapore di tanto desiderata grazia fosse qualcosa di disgustosamente insopportabile, qualche spauracchio della tavola, qualcosa di incoraggiante al vomito, per dire –“cosa di fa schifo, ma proprio schifo schifo che non riesci a sopportare?” “fegato” “bene, allora immagina fegato”- . In tal maniera il cervello si convince che il sapore della cioccolata è in realtá quello disgustoso del fegato, cosí la voglia passa.
Da quel giorno ho sperimentato, provato, tentato, e devo orgogliosamente esprimere la soddisfazione di aver raggiunto un risultato. Purtroppo, però, va aggiunto che qual risultato non e’ esattamente quello che avrei dovuto ottenere dopo cotanto esercizio e impegno psicofisico.
Adesso amo il fegato.

giovedì 8 ottobre 2009

Sasso II




"A dirla tutta, quel sasso non era veramente questa gran cosa. Era un pezzo di pietra qualunque. Viveva la sua normale vita da sasso, ogni tanto finiva in una pozzanghera, oppure capitava che sprofondasse sotto terra, o veniva lanciato da qualche ragazzetto balordo. Era un sasso normale: senza crepe ma non liscio, senza bozzi ma non perfetto.
Era anche alquanto noioso, se devo proprio aggiungere, e vorrei anche rendere noto che…”
Sasso, taci. Abbiamo detto che sei speciale?
"...Si"
Bravo, quindi sottoponiti alle nostre moine, chiudi il becco mettiti l’animo in pace, dacci delle comuniste staliniste, fa’ quello che ti pare, ma non azzardarti ad aprir bocca di nuovo.Lasciati lodare, sii meno duro – ok non è la parola più adeguata per un sasso – con te stesso.
Ci siamo noi a raccontarti, ora.

Dicevamo, il sasso è speciale.
Lo guardi, effettivamente non noti nulla di particolare.
E’ ben costruito da dentro, solido fino in fondo, senza imperfezioni, saldo e concreto come una piccola roccafotrte.
Ma un sasso comune, sotto questa analisi superficiale, un sasso come tanti suoi compagni sassi di questo sassoso mondo.
Se qualcuno ricorda, però in un certo racconto, una volpe dice a un piccolo principe che l’essenziale è invisibile agli occhi. E chi a questo mondo è mai riuscito a vedere un pensiero? Chi è mai riuscito a cogliere, anche solo di sfuggita, la famigerata nuvoletta che esce dal cervello con il pensiero disegnato dentro?
Nessuno.
Ma quanti di noi hanno saputo indovinare i sentimenti di una persona basandosi su quello che aveva dentro, nascosto alle nostre pupille?
Con il nostro sasso la storia è proprio quella: insospettabile e invisibile, da lui uscivano continuamente pensieri, osservazioni, ragionamenti silenziosi, quantopiù invisibili agli occhi fosse possibile.
Il nostro sasso pensava. – "e capirai" / sasso, zitto./-
Se n’era acorto stupidamente, in un momento alquanto scomodo, mentre un ragazzo lo raccoglieva da terra per scagliarlo contro una vetrina. Era in quel periodo in cui saso viveva in città – bei tempi- ed era il’68. Studenti si riversavano nelle strade a manifestare, e proprio quel giorno – 24 settembre 1968 – un corteo attraversava le strade al ritmo di cori e sventolamenti di bandiere. Un ragazzo –sciocco- preso dall’impeto ribelle, aveva raccolto Sasso e, dopo averlo palleggiato qualche minuto, si stava preparando a scagliarlo.


Fine….per ora

martedì 6 ottobre 2009

Sasso




Mentre sono qui agli Antipodi, tengo una corrispondenza sfrenata con mia nonna. Più o meno ogni giorno mi arriva una sua lettera, e tra un abbraccio scritto e la cronaca di Lanzano, è cominciato un gioco a puntate. La nonna ha iniziato...

Ho trovato un sasso, grosso come due pugni, levigato dall'acqua che in certi punti ha insistito di più ed ha perciò una rientranza. Non è un sasso come gli altri: questo ha una vita, e si vede.